Una lezione di libertà dalla clausura all’Italia in quarantena

Dalle mascherine alla solitudine di san Benedetto, dal lockdown al monastero in aiuto alla fatica degli uomini e della Chiesa. Intervista a suor Maria Francesca Righi, badessa di Valserena

La vita monastica, «essa comincia con la fuga saeculi, la fuga da un mondo che si chiudeva in sé nel deserto, nel non mondo. Là domina la speranza che proprio nel non mondo, nella povertà radicale, troverà il tutto di Dio, la vera libertà»: sono parole di Joseph Ratzinger (Guardare Cristo, Jaca Book) e raccontano perfettamente la storia e la vocazione di Valserena, monastero di monache contemplative appartenenti all’Ordine cistercense della stretta osservanza fondato in pieno ’68 dalla comunità di Vitorchiano sulle colline toscane. È qui che, tra i boschi e gli olivi della val di Cecina, una quarantina di monache chiamate a seguire la regola di san Benedetto secondo la spiritualità di Citeaux sta partecipando a quanto sta vivendo l’Italia, come racconta in questa intervista a tempi.it madre Maria Francesca Righi, badessa del monastero.

L’Italia sta vivendo un periodo di chiusura forzata. Voi che siete state chiamate alla clausura e l’avete abbracciata come vedete questo segno dei tempi?
Un grande segno e una chiamata al risveglio di fede e di umanità. Come tutti, ci siamo accorte improvvisamente e anche man mano delle cose che si dovevano fare per adeguarsi all’emergenza, di quelle che non si potevano più fare, degli operai da mandare a casa, degli ospiti, dei gruppi, delle persone prenotate nella nostra foresteria che non sarebbero venute, delle facce di quei soliti che vengono alla Messa tutti i giorni. Emergenza: vuol dire il rendersi evidente di un pericolo, in questo caso di un organismo piccolissimo che si manifesta nei suoi effetti, tanto più pericoloso quanto più imprendibile. È come vivere in un grande momento di sospensione: programmi stop, viaggi stop, tante cose stop. Mi ricordo e vi ricordo quanto diceva il libro l’Opzione Benedetto parlando di un’alluvione che nessuno aspettava e che pure è arrivata: «Noi cristiani, in Occidente, siamo di fronte alla nostra alluvione millenaria – o se crediamo al papa emerito Benedetto XVI a un’alluvione sopraggiunta dopo 1.500 anni (…) La crisi spirituale che sta colpendo l’Occidente è la più grave dalla caduta dell’Impero romano, occorsa verso la fine del V secolo. La luce del cristianesimo sta spegnendosi in tutto l’Occidente».

Una “sospensione” in piena crisi, diceva, che però è anche una chiamata.
Forse questa crisi sanitaria, così grave, può avere l’effetto di risvegliarci dal letargo spirituale in cui l’Occidente e forse l’Italia si stava adagiando. Oggi le bandiere sono a mezz’asta, lutto nazionale. Una sorella mi diceva giustamente: noi dovremmo esporre la croce. Ma è sempre esposta! È lei il segno alto nel cielo! E chi la guarda? Come per gli israeliti nel deserto morsi dai serpenti cui Mosè offre come segno il serpente sull’asta, per guardarlo e rimanere in vita. Qui faccio due considerazioni: noi in Occidente siamo abituati a considerare cose che non ci “toccano” realmente le situazioni a volte disperate, la mortalità altissima, le malattie e le miserie di interi popoli da noi lontani, come non fossero reali. Lo dico avendo l’esperienza di una fondazione in Siria in tempo di guerra e un’altra fondazione in Angola, altro paese che conosce le miserie della guerra, della fame, della povertà; adesso l’Europa è nella condizione in cui molti popoli vivono abitualmente: questo fa pensare, fa riflettere. Ed è particolare questa esperienza di “confino”.

Per voi questa esperienza è frutto di una libertà, mentre a noi appare il suo esatto contrario. Cosa significa vivere separati dal mondo?
Nel primo giorno della creazione il Signore ha messo in relazione le cose, separandole: le acque dalle acque, la terra e il cielo. Come se una separazione sia in qualche modo una condizione di una relazione vera. Per noi, come dice la sua domanda, è abituale, anzi è una scelta, dunque è come se tutti fossero un po’ costretti a fare l’esperienza che i monaci scelgono liberamente. Molte famiglie non sono abituate a stare insieme a condividere le cose della vita, o a stare semplicemente in silenzio piuttosto che stordirsi di televisione o altro; da molte parti c’è la segnalazione di un gran malessere a questo riguardo. E poi su questo l’immagine dell’Italia che canta i canti della sua storia, del suo passato e del suo presente, scoprendosi unita a distanza è come la scoperta di una umanità che non si pensava più possibile.

