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«Distruggere lo Stato islamico» un corno. Il vero (inconfessabile) obiettivo di Obama in Iraq e Siria

settembre 27, 2014 Rodolfo Casadei

Ecco come si spiegano tutte le contraddizioni e le ambiguità che circondano la coalizione anti-Califfato e l’intervento militare americano in Medio Oriente

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Il 4 settembre Barack Obama aveva dichiarato di non avere ancora una strategia per la gestione della minaccia rappresentata dallo Stato islamico di Abu Bakr al Baghadi; il seguente mercoledì 10 settembre la strategia ce l’aveva, e prevedeva di «degradare e ultimamente distruggere» lo Stato islamico (Is) attraverso la creazione di una coalizione internazionale scelta dagli americani, con l’esclusione della Siria e dell’Iran: interventi militari diretti e mirati in Iraq e Siria senza l’invio di truppe di terra ma centrati sugli attacchi aerei, l’addestramento e il riarmo dei ribelli “moderati” siriani e dei curdi iracheni e siriani. Naturalmente nessuna delle due cose è vera: non è vero che gli Stati Uniti fino al 10 settembre erano privi di una strategia rispetto al Califfato; non è vero che adesso sanno esattamente cosa fare e che l’obiettivo di Obama è di «degradare e ultimamente distruggere» l’Is. Vediamo perché.

stato-islamico-califfato-obiettivi-jihadTutti gli stati hanno una strategia nazionale, che è la lente attraverso la quale guardano alle crisi internazionali che congiunturalmente sorgono. E le strategie nazionali sono cose di lunga durata: vengono da lontano e guardano lontano. Raramente un leader, per quanto carismatico, può comportarsi da demiurgo e riconfigurarle radicalmente con decisioni tutte sue. Nel caso degli Stati Uniti, la strategia nazionale è quella classica della potenza egemonica.

Come scrive George Friedman, il direttore esecutivo di Stratfor: «La strategia americana è fissa: permettere alle potenze regionali di competere e bilanciarsi reciprocamente. Quando questo non funziona, intervenire direttamente con la minor forza e col minor rischio possibili. Per esempio, il conflitto fra l’Iran e l’Iraq cancellò due potenze in ascesa fino a quando la guerra terminò. Poi l’Iraq invase il Kuwait e minacciò di far saltare l’equilibrio di potenza nella regione. Il risultato fu Desert Storm. (…) L’interesse americano non è rappresentato dalla stabilità, ma dall’esistenza di un equilibrio dinamico nel quale tutti gli attori sono effettivamente paralizzati in modo tale che non emerga nessuno in grado di minacciare gli Stati Uniti».

Si può restare stupiti della franchezza e dell’apparente cinismo di un’analisi proveniente dai ranghi di una delle principali società private americane di intelligence. Ma bisogna ricordare che uno dei grandi prodotti della civiltà occidentale è la capacità di onestà intellettuale e di analisi politica obiettiva, da Machiavelli a John Mearsheimer a Kenneth Waltz. Mentre i politici debbono infiocchettare le proprie decisioni in materia internazionale coi nastrini degli imperativi morali e dei valori universali («noi stiamo dalla parte della libertà, della giustizia e della dignità», ha detto Obama alla fine del suo intervento), gli scienziati politici possono permettersi di dire come stanno le cose.

La stessa obiettività permette di spiegare che il doppio standard per cui gli Stati Uniti decidono di prevenire un possibile genocidio nell’Iraq settentrionale mentre non lo fecero quando si trattò del Ruanda, e oggi bombardano i terroristi in Siria senza chiedere il permesso del governo, ma non quelli di Boko Haram che ugualmente scorrazzano impuniti nei territori settentrionali della Nigeria, non dipende da una particolare nequizia yankee o da una capricciosità inspiegabile. Semplicemente, le potenze egemoni globali agiscono così: si muovono quando qualcuno mette in discussione gli equilibri di potenza (balance of power) in una data zona del mondo e quando in uno stato o in un’altra forza in ascesa ritengono di individuare il profilo di un aspirante egemone regionale.

