Te Deum laudamus per avermi spedito in capo al mondo

Ho raccontato testimoni, confessori e martiri della verità sull’uomo e su Dio. L’incontro con loro mi ha cambiato, trasformato, modellato

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Pubblichiamo il Te Deum scritto per il primo numero del mensile Tempi da Rodolfo Casadei.

Ti lodo Dio e ti ringrazio perché ogni anno che passa fai di me un uomo un po’ più libero. E a che cos’altro mi chiami se non alla libertà in un anno come quello appena concluso, tempo nel quale hai permesso che terminasse le pubblicazioni il settimanale per il quale ho lavorato per 19 anni, che mi venisse consegnata per la prima volta in vita mia una lettera di licenziamento, che perdessi verosimilmente in modo definitivo la possibilità di essere contrattualizzato con le tutele e le garanzie del contratto nazionale di lavoro giornalistico, che per quasi 27 anni di seguito ha protetto la mia professionalità? Basta che mi guardi indietro, e tutto appare logico e naturale, coerente e conseguente, come un bel paesaggio delle Dolomiti che dalla valle verdeggiante sale su su per i boschi di abete, i pascoli d’altura, i sentieri fra i sassi, le guglie pallide e le cime svettanti. In questo momento mi hai fatto arrivare dove finisce il sentiero e bisogna arrampicarsi. Senza moschettone, perché la ferrata non c’è e le corde e i chiodi sono rimasti giù alla baita.

Tempi settimanale è stato un giornale vero, più vero di certi grandi quotidiani italiani, e ne è prova l’effetto divisivo che ha avuto sul pubblico: chi lo apprezzava e chi lo disprezzava, chi lo esaltava e chi lo denigrava, chi era grato che esistesse e chi se ne augurava la morte e l’oblìo. La ricerca della verità e l’impegno con le verità che vengono alla luce sono divisivi. Perché quando ti sei imbattuto anche solo in un piccolo brandello di verità – che sia fattuale, morale, umana o soprannaturale – non accetti compromessi. Che sciocchezza, che ipocrisia questa idea, oggi troppo diffusa, che «il cristiano non deve essere divisivo». Ma l’avete letto il Vangelo? «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione» (Lc 12,50). Si può essere, anzi si deve essere come Gesù: compassionevoli e misericordiosi, e nello stesso tempo divisivi e fiammeggianti. Segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori.

Il cammino del giornalista è, se non decide di vendersi, cammino di libertà perché è cammino di verità. Come lo scienziato, l’investigatore, l’esploratore, il giudice e il poeta, cerca nelle cose il vero delle cose, rischia a volte la propria vita e sempre la propria reputazione per dissipare la coltre dell’ignoranza offrendo a sé e agli altri la conoscenza. E quando conoscerete la verità, la verità vi renderà liberi. Perché vi lega talmente a sé, vi appassiona e vi seduce così intensamente che vi rende forti quanto basta per sopportare i tradimenti, gli abbandoni, la solitudine, le delusioni, l’esclusione dai giri che contano, le maldicenze sul vostro conto, lo sminuire le vostre buone azioni e l’enfatizzare i vostri errori, le mille piccole cattiverie materiali o psicologiche. Ma non abbiate paura di sposarvi con la verità, perché è proprio come nel matrimonio fra uomo e donna: ci sono da fare molti sacrifici, ma arriva il momento che siete ripagati; si perdono per strada molti amici di prima ma se ne trovano dei nuovi; avete meno gente intorno a voi, ma più fidata, e imparate a leggere i cuori e a riconoscere i rapporti umani ipocriti da quelli genuini.

A me è toccato un sovrappiù di fortuna, di cui ringrazio il mio primo direttore padre Piero Gheddo, richiamato alla casa del Padre alla Vigilia di Natale, e il direttore storico di Tempi Luigi Amicone, perché mi hanno permesso di diventare un giornalista inviato. Spedito ai quattro angoli del mondo (60 paesi e territori diversi fino ad oggi) ho incontrato e raccontato testimoni, confessori e martiri della verità sull’uomo e su Dio.

La familiarità con loro mi ha cambiato, trasformato, modellato. Mi ha restituito una comunità spirituale, un “noi” che si era affievolito. Io Ti ringrazio, Signore, perché sono diventati parte di me Hrant Dink, giornalista armeno di Turchia assassinato perché voleva riconciliare nella verità turchi e armeni; Necati Aydin, turco convertito al cristianesimo evangelico trucidato per la fede in Cristo e la sua vedova Semsa che mi ha svelato il senso delle parole del Vangelo; Paulos Faraj Rahho arcivescovo di Mosul martirizzato perché non abbandonò il suo gregge; Ragheed Ghanni sacerdote caldeo ucciso perché non chiuse le porte della sua chiesa a Mosul; Surur 15enne cristiana irachena stuprata e sgozzata perché non si sottomise alla prepotenza jihadista.

Ma anche per i non cristiani che mi hanno testimoniato cosa comporta servire l’ideale. Come il salafita Abu Bakr, torturato 54 volte dalla polizia di Mubarak che non riusciva a fargli abiurare il suo credo; come il giornalista sudsudanese Nhial Bol, che è andato e venuto dalla prigione 37 volte perché in un paese senza legge non smetteva di scrivere la verità sui potenti; come Amina, la yazida che mi ha raccontato l’eccidio per mano dell’Isis dei 400 maschi sopra i 12 anni del suo villaggio di Kocho che non avevano voluto abiurare. E cento altri fratelli e sorelle vivi qui fra noi o vivi nell’eternità.

Ogni volta che mi chiedi di più e che mi togli qualcosa, mi rendi più simile a loro, accresci la mia comunione con loro. Di questo Ti ringrazio dal profondo del cuore.

Foto Ansa

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