E come vive l’improvvisa sospensione delle Messe con il popolo?
Io ho chiesto di poter continuare a lasciare aperta la chiesa per quei pochi coraggiosi che al mattino alle 7.20 partecipano alla Messa della comunità monastica. Non è stato possibile. In ogni modo non avrebbero avuto il permesso di muoversi, non essendo considerata “bene necessario” (i vescovi polacchi avendo conosciuto la dittatura più dura della storia hanno avuto la capacità di trovare l’antidoto: non eliminare le Messe, ma moltiplicarle, per pochi). Il nostro vescovo ci ha suggerito di fare Adorazione eucaristica: lo abbiamo fatto ogni domenica, le persone non possono muoversi, ma la Presenza è lì, irradia! E forse anche questo impensato digiuno eucaristico farà riscoprire il senso e l’importanza del segno sacramentale. A partire dal segno della croce, dal battesimo ai bambini, dal matrimonio benedetto da Dio unica garanzia di un Amore fedele e stabile.

E la sospensione dei funerali?
Onorare i propri morti è segno della civiltà di un popolo, forse questo dolore grande di non aver potuto accompagnare i propri cari farà riscoprire il valore infinito di ogni vita, la comunione profonda che ci unisce al di là della morte, e la grazia dei sacramenti della Chiesa.

Cosa si sente di dire a chi vive questo periodo, a cosa bisogna guardare perché non resti un tempo vuoto e sospeso?
Che questo tempo può esser proprio l’occasione per un “a fondo” con l’umanità di ciascuno, con gli strati sommersi della nostra umanità, con le domande che non hanno mai avuto risposta, o le cui risposte si sono rivelate nel tempo parziali, avere anche il coraggio di guardare in faccia la paura, come pur il dolore di tante vite spente, la solitudine, e dunque anche la morte, la paura della morte, propria o altrui; guardiamola, riscopriamo il senso grande della vita umana – così grande che è eterno – e il bisogno di senso, di significato, guardiamo anche quali sono le cose che nel momento della “crisi” restano, tengono duro, i rapporti veri, il credo condiviso, la memoria comune, la speranza comune. A cosa guardare: guardare a Cristo e al segno della sua croce gloriosa, unico segno nel quale ogni brandello di fatica diventa prezioso, ogni domanda trova luce.

Come si fa a “prendere posizione” sotto la croce?
Cosa fece Gregorio Magno, davanti alla minaccia dei Longobardi che stavano cingendo Roma d’assedio, avanti alla minaccia ulteriore dell’epidemia di peste? Pronuncia le omelie sul profeta Ezechiele. C’era una evidente consonanza di situazione: Ezechiele in esilio, il popolo in esilio, minacciato nella sua esistenza e nella sua identità. E cosa dice in queste omelie? Sostanzialmente come edificare la chiesa a partire dalla vocazione contemplativa. È una scelta: non parla né della peste né della guerra incombente: dice quel che c’è da fare, costruire la chiesa sul fondamento della pietra angolare che è Cristo, nei suoi diversi ministeri e servizi. Cosa fa il popolo di Israele in esilio quando ha perso i segni della sua identità? Li recupera interiorizzandoli: la scrittura, il sacerdozio, la profezia, l’attesa del Messia; quindi anche noi dobbiamo ri-interiorizzare e ri-identificare i segni della nostra identità di cristiani, di italiani, di esseri umani.

Ci sono delle immagini in cui specchiarsi?
È ancora Gregorio, nel libro dei Dialoghi, a offrire all’Italia le immagini dei suoi santi ai quali guardare: san Benedetto per esempio. Il quale a sua volta cosa lascia? La regola e l’esempio dell’habitare secum, della capacità di stare con se stessi sotto lo sguardo di Dio “ed abitava lì, solo con se stesso, sotto gli occhi di Colui che dall’alto vede ogni cosa” (Dialoghi, cap III). Il decreto del “stare a casa” è arrivato dopo. Per lui è stato il segno della via da seguire, la scelta libera di nascondersi nello Speco. Se qualcuno è stato al Sacro Speco, dove Benedetto giovane è nella grotta, e a Montecassino, dove Benedetto è rappresentato in atto di morire con le braccia aperte come a raccogliere tutto il mondo non solo dentro un unico sguardo di fede e di misericordia, non può non ricordarsene.

Voi ricevete molti messaggi dal mondo. Cosa vi chiedono oggi?
La cosa paradossale è che tutto ciò è conciso con la Quaresima che è praticamente oggi quasi l’unico spazio di tempo in cui le porte dei monasteri sono più chiuse, in foresteria non si accoglie nessuno, se non casi specialissimi, o gruppi per una giornata, ma non soggiorni lunghi, in cui telefono e messaggi tacciono, alle famiglie si scrive prima dell’inizio della quaresima per poi ritrovarsi a Pasqua: ebbene, i nostri telefoni e le nostre caselle mail non sono mai state tanto tempestate di messaggi. Per chiedere cosa? Molti ci hanno chiesto di mettere in rete il nostro ufficio monastico, o la celebrazione della Messa, e abbiamo rimandato a ciò che è disponibile oggi online, la Messa quotidiana del papa, o altri siti più attrezzati, ma cercheremo di rendere disponibile il canto a Maria, la Salve Regina di ogni sera, l’antifona a Maria per allontanare la peste. C’è una sollecitudine affettuosa da parte di chi ci conosce e una domanda impaurita e angosciata di chi cerca un senso di sicurezza e di pace, una parola buona, una preghiera, altro. Avvertendo questa paura diffusa che tende anche a diventare angoscia ci siamo messe con il nostro laboratorio artigianale di profumi a produrre igienizzante che continuiamo a produrre