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“La vita secondo Havel”. Ecco il film-documentario sul leader del dissenso mitteleuropeo

dicembre 9, 2014 Angelo Bonaguro

Havel_poster_filmSi apre con una sequenza inedita di Václav Havel che «suona» dei bidoni come fossero tamburi il film-documentario di Andrea Sedláčková che riassume l’intensa vita del drammaturgo-dissidente in poco più di un’ora. Presentato a Praga il 16 novembre scorso, alla vigilia dell’anniversario della Rivoluzione dell’89, La vita secondo Havel è una produzione ceco-franco-tedesca e rappresenta la seconda preziosa opportunità di quest’anno per approfondire la vita del dissidente e presidente ceco, a pochi mesi dall’uscita della biografia in lingua inglese curata da Michael Žantovský, uno dei suoi primi collaboratori.
Sedláčková ha composto un gran bel mosaico sintetizzando 600 ore di filmati d’archivio, centinaia di fotografie e di documenti. Lei stessa, che ha conosciuto Havel nell’89 prima di emigrare a Parigi, ha dichiarato di non aver voluto fare «un’opera obiettiva: è Havel come lo vedo io», che «racconta e riflette sulla sua vita e sui vari aspetti filosofici che ne derivano». Tuttavia la resa è estremamente fedele agli avvenimenti storici e al personaggio reale, e la regista – pur dovendo sacrificare moltissimi episodi, – descrive un Havel con pregi e difetti, con tutte le sue passioni e le sue fobie, ma con l’ammirazione dovuta a chi «per me e per la mia generazione è considerato colui che ci ha donato la libertà».

La regista, che nel 2005 aveva curato il montaggio di Joyeux Noël e quest’anno con Fair Play è candidata all’Oscar per il miglior film straniero, ha scelto di non utilizzare interviste o testimonianze di terze persone, e di limitarsi a brevi commenti personali lasciando parlare il suo eroe. Unica eccezione è la scena toccante alla fine del documentario, quando a raccontarci gli ultimi istanti della vita di Havel è suor Holíková – una delle religiose che lo assistevano nella casetta di campagna, – e viene inquadrato l’ultimo biglietto scritto alla moglie, in cui scrive: «Arrivederci, Dášenka! Incrocia le dita per me!».

Havel intervistato in America negli anni '60.

Havel intervistato in America negli anni ’60.

Su Havel presidente sono stati girati tantissimi filmati, già utilizzati per produrre brevi documentari, tuttavia mancava un film che narrasse l’intero arco della sua vita. Per una buona metà la regista ripercorre gli eventi drammatici della storia cecoslovacca che hanno accompagnato la vita della famiglia Havel: lo vediamo esattamente come lui stesso si è descritto: «Bambino di famiglia borghese, assistente di laboratorio, recluta, macchinista di teatro, drammaturgo, dissidente, carcerato, presidente, pensionato, fenomeno pubblico ed eremita, presunto eroe e fifone segreto». Vi sono alcune chicche inedite, come l’audio della canzoncina di Natale cantata dai fratelli Havel, o foto dall’album di famiglia che aiutano a coprire l’assenza di filmati dall’adolescenza fino al ’65, quando ormai era già trentenne.

Molto interessanti sono le sequenze sul giovane talento letterario che alla metà degli anni ’60 riscuote notevole successo come astro della nuova generazione di scrittori che non temono di criticare e sbeffeggiare le inefficienze del regime comunista. Lo ritroviamo a rilasciare interviste nell’America della cultura hippy ma, accanto a tanta fama, ecco comparire uno dei primi rapporti della polizia politica, siglato top secret e datato agosto 1965, in cui l’informatore scrive che il pubblico «è completamente affascinato da Havel».

L'ultimo biglietto alla moglie, dicembre 2011.

L’ultimo biglietto alla moglie, dicembre 2011.

Poi comincia la parte più nota e altrettanto «avventurosa» della sua biografia: la doccia fredda dell’invasione sovietica del ’68, la sua lettera pubblica al presidente Husák in cui critica la politica di «normalizzazione» condotta «a prezzo della crisi spirituale e morale della società», la nascita della comunità di Charta 77, gli anni del carcere e la maturazione personale che ne fa il leader indiscusso del dissenso mitteleuropeo, fino alla «fiaba» dell’89 e agli anni della presidenza, dapprima un po’ bohémien e poi solidamente «politici».
«Alla fine – ha scritto Havel – devo chiedermi come mai una persona pacifica come me debba vivere una vita così avventurosa, e se questo non dipenda solo dal fatto che la vita stessa, anche la più normale e la più insignificante, è un miracolo incredibile. Una favola ora bella, ora emozionante e qualche altra volta terribile».

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