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Carretta: «Dobbiamo rifinanziare 200 miliardi di debito in quattro mesi»

gennaio 3, 2012 Leone Grotti

Per evitare manovre da 50 miliardi di euro l’anno, l’Italia propone emendamenti al Trattato europeo. Per David Carretta, corrispondente a Bruxelles per Radio Radicale, siamo in ritardo e abbiamo problemi più urgenti: «Ci faranno pressione perché chiediamo un prestito al Fmi, come ha dovuto fare l’Irlanda»

L’Italia ha definito una serie di emendamenti per cambiare la bozza dell’accordo europeo, rifiutato solo dal Regno Unito, deciso il 17 dicembre e che dovrebbe essere firmato i primi giorni di marzo. L’Italia propone innanzitutto di inserire delle eccezioni all’articolo 4, secondo cui quando il rapporto tra debito pubblico e Pil supera il 60%, e l’Italia è al 120%, lo Stato è obbligato a ridurlo di un ventesimo all’anno. Che tradotto significa manovre da 40 o 50 miliardi di euro ogni 12 mesi. Inoltre, vorrebbe anche che la Commissione assumesse un ruolo più decisivo nella governance. «L’Italia cerca di limitare i danni» illustra i tentativi del governo Monti a Tempi.it David Carretta, corrispondente a Bruxelles per Radio Radicale. «Ma siamo fuori tempo massimo, le modifiche dovevano farle prima e comunque il vero problema dell’Italia è un altro: riuscire a rifinanziare oltre 200 miliardi di debito nei prossimi quattro mesi».

Essere costretti a fare manovre da 40 miliardi di euro all’anno non sarebbe un problema?

«Il governo Monti si sta muovendo in tutti i modi per evitare di dovere obbedire a queste regole. Io però penso che sia inutile proporre delle modifiche ora. Siamo fuori tempo massimo, l’articolo 4 dovevano negoziarlo prima. Poi tutto può accadere da qui a marzo ma i giochi ormai sono fatti, dovevano pensarci prima».

La Germania non li accetterà?
«Mi sembra difficile, anche perché l’articolo 4 non è una novità, era già stato sancito dal Patto di stabilità. L’unica differenza è che ora gli accordi diventeranno di rango primario e non più secondario come prima. Avranno più importanza formale, è un fatto simbolico, ma le regole sono sempre quelle di prima».

Il nuovo trattato, quindi, non contiene nessuna novità?
«Una sì, e cioè la norma che prevede che la Corte europea di giustizia verifichi che tutti i punti del Trattato vengano rispettati dai singoli Stati. È una norma che non ha senso, perché non mi risulta che la Corte di giustizia abbia le giuste competenze economiche per svolgere questo ruolo».

L’Italia si sta muovendo in modo più autorevole di prima in Europa?
«Sicuramente è più competente, perché l’1 e 2 marzo, quando gli ultimi dettagli del Trattato saranno decisi prima della firma definitiva, al tavolo con gli altri capi di Stato ci sarà Monti, che di queste cose se ne intende molto, non ci saranno consiglieri. Stando a quello che ho letto, l’unico emendamento interessante proposto dall’Italia è quello di accrescere il ruolo della Commissione. Il soggetto della governance dovrebbe essere proprio la Commissione e questa è una proposta forte, davvero europeista. Oggi invece la Germania ne mette in discussione il ruolo. Però vorrei sottolineare che l’Italia adesso ha problemi più gravi da affrontare nei prossimi mesi».

Quali?

«L’Italia è molto debole sui mercati finanziari. Nei prossimi quattro mesi dovrà rifinanziare oltre 200 miliardi di debito e sarà molto difficile visto l’attuale livello degli spread. Sicuramente alcuni Stati faranno pressione perché chiediamo un prestito al Fondo monetario internazionale».

Ma non dovevamo essere diventati più forti dopo l’ultima manovra?
«Prendiamo l’ultimo Consiglio europeo: Monti si era prefissato di rompere l’asse franco-tedesco, proporre gli eurobond, mediare in modo vincente con il Regno Unito. Non ha ottenuto niente, non perché non si sia impegnato ma perché l’Italia, come anche la Francia e il Regno Unito, è debole mentre la Germania è forte, e infatti ha ottenuto tutto quello che voleva».

Già l’Irlanda e il Portogallo sono state spinte a chiedere un prestito.
«In passato alcuni governi hanno fatto pressione su Irlanda e Portogallo perché chiedessero un prestito. Questa mossa non ha impedito, come abbiamo visto, che la crisi si estendesse a tutta la zona euro. Per me l’Irlanda poteva evitare di chiedere il prestito, le è costato moltissimo, anche se ora forse, avendo cominciato prima degli altri la politica del rigore, potrà cominciare prima a crescere. Qualche segnale positivo c’è, cosa che non si può dire invece per il Portogallo».

È un bello smacco da accettare.

«Secondo me è sbagliato farne un problema di orgoglio. Quello che ci vuole davvero è un calcolo economico: quanto ci costerebbe? Sarebbe un guadagno per noi oppure no? Certo, questa operazione dovrebbe farla un governo eletto dai cittadini con un chiaro mandato popolare e non un esecutivo tecnico».

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