Venezuela. Sarà l’esercito a decidere se è iniziata la “primavera di Caracas”

Il leader dell’opposizione Juan Guaidó si è autoproclamato «presidente» al posto di Maduro. Ma il dittatore controlla le forze armate, che lucrano sulla povertà del paese e finora non gli hanno mai voltato le spalle

Il leader dell’opposizione Juan Guaidó arringa la folla a Caracas

Gli occhi del Venezuela e del mondo sono puntati sull’esercito. Il successo o meno della clamorosa iniziativa di Juan Guaidó dipende infatti quasi esclusivamente dalle forze armate. Ieri il leader dell’opposizione di 35 anni, membro del partito Voluntad Popular e capo del Parlamento esautorato dal regime, si è autoproclamato «presidente incaricato» al posto del dittatore Nicolás Maduro, che ha definito «usurpatore». Davanti a una folla di migliaia di persone, nella capitale Caracas, ha promesso di formare un governo di transizione e di indire libere elezioni.

L’APPOGGIO DI TRUMP

Nel giro di pochi minuti ha ricevuto l’esplicito appoggio degli Stati Uniti, per bocca del presidente Donald Trump e del segretario di Stato Mike Pompeo, dell’Unione Europea, del Brasile e della Colombia. Immediata la reazione del regime comunista in salsa bolivariana: una contromanifestazione è stata organizzata attorno al palazzo presidenziale. Maduro è uscito sul balcone per arringare i suoi fedelissimi («da qui non ci muoviamo»), ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, dando 72 ore affinché tutto il personale diplomatico lasci il Paese, e secondo alcune voci ha già spiccato un mandato di cattura per Guaidó.

Ieri la manifestazione popolare è stata repressa nel sangue e almeno 14 persone sono state uccise dalla polizia. Guaidó ha chiesto all’esercito di «disobbedire al governo di Maduro», che ha inaugurato questo mese il suo secondo mandato dopo elezioni truccate, ha nominato una Corte Suprema e un parlamento favorevoli al governo. Non è chiaro però come si comporteranno le forze armate.

«MILITARI FEDELI A MADURO»

«La leadership militare è fedele a Maduro e continuerà a sostenerlo fino alla fine», ha dichiarato all’agenzia Reuters un alto ufficiale dell’esercito in forma anonima. Lunedì una ventina di ufficiali di basso livello della Guardia nazionale hanno accennato una rivolta, ma l’incidente è stato soffocato in fretta. «Se si fosse rivoltato un intero battaglione sarebbe stato un evento importante», ha spiegato l’esperto militare del gruppo Citizen Control, Rocio San Miguel, «ma un semplice sergente non conta molto».

Le forze armate sono saldamente legate a Maduro, che gli permette di approfittare della crisi economica e umanitaria che affligge il Venezuela. Secondo un’indagine condotta nel 2016 dall’Associated Press, che ha intervistato più di 60 ufficiali dell’esercito, tanto i generali quanto i soldati semplici fanno una fortuna innanzitutto trafficando le scarsissime quantità di cibo disponibili nel paese. Il cibo, infatti, è oggi in Venezuela «un mercato nero più fiorente della droga». Quasi tutte le derrate alimentari del paese vengono importate e la corruzione è altissima: per far entrare nel paese qualsiasi cosa bisogna oliare con mazzette i responsabili del ministero del Cibo, in mano all’esercito, con tangenti milionarie. Circa il 50 per cento del valore di ogni importazione finisce nelle tasche dell’esercito e per ogni documento necessario sono richiesti fino a 10 mila dollari di tangenti. Anche per trasportare il cibo bisogna pagare: «A ogni checkpoint bisogna tirare fuori almeno 10 mila bolivar», spiega un camionista.

Non solo: ufficiali dell’esercito sono stati inseriti da Maduro in tutti i posti chiave e più remunerativi, come quelli che riguardano la compagnia petrolifera statale Pdvsa. Inoltre, coloro che hanno cercato di ribellarsi negli ultimi anni sono stati arrestati e torturati, insieme alle famiglie.

IL VENEZUELA MUORE DI FAME

Questa combinazione di affari e terrore, che affama il popolo venezuelano e ingrassa l’esercito, è consentito da Maduro, che si assicura così la lealtà delle forze armate. Nonostante questo, molti soldati sono scontenti. Solo l’anno scorso almeno 4.000 ufficiali hanno disertato e sono scappati dal paese. Con l’inflazione che a fine 2019 raggiungerà l’astronomica cifra di 23 milioni per cento, infatti, anche i salari dell’esercito valgono poco o niente. L’opposizione, inoltre, ha promesso di approvare un’amnistia perché i soldati che in questi anni hanno compiuto crimini obbedendo a Maduro non possano essere toccati dalla giustizia.

Nonostante questo, per il momento non ci sono segnali che l’esercito voglia voltare le spalle al dittatore, successore di Hugo Chavez. Non l’ha mai fatto in questi anni, nonostante la crisi abbia causato la fuga di almeno 2,3 milioni di venezuelani, trasformato gli ospedali in  «campi di sterminio» per l’elevato numero di persone che vi trova la morte, in assenza di medicine, e affamato la popolazione, che mangia quando va bene in media una volta al giorno (non basta uno stipendio mensile per comprare le uova), per non parlare dei continui blackout che affliggono le città. La mancanza di energia nel paese che si trova seduto sulle più grandi riserve di petrolio al mondo è un insulto alla decenza, per non parlare della vergogna internazionale causata dal ritorno di malattie già debellate come malaria, morbillo e difteria.

Il popolo è stanco ed esasperato, la Chiesa cattolica insiste nell’indicare Maduro come il principale responsabile del caos e dell’inefficienza del paese, ma il dittatore dà la colpa di tutto agli «imperialisti». Fino ad ora l’esercito ha sempre chiuso gli occhi e appoggiato Maduro: ora un leader dell’opposizione, l’unico che non sia stato già arrestato, si è esposto e gode di ottimi appoggi internazionali. Saranno le forze armate a decidere se la primavera di Caracas è finalmente iniziata.

Foto Ansa