Come l’Impero Britannico
L’America, vinta la Guerra fredda con l’Unione Sovietica che ha fatto passare il mondo dal bipolarismo russo-americano al monopolio statunitense dell’ordine internazionale, ha cominciato a comportarsi esattamente come si è comportato l’Impero Britannico in Europa nel XIX e nella prima metà del XX secolo. A quel tempo gli unici rivali dell’imperialismo britannico potevano essere europei, pertanto la politica di Londra era coerentemente quella di impedire che sorgesse una potenza egemone nell’Europa continentale, che si trattasse della Francia di Napoleone o della Germania hitleriana.

Gli Stati Uniti del dopo Guerra fredda si stanno comportando nella stessa maniera. Consapevoli che prima o poi la Russia sarebbe tornata ad affacciarsi sullo scacchiere geopolitico europeo con pretese da protagonista, hanno esteso il numero dei membri della Nato negli anni in cui Mosca non era in grado di reagire per prepararsi a contenere lo sfidante di ritorno e hanno favorito il processo di allargamento dell’Unione Europea fino a toccare gli interessi strategici più delicati di Mosca per determinare una situazione di tensione fra due blocchi europei, la Russia e l’Unione Europea, nessuno dei quali può aspirare all’egemonia in solitaria sul continente.

In Estremo Oriente gli Stati Uniti sono favorevoli al riarmo del Giappone, sviluppano la partnership militare con India e Australia e dialogano col Vietnam allo scopo di contenere la nascente egemonia regionale cinese. Obiettivo di Obama è di trasferire il 60 per cento di tutta la potenza militare americana nel Pacifico prima della fine del suo secondo mandato, è ovvio per quale motivo. In Medio Oriente la priorità assoluta della strategia nazionale americana è a tutti nota: impedire che l’Iran si doti di armi atomiche. Non per fare un favore alle lobby ebraiche e pro-israeliane, come normalmente si legge in rete, ma perché l’atomica iraniana romperebbe l’equilibrio di potenza nella regione. Per ricrearlo gli Stati Uniti dovrebbero permettere all’Arabia Saudita e forse ad altri paesi arabi di dotarsi dello stesso tipo di armamenti. Una scelta che automaticamente indebolirebbe la potenza americana: più paesi si dotano di armi nucleari in una data regione, meno gli americani potranno influire sugli equilibri di quella parte di mondo.

Ora il presidente Obama annuncia una nuova priorità della politica americana nella regione, che dovrebbe andare ad affiancarsi a quella vecchia: la distruzione dell’Isil. Analisti e dirigenti politici, a cominciare da quelli israeliani, gli fanno notare l’incoerenza della sua decisione: lo Stato islamico è nemico del regime di Damasco e del governo a dominante sciita di Baghdad, cioè di due alleati dell’Iran. Combattere vigorosamente lo Stato islamico significa fare un favore a Teheran. Obama è cosciente del problema, ma chiede agli alleati di considerarlo già risolto alla luce del fatto che Iran e Siria sono stati esclusi a priori dalla coalizione di paesi Nato e arabi che, nelle intenzioni del presidente, dovrebbe farsi carico della guerra contro il Califfato, e che l’Iraq ha scaricato il premier al Maliki, scivolato su posizioni filo-iraniane e accesamente antisunnite, e l’ha sostituito con al Abadi per poter godere dei servizi dei cacciabombardieri e dei droni americani, i quali proprio la settimana scorsa hanno esteso la loro area di operazioni anti-Isil dalle regioni del nord curde o sotto influenza curda ai dintorni di Baghdad.

A ciò si aggiunga – Obama non può dirlo apertamente, ma non c’è bisogno di dietrologie e complottismo per spiegare il senso dei fatti – che nei mesi passati Washington ha osservato senza alzare un sopracciglio le conquiste territoriali dell’Isil in Iraq e Siria (in quest’ultimo caso anche quando si trattava di posizioni dei ribelli anti-Assad) per il suo ruolo obiettivo di forza che metteva all’angolo al Maliki e il governo siriano, cioè due amici di Teheran. Da gennaio al Maliki implorava gli americani di bombardare l’Isil o di fornire alle forze armate irachene i mezzi per farlo, ma Obama ha risposto sempre picche fino ad agosto. Cioè fino a quando l’Isil ha smesso di attaccare le posizioni del governo di Baghdad e ha dato l’assalto ai territori sotto il controllo dei peshmerga del Governo regionale del Kurdistan iracheno.

