Esigere da Ankara un po’ di verità sul genocidio armeno per evitare alla Turchia un futuro “siriano”

Coi turchi bisogna essere pazienti, diceva Hrant Dink, perché sin da bambini insegnano loro la storia in un certo modo. Ma bisogna anche essere intransigenti, diciamo noi, per il loro stesso bene

Turkish demonstration in Paris.Il numero del settimanale Tempi in edicola dà ampio spazio al racconto del genocidio armeno attraverso testimonianze e un articolo della scrittrice Antonia Arslan. Di seguito pubblichiamo l’editoriale a firma di Rodolfo Casadei.

Perché a cento anni dai fatti la Turchia continua a negare la realtà del genocidio armeno? Perché il governo di Ankara reagisce con sfacciato sdegno contro tutti coloro che chiamano col suo vero nome il crimine compiuto dall’Impero Ottomano nei suoi ultimi giorni, compresa un’autorità morale riconosciuta come papa Francesco? Me lo spiegò nove anni fa un giornalista turco di origine armena, Hrant Dink, fondatore del settimanale Agos. «Vede», mi disse, «quella turca è un’identità recente, fondata su una storia e una cultura nuove. In questa storia il posto dell’armeno è quello del cattivo. Se voi contraddite questa narrazione, mettete in crisi l’identità turca. Ci sono anche altre paure, ma quella principale riguarda la demolizione dell’identità turca».

tempi-genocidio-armenoIn Occidente siamo abituati a pensare alla Turchia come a un’entità politica solida, uno stato-nazione sul modello di quelli che si sono formati in Europa nell’Ottocento. L’unico stato solido e affidabile in un Vicino Oriente dove gli stati stanno andando in pezzi. Ci meravigliamo che un tale paese non trovi la forza, cento anni dopo, di riconoscere la responsabilità storica di un crimine compiuto dal suo ultimo governo imperiale, mentre il padre della patria Kemal Atatürk si limitò a incamerare i beni espropriati ai morti. Ma le cose non stanno come immaginiamo. La Turchia è un paese giovane e fragile tenuto insieme dai suoi miti fondatori, primo fra tutti quello secondo cui le potenze straniere (Russia, Grecia, Inghilterra e Francia) avevano deciso di sottomettere i turchi, e i turchi hanno sventato il complotto con il loro valore militare. Non è una questione di onore. Ammettere che con gli armeni l’istinto di autodifesa dei turchi ha sconfinato nel patologico, che sterminare un intero popolo per un sospetto di tradimento è una cosa che non si fa, metterebbe in discussione le basi stesse dell’identità politica turca.

Dietro l’apparente compattezza del monolite turco si distinguono linee di faglia che lo rendono simile agli altri paesi frutto dello smembramento dell’Impero Ottomano e che domani potrebbero mettersi in moto. Fra i 75 milioni di cittadini turchi si contano 13,5 milioni di curdi sempre più inquieti e 13-15 milioni di aleviti, musulmani sui generis affini agli alawiti siriani ai quali appartiene Bashar el Assad. La scelta di campo di Ankara dalla parte dei ribelli nel conflitto siriano e l’alleanza di fatto con l’Isis in funzione anti-curda stanno gettando i semi di tensioni interne a venire che potrebbero imprimere alla Turchia le stesse spinte centrifughe in azione in Siria, Iraq, Libia e Yemen.

Coi turchi bisogna essere pazienti, diceva Hrant Dink, perché non sono dei negazionisti, ma degli indottrinati: sin da bambini gli insegnano la storia in un certo modo. Ma bisogna anche essere intransigenti, diciamo noi, per il loro stesso bene. Al giorno d’oggi la disgregazione non si evita col fanatismo dei miti fondatori che stridono con la verità storica, ma riconoscendo i diritti politici a singoli e comunità nei fatti e non a parole. Dink pagò col suo sangue, 50 giorni dopo l’intervista con noi, la sua virile disponibilità al dialogo. Al suo funerale 100 mila turchi portavano un cartello con su scritto «io sono armeno, io sono Hrant Dink». È ora che tornino a farsi sentire.