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Caso Nigeria, «non ha funzionato il dialogo tra governo inglese e italiano»

marzo 12, 2012 Chiara Sirianni

Intervista all’analista militare Carlo Jean che commenta con tempi.it le ultime vicende internazioniali che hanno visto protagonista l’Italia. Sul blitz fallito: «Cameron aveva bisogno di recuperare consenso in patria e si è preso dei rischi».

Nel blitz di Sokoto, costato la vita ai due ostaggi, un britannico e l’italiano Franco Lamolinara, sono stati coinvolti una quarantina di uomini delle forze speciali britanniche che si trovavano da due settimane in Nigeria. I due ostaggi sono stati uccisi dai rapitori con un colpo ravvicinato alla testa una volta cominciato il raid delle forze speciali, secondo quanto scrive il Daily Telegraph. L’ordine del premier britannico David Cameron di far scattare l’attacco per la liberazione dei due ostaggi è arrivato giovedì mattina alle 8 ora di Londra, dopo una riunione del Cobra, il comitato britannico di emergenza. Il premier italiano Mario Monti ha detto di aver appreso del fallito tentativo di liberazione «a operazione già avviata». Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è intervenuto auspicando un «necessario chiarimento sul piano politico e diplomatico», dal momento che «è effettivamente inspiegabile il comportamento del governo inglese che non ha informato e consultato l’Italia». Londra smentisce, dicendo di aver «mantenuto un regolare contatto con le autorità italiane durante il caso» dei due ostaggi rapiti. Dopo la vicenda dei due marò arrestati in India, la politica estera del governo Monti sembra essere meno incisiva del previsto. tempi.it ha chiesto un parere a Carlo Jean, esperto di strategia militare e geopolitica.

Il ministro Terzi si sta muovendo nel modo giusto?
Non ha funzionato il collegamento tra il governo inglese e quello italiano, che avrebbe dovuto essere avvisato prima che l’operazione fosse avviata. È vero che quando si fanno raid di questo tipo ci sono molte incognite e non si può sempre avere la certezza del risultato. Probabilmente gli elementi di intelligence non sono stati sufficienti.

È d’accordo con l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni quando dice: «Sono convinto che con il ministro Frattini la vicenda marò si sarebbe risolta subito e positivamente»?
Non è vero. Questo tipo di operazioni vengono svolte sotto la coperta della diplomazia, ma le trattative vengono fatte dai servizi segreti. Purtroppo gli episodi drammatici, come questo, fanno parte del gioco.

Al netto delle difficoltà operative, c’è un problema di credibilità internazionale?
Il problema di questo tipo di azioni è che vengono fatte sotto la massima riservatezza, il che rende complicato entrare nei dettagli, che non sapremo mai. In questi casi si è sempre costretti a trattare con intermediari e spesso sono persone non proprio raccomandabili, certo non affidabili. A volte va bene, a volte va male. 

Siamo davanti a uno dei limiti del governo “tecnico” che in quanto tale difetta degli aspetti più squisitamente politici, diplomazia compresa?
Il problema non è tanto di governo, ma di rapporto tra intelligence. Può essere che ci fossero posizioni diverse. Quel che è certo è che Cameron aveva bisogno di recuperare consenso in patria. E si è preso dei rischi.

E per quanto riguarda il caso dei due marò italiani, accusati di aver sparato a due pescatori indiani?
Il 18 aprile in India ci saranno le elezioni. Sonia Gandhi, che guida il Congresso e presiede l’Alleanza Progressista Unita, la coalizione di centro-sinistra che sostiene il governo guidato dal primo ministro Manmohan Singh, è di origini italiane. Se crolla la popolarità dell’Italia, crolla anche la sua. E al partito induista fa gioco estremizzare il caso, per imbastire sulla vicenda una campagna elettorale nazionalista. 

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