A quel punto Obama si è reso conto che l’Isil era diventato una minaccia strategica. Infatti al Baghdadi ha manifestato chiaramente la volontà di dare vita a una potenza egemonica nella regione sotto l’etichetta del Califfato. I casi allora sono due: o il Califfato continua a lievitare come ha fatto negli ultimi mesi, con una rapidità che ricorda le conquiste arabe del VII secolo, e diventa quello che ha promesso, oppure non ci riesce ma estende l’area dell’anarchia e degli stati falliti al di là della Siria e dell’Iraq: la “l” di Isil sta per Levante, Sham in arabo, che indica un’area ben più ampia dell’attuale Siria. Allude a un territorio che comprende anche Libano, Israele, Giordania e Territori Palestinesi. Nel caos generalizzato il “balance of power” va perduto. In entrambi i casi, dunque, si configura una minaccia strategica per gli Stati Uniti.

Per restare coerente con la sua impostazione, Obama ha messo sulla carta un’alleanza di stati che ricalca quella degli “amici della Siria”, cioè i paesi che hanno smesso di riconoscere il governo di Assad come legittimo e riconoscono al suo posto la Coalizione nazionale siriana che si riunisce a Istanbul. E ha ottenuto dal Congresso l’approvazione di fondi per reclutare, addestrare e mandare a combattere contro lo Stato islamico ribelli siriani appartenenti alle formazioni anti-Assad “moderate”.

Paradossi a stelle e strisce
La politica americana però fa acqua da parecchie parti. Esclude dalla coalizione anti-Isil i governi che lo stanno attualmente combattendo, cioè quelli di Siria e Iran (quest’ultimo fornisce armi e consiglieri militari ai curdi iracheni e al governo di al Abadi), mentre prende a bordo paesi che hanno con innumerevoli complicità favorito la sua ascesa, cioè Arabia Saudita, Qatar e Turchia, e che, a parte i sauditi, non hanno nessuna intenzione di partecipare alle operazioni militari. La Turchia ha messo in chiaro che non permetterà nemmeno l’utilizzo delle sue basi aeree, mentre i sei paesi arabi del Consiglio di cooperazione del Golfo solo ora hanno fatto levare in volo i cacciabombardieri di cui sono dotati per colpire le postazioni dell’Is. Ma non ci hanno pensato troppo a usarli per bombardare la Libia, oggi come ai tempi dell’insurrezione contro Gheddafi.

Dopo avere qualche mese fa ammesso che era impossibile in Siria identificare e addestrare ribelli anti-Assad con la certezza che non si trasformassero in jihadisti, ora Obama è convinto che una cosa del genere si possa fare, e che vada appaltata all’Arabia Saudita. Non era già abbastanza paradossale che la monarchia assoluta wahabita armasse e finanziasse ribelli votati all’instaurazione della democrazia nel rispetto del pluralismo religioso in Siria, ora li dovrà pure addestrare sul suo territorio, dove il pluralismo religioso non è ammesso.

Intanto il discorso di Obama ha già provocato in Siria effetti a catena che non vanno certamente nella direzione di un indebolimento dell’Is. Le forze governative hanno ripreso a concentrare le loro operazioni più contro le residue formazioni ribelli moderate (vedi i bombardamenti nel governatorato di Homs) che contro l’Isil: confidano che del secondo si occupino gli americani, e attaccano il primo per togliere di mezzo potenziali reclute e terminali degli aiuti americani. Per parte sua l’Isil ha cominciato a proporre tregue alle altre formazioni ribelli (il primo caso nella periferia di Damasco) proprio per evitare di dover far fronte a tre nemici contemporaneamente: americani, governo di Damasco e ribelli anti-Assad contro i quali si sono battuti nei mesi scorsi.

Damasco e Teheran
Quel che si dovrebbe fare per «degradare e ultimamente distruggere» l’Is nella sua tana siriana non è certamente difficile da capire. Solo se forze del regime e ribelli di tutte le denominazioni cessano di combattersi e si alleano contro l’Isil l’obiettivo di Obama è realizzabile. Come in Cina al tempo dell’occupazione giapponese: solo se i fratelli nemici – comunisti e nazionalisti a quel tempo – interrompono la loro guerra civile, è possibile combattere lo straniero. Il presidente americano però non prende in considerazione questa ipotesi, perché avvantaggerebbe troppo, ai suoi occhi, il regime di Damasco alleato dell’Iran. Per gli Stati Uniti prevenire l’atomica iraniana è più importante che distruggere lo Stato islamico. Con un Isil indebolito possono convivere, con l’atomica iraniana no. Solo se Teheran rinunciasse all’atomica, la posizione americana sulla Siria cambierebbe. Quindi il vero obiettivo degli americani è indebolire l’Isil, non distruggerlo. Anche se affermano il contrario.

