Venezuela, non basta uno stipendio per comprare le uova

Un paese al tracollo, iperinflazione stimata all’1.000.000 per cento, bambini malnutriti, famiglie alla ricerca di cibo nei cassonetti, malaria. E nessuna garanzia per chi fugge oltre confine

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Nel 2014 una persona con il suo salario minimo poteva comprare quattro cartoni di uova. Nel 2016 tre cartoni di uova. Nel 2018 non può permettersi nemmeno un cartone di uova. Terminerà sabato prossimo la visita ad limina dell’episcopato venezuelano a Roma, un’occasione per «aprirci alla speranza, non soccombere alla contingenza storica anche se più distruttiva che mai, per avvicinarci a questa roccia forte, a questa pietra su cui è stata edificata la Chiesa di Cristo», ha spiegato monsignor José Luis Azuaje, arcivescovo di Maracaibo e presidente della Conferenza episcopale venezuelana.
UN MILIONE PER CENTO. Il Venezuela è al tracollo, manca tutto, dal cibo alle medicine, l’iperinflazione entro fine anno rischia di arrivare all’1.000.000 per cento, cifra assurda che ben sintetizza come il paese stia vivendo la peggiore crisi della sua storia recente: ne ha parlato al Sir da Caracas Janeth Marquez, direttrice di Caritas Venezuela, unica istituzione a diffondere aggiornamenti sulla crisi umanitaria in corso dal momento che il governo di Nicolas Maduro non rende noti i dati ufficiali.
BAMBINI ABBANDONATI. Qui l’87 per cento delle famiglie venezuelane vive in condizioni di povertà, i bambini non vanno a scuola e vivono in alloggi di fortuna, spesso abbandonati dai genitori (su tempi.it vi avevamo già raccontato il dramma delle madri che abbandonano i figli perché non possono sfamarli), troppo poveri per mantenerli oppure emigrati in cerca di condizioni migliori di vita. «Nelle parrocchie più povere dove lavoriamo – racconta Marquez – la malnutrizione acuta globale è raddoppiata in un anno, passando dall’8,2 per cento dell’ottobre 2016 al 16,2 per cento nel dicembre 2017. Quest’anno c’è stato un calo della tendenza fino al 12,2 per cento, dovuta a continui bonus del governo in vista dei processi elettorali, alle rimesse degli emigrati che ora cominciano ad arrivare alle famiglie rimaste in Venezuela e alla cooperazione fraterna».
CIBO DAI CASSONETTI. Nell’agosto 2017 – continua la direttrice di una Caritas attivissima sul fronte delle iniziative solidali – il 63 per cento delle famiglie ha cercato fonti alimentari insolite e degradanti, ad esempio cercando il cibo nei cassonetti; il 73 per cento ha visto deteriorarsi il proprio benessere nutrizionale e mangia solo una volta al giorno, ricorre a cibo non sicuro «o non mangia affatto (di solito le donne) per dare cibo ad altri familiari». Non solo in tutto il paese il 90 per cento dei trasporti resta paralizzato, e l’acqua è fornita meno di tre giorni a settimana, nel solo aprile 2018 ci sono stati 175 mila casi di malaria a Edo, Bolivar, e 78 casi di tubercolosi ogni 100 mila abitanti a Caracas nel 2017.
QUATTRO MILIONI DI PROFUGHI. Speso il cento per cento dei propri averi per acquistare cibo i poveri continuano dunque a vedere polverizzati i propri stipendi e risparmi, ma la corsa all’emigrazione inizia ad essere frenata dai paesi limitrofi: «Nell’agosto 2018 Perù e Brasile hanno dichiarato l’emergenza sanitaria e umanitaria ai confini con il Venezuela, a causa dell’elevata pressione demografica dei migranti venezuelani. In Ecuador, Perù e Cile sono iniziate restrizioni all’ingresso dei venezuelani, esigono visti e passaporti. L’Unhcr America riconosce che la migrazione venezuelana è il più grande movimento migratorio nella storia recente del continente e stima oltre 2 milioni di persone che hanno lasciato il Venezuela negli ultimi 3 anni». Considerando le precedenti fasi migratorie si calcola che circa 4 milioni di venezuelani siano emigrati in Colombia, Brasile, Trinidad, Ecuador, Perù, Argentina, Cile e Uruguay. «Molti hanno esaurito i mezzi di sostentamento, sono malnutriti e con malattie infettive», esponendo uomini, donne e bambini a sfruttamento lavorativo, estorsioni, discriminazioni e minacce.
SENZA PASSAPORTO. Marquez denuncia la mancanza di risposte efficaci da parte di questi Stati alle esigenze di protezione internazionale di cui dovrebbe godere la popolazione venezuelana in situazione di alta vulnerabilità: «Nemmeno i meccanismi di assistenza umanitaria dispiegati danno risposte adeguate in termini di tempo e risorse. L’accesso alle procedure per la determinazione dello status di rifugiato è ancora limitato. Il governo venezuelano, limitando l’accesso della popolazione ai passaporti, non ha fornito ai propri cittadini le garanzie necessarie per esercitare il diritto alla mobilità in modo sicuro». Per Marquez, «la migrazione forzata del popolo venezuelano richiede risposte statali inquadrate nei requisiti di protezione internazionale, garantendo a queste persone il riconoscimento dello status di rifugiato attraverso procedure giuste ed efficienti che garantiscano il diritto a ricevere assistenza e lavorare per sostenersi».
Foto Ansa

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