VERSO IL MEETING/15 Storie dai quattro angoli del mondo

Gian Micalessin, inviato del Giornale, e il gusto di immergersi nella vita quotidiana delle persone, mentre lottano per sopravvivere a un terremoto o a un conflitto

La vita quotidiana di un plotone di soldati nordamericani che presidiano la valle sperduta di Korengal a Restrepo, uno dei più pericolosi avamposti statunitensi in Afghanistan; la storia di Kristofer Goldsmith e di altri che, come lui, di ritorno dalla guerra in Iraq, si trovano ad affrontare un altro conflitto contro un nemico ben più pericoloso dei talebani, il disturbo post traumatico da stress che porta molti membri dell’esercito al suicidio; i sogni e le aspirazioni di otto ragazzi e ragazze di Bengasi, dopo la liberazione della città libica dal regime di Muammar Gheddafi; infine, la quotidianità del Giappone sconvolta dal terremoto e dallo tsunami dell’11 marzo, tra i più violenti della storia. Sono i quattro documentari che verranno presentati al Meeting 2011 all’interno della rassegna “Storie del mondo”, diventata ormai un appuntamento fisso della manifestazione riminese. «Tutti i nostri documentari sono racconti di uomini», spiega l’inviato del Giornale Gian Micalessin, «l’eroico freelance che da anni lavora in solitudine», per usare le parole con cui Roberto Fontolan, l’altro curatore della rassegna, lo presenta da sempre al pubblico del Meeting. «Le notizie offerte dalla televisione sono spesso superficiali, non arrivano mai al cuore di una storia», riprende Micalessin. «I documentari, invece, scavano più in profondità, fino a indagare l’essere umano e a raggiungere l’individuo coinvolto».

“Storie del mondo”, alla sua decima edizione, esordisce nel 2002, grazie alla collaborazione con Ventiquattrore.tv, con un ciclo intitolato “Le guerre del dopoguerra”. Primo documentario trasmesso: un reportage sulla strage di Srebrenica e sugli orrori di un massacro di cui Ratko Mladic, uno dei responsabili, è stato catturato di recente. Allora come oggi, gli incontri hanno uno scopo ben preciso: «Nella tv italiana c’è un’enorme carenza di documentari, vanno molto di più le notizie fredde, poco approfondite. Io e Roberto, invece, siamo sempre stati appassionati di questo genere e volevamo provare a dare spazio al documentario in Italia attraverso il Meeting. Sapevamo che la platea poteva essere interessata e, quando la prima volta ci siamo ritrovati la sala piena, abbiamo capito che non ci sbagliavamo. Negli anni poi è diventato quasi un appuntamento obbligato e le sale sempre più grandi che ci concedevano, e che si riempivano sempre, ci hanno anche costretto ad aumentare nel tempo la qualità dei servizi».

Se i documentari sono davvero di qualità lo potrà giudicare chiunque voglia prendersi la briga di assistere al Meeting a un genere che in Italia è in via di estinzione. Le premesse sono ottime: «Trasmetteremo Restrepo, candidato all’Oscar, girato da Sebastian Junger e Tim Hetherington, giornalista e fotografo angloamericano ucciso quest’anno da una bomba a Misurata, in Libia. Per girarlo hanno passato 15 mesi in Afghanistan, in una delle valli più sperdute del paese, assieme ai soldati. Niente intermezzi, nessuna interruzione, neanche un’intervista a generali e politici: c’è solo la vita quotidiana di uomini impegnati nella guerra contro il terrorismo».

Come testimonia il secondo documentario della rassegna, spesso la guerra non finisce con il congedo e il ritorno a casa: «Ward 54 è stato presentato anche al Festival di Venezia. È un’opera della durata di un’ora di Monica Maggioni, che ha seguito tante volte i soldati americani in tutto il mondo. Racconta la storia di alcuni uomini dell’esercito che una volta tornati a casa continuano a vivere i fantasmi della guerra, senza poter riprendere la loro esistenza normale. Monica vive a fianco dei soldati, dei loro familiari e racconta le storie drammatiche di chi è riuscito a superare la malattia e di chi non ce l’ha fatta».

Trema fortissimo! Tranquillo, tranquillo
«È tutto ok, non ti preoccupare», dichiara steso sotto il tavolo di una casa un giapponese mentre tutto crolla sotto le scosse del terremoto. È uno spezzone di Giappone, voci dall’Inferno, terzo documentario della rassegna 2011. «Trema fortissimo!», gli risponde una voce terrorizzata. «Tranquillo, tranquillo», rassicura lui contro ogni logica. «Il terzo reportage mette insieme tutte le immagini riprese con i cellulari e le telecamere di sorveglianza delle prime 24 ore di quel tremendo terremoto che ha scosso il Giappone a marzo, cui è seguita poi l’enorme mareggiata che ha spazzato via tutto», spiega Micalessin. «Ci riguarda tutti da vicino perché è l’evento che ha fatto scattare l’allarme nucleare nel mondo, con tutte le conseguenze che questo porta nelle nostre vite».

Ma il reportage più attuale è quello che, forse, Micalessin lascia per ultimo anche per modestia: «Libia: i ragazzi della rivoluzione l’ho girato a Bengasi e ha vinto il premio Ilaria Alpi 2011. Due settimane passate gomito a gomito con otto giovani ragazzi della roccaforte libica dei ribelli». Uno di loro, Mohammed, nei giorni in cui infuriava la battaglia a Bengasi contro gli uomini di Gheddafi, faceva il volontario in ospedale. «Salivo sulle ambulanze e trasportavo le persone dentro l’ambulatorio. Vedi questo marciapiede?», chiede indicando al cameraman un passaggio pedonale molto largo. «È grande, eppure non si poteva camminare tanti erano i corpi distesi sopra. Non riesco a trovare le parole per descrivere quello che ho visto».

Cosa sognano i ragazzi di Bengasi
Immagini commentate così dall’autore: «È un semplice racconto di quello che vogliono e che sognano i ragazzi di Bengasi, dopo che la città è stata liberata dalla morsa degli uomini di Gheddafi. È un reportage che permette di capire che tipo di società sia quella libica, musulmana, molto tradizionalista e ipocrita, perché non puoi nominare in pubblico tua sorella e non puoi neanche dire che hai una fidanzata». Quattro documentari, quattro tipi diversi di “Storie del mondo”, che portano però un contributo al tema del Meeting 2011 “E l’esistenza diventa un’immensa certezza”. «Nei reportage che presentiamo quest’anno la vita si afferma sempre», dice Micalessin. «Tutti e quattro sono racconti di uomini, ripresi in momenti tragici della loro esistenza come la guerra o il terremoto, impegnati a combattere contro fantasmi e difficoltà. L’esistenza diventa un’immensa certezza: è vero, però tutti passano attraverso lati oscuri, in cui bisogna combattere per affermarlo. Come ho constatato di persona in Libia: dove nonostante la guerra, i giovani di Bengasi lottano per una vita nuova».