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16 Commenti

  1. blues188 scrive:

    L’analisi pare, a chi è poco informato e dipende dai media -controllati dai poteri, massoneria in primis-, lucida e assai verosimile. Mi sono sempre rifiutato di considerare l’America quale detentore dei più grandi poteri e del desiderio di predominanza su tutti gli altri popoli. Ma i fatti dicono le stesse cose che leggiamo in questo articolo. Agli anglo-americani interessa unicamente il loro benessere e niente altro. Se ciò può servire anche ad altri Pesi, bene, altrimenti pazienza: si accende il trattore e ci si passa sopra. Anzi, sospetto che la crisi -con tutte le norme e le leggi apposite, fatte a suo tempo per preservare l’Occidente da simili sciagure, siano solo fumo negli occhi e si sia lasciata nascere per predominare ancora di più tutto il Mondo. Infatti la Russia non è stata colpita se non in maniera blanda da tale crisi. Ora è ri-diventata il nuovo nemico di Obama Bin ladro, e verrà fronteggiata aspramente. Ad ogni modo ringrazio per l’articolo, raramente si trovano analisi così acute e lucide.

  2. Giovanni scrive:

    Il presidente degli sati uniti parla spesso di “interventi per tutelare degli interessi americani”. La libertà (delle persone non americane), la vita (delle persone non americane), la salute (delle persone non americane) passano in secondo piano.

  3. MarcoL scrive:

    Sono due anni cha parlo di strategia del “divide et impera” applicato alle forze in gioco in medio oriente. Finalmente qualcuno ci è arrivato.

    Bene. Passiamo al secondo punto: lo stato di Israele.

    Quale ruolo gioca Israele, creato dalle nazioni unite ed installato in Palestina nel 1948?

    • roberto scrive:

      finiamola con questo vergognoso antisionismo,nel 1948 non è stato installato nessuno stato d’Israele. lo stato d’Israele concretamente comincia a nascere nel 1880,quando la palestina era sotto il mandato ottomano,e i latifondisti turchi e qualche latifondista arabo,si sono venduti allegramente e sotto cospicua ricompensa danarosa i loro terreni desertici,paludosi e malarici della palestina all’epoca abbandonata a se stessa,ai coloni ebrei che scappavano dai pogrom dell’europa dell’est.politicamente lo stato d’Israele è nato nel 1948 su mandato democratico dell’onu. ma attenzione nel 1948 sempre su mandato democratico dell’onu,doveva nascere anche lo stato palestinese, ma i signori palestinesi spalleggiati dai loro fratelli arabi, hanno rifiutato la nascita del loro stato, perché non sopportavano l’idea di confinare con Israele,quindi non rompessero le balle, chi ha colpa del suo male pianga se stesso.secondo punto, il programma dell’isis è quello di estendere il califfato islamico in tutto il medio oriente ed il nord africa. l’isis ha 3 obiettivi,1 egemonizzare il medio oriente e il nord africa 2 distruggere Israele 3 conquistare l’europa.grazie al fondamentalismo islamico e alla cecita’di tutto l’occidente in particolar modo dell’europa, stiamo camminando dritti verso la 3 guerra mondiale

      • MarcoL scrive:

        L’Operazione Sionista di immigrazione verso la Palestina parte nel 1880. I sionisti all’epoca potevano contare sul supporto di Inghilterra e Francia. Fu grazie agli inglesi che poterono insediarsi in un territorio che all’ora era quasi tutto musulmano e cristiano. Non sempre le terre furono acquistate. Ci furono anche degli espropri e continuano ancora oggi.

        Eppure fatico a capire come lei ignori che approvare l’operazione sionista sarebbe come acconsentire che gli immigrati che oggi approdano sulle nostre coste un giorno, in virtù del loro potere economico e demografico incentivato da potenze straniere, formassero un loro Stato all’interno del territorio italiano…

    • MarcoL scrive:

      Avevo posto una domanda che è rimasta senza risposta. Provo a riformularla arricchendola un pò:

      In questo gioco di equilibri mediorientali, qual’è il ruolo di Israele alla luce del fatto che la maggioranza dei politici americani sono sionisti e che Israele è la potenza militare più tecnologicamente avanzata dell’area?

