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Il corteo dei falciatori

marzo 8, 2012 Marina Corradi

Pubblichiamo l’articolo di Marina Corradi, apparso sul numero 44/2011 di Tempi.

L’erba nei prati, al 20 giugno, è altissima. Più alta di me. Nella confusione dei saluti con i padroni di casa, all’arrivo, sguscio via e mi allontano quatta – verso la mia giungla. Dentro l’erba che mi sommerge, tra le margherite selvatiche su cui si posano le api a succhiare. Il sole verticale sopra di me, a mezzogiorno, dentro quel trionfo di fiori. Mi inoltro nel mezzo, giocando alla tigre nella savana. Sono ancora così piccola che dai margini del prato non mi si può vedere. 

«Marina!», mi chiamano dopo due minuti, già lievemente ansiose, le voci di mia madre e di mia sorella Lucetta. Io, tigre docile, ritorno in cortile. Ma già inebriata dal profumo dell’erba, e come dolcemente ubriaca. Avendo fiutato l’estate, viva, carnale, in quei prati fioriti. Sterminata davanti a me, in giornate quiete e uguali. Nel tempo dilatato dei pomeriggi pigri; quasi immobile, come un fiume largo che arrivato alla foce non abbia fretta di annullarsi nel mare. 

Quei fiori, quelle api impazzite. Ma già il mattino dopo al mattino presto vedo salire dal paese la cugina Ester, alta e secca sotto il lungo vestito nero, e con su una spalla la falce. Cammina adagio, di un passo da montanara sulla strada ripida; mi incanto a guardarla – quella sua faccia scavata, le mani ossute e la lama arcuata della falce che le spunta accanto al viso. Sulla soglia di casa Rinaldo e Olga, il figlio e la figlia non maritata di Giuditta, sono pronti con le loro falci. L’erba, nei primi anni Sessanta, a Cortina si taglia ancora a mano. Anche Giuditta brandisce la sua falce; e, così vecchia con quella lama annerita per le mani, mi risveglia un sottile spavento. Come l’eco di qualcosa che conosco già, ma a cui non so dare un nome. 

Seguo eccitata il corteo dei quattro falciatori, sebbene un po’ triste per la mia giungla. I colpi netti e costanti giustiziano le margherite e gli altri fiori. Ma in quella morte, il profumo dell’erba si fa più acuto e ubriacante. Anche questo è il ricordo di qualcosa, come scritto in una memoria ancestrale. Possibile che io sappia l’odore dell’erba tagliata dai miei nonni, sessant’anni fa, sull’Appennino emiliano? Eppure quel profumo mi commuove. 

Colpi secchi dati col braccio allargato, perfettamente cadenzati; pause, ogni tanto, a riaffilare la lama con la cote. Che strano sasso, fammelo vedere – faccio io, subito avvicinatami, instancabilmente curiosa. 

Il sole si alza, comincia a bruciare, le fronti grondano di sudore. Giuditta riposa all’ombra di un albero, gli altri vanno avanti, disciplinati come fanti, l’erba che cade in fasce diritte e parallele. Alla mezza – le campane dal paese scandiscono gravi e dolci le ore – il grande prato accanto alla casa è tagliato. Il sole accecante asciugherà presto il fieno. Deve seccare in fretta: ché Giuditta è sicura, da certi suoi dolori alle ossa, che presto il tempo va a cambiare. 

E già il giorno dopo, a mezzogiorno, si comincia a rastrellare. Anche io: mi hanno dato un rastrello uguale ai loro, vecchio, di legno, molto più lungo di me. Disordinatamente affastello un mio mucchietto, mentre gli altri procedono in quel loro ordine da esercito asburgico. È faticoso, raccogliere il fieno; e quando il rastrello è carico, alzarlo e gettarlo nel covone. Sento le guance scottare sotto il sole – Giuditta mi guarda ridendo dall’ombra, e mi insegna.

Tratto dall’ultimo di libro di Marina Corradi, Da Bambina, Marietti 1820

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