  4. Cisco scrive:

    Non sono affatto stupito della franchezza e del (non) apparente cinismo dell’analisi di Friedman.
    In materia di cinismo gli USA non sono secondi a nessuno: di fronte a un Kissinger, per esempio, Machiavelli passa per un figlio dei fiori. Purtroppo l’Europa porta i peso dei sui conflitti storici e non riesce a trovare la forza di creare una vera federazione con un esercito proprio, l’unica cosa che realmente potrebbe bilanciare il potere americano (e islamista) e giustificherebbe una Unione Europea oggi troppo germanizzata e dimentica della propria civiltà. Siamo paralizzati dalle conseguenze delle ideologie del XX secolo e pensiamo di rinchiuderci in un nichilismo relativista che ci farà soccombere non solo – ovviamente – a un islam radicale, ma anche a pagliacciate come l’ideologia del gender.

  5. Menelik scrive:

    Io, da profano, dico che un bel po’ di bombe i terroristi se le sono prese anche oggi.
    Dunque è andata bene.
    Poi, cosa c’è dietro e quali siano i veri scopi, chi lo sa?
    L’importante è che i terroristi vedano sfumare l’opportunità di avere una vittoria facile e con pochi rischi.
    Hanno grossolanamente sottostimato la risposta dell’Occidente.
    Ma adesso gli costerà molto caro.

    • Raider scrive:

      Le dietrologie pur di non vedere quello che si ha sotto il naso sono sempre un collaudato escamotage per sfuggire infallibilmente alla realtà. Tutti i complotti, i patti leonini controfirmati e griffati da poteri palesi, di facciata o più o meno occulti, hanno il difetto che da qualche parte devono venire alla luce del sole nei loro effetti, nessi e connessi. Occorre, perciò, inventarne di nuovi, retroscena e backstage che confondano acque già intorbidate. Qualche, si può perfino dire apertamente quel che si era già capito (l’America sa farsi gli affari suoi. E pure noi sappiamo farci gli interessi degli americani). Ma i segni si possono vedere a occhio nudo. Quale esercito e quale politica comune possa venir fuori da gente disposta a subire senza reagire e senza obiettare direttive eurocratiche e onusiane in tema di globalizzazione della finanza, del commercio, del multiculturalismo e del Pensiero Unico, è una cosa di cui ci si può rammaricare con qualche “purtroppo” sparpagliato qua e là; anche se, forse, lasciando un margine di autonomia agli Stati in grado di farne uso opportuno, sarebbe meglio rallegrarsi di non essere guidati da qualche Direttorio anche in politica estera (infatti, la Mogherini ‘hanno messa dove tutta la sua figura la fa). E intanto che i battaglioni europei non si vedono, “purtroppo”, all’orizzonte, si possono ancora meglio non vedere le masse di immigrati che, dialoganti, dissimulanti, provocati dalla visione di un Crocifisso o che rifiutano di vendere salumi e alcolici, ci stanno sommergendo.

  6. Filippo81 scrive:

    Grazie a Rodolfo Casadei per l’interessante e coraggiosissimo articolo.

  7. Freddy scrive:

    Sta di fatto che sono sempre e solo gli americani a rimboccarsi le maniche per fermare terroristi e sgozza-cristiani vari.
    Gli altri sanno fare solo chiacchere, a cominciare da quella cosa assolutamente inutile che è l’ONU.

  8. giampiero scrive:

    L’articolo di Casadei non fa un grinza ma è chiarificatore solo per chi si disinteressa di politica internazionale. Non è un’analisi verosimile, o un’opinione geniale. E’ quello che si trova scritto in tutti i documenti ufficiali del Dipartimento di Stato, e del National Security Council. Non sono segreti. E non sono irragionevoli. Non sono frutto di complotti giudeo-massonici etc etc… Sono quello che fanno e hanno sempre fatto i paesi che detengono la leadership. L’America si sente portatrice di valori positivi. La difesa delle sua leadership garantisce la difesa del proprio standard per i suoi alleati. E direi di smetterla con l’antisemitismo. Noi come Italia siamo alleati di ferro con Israele e USA. E così deve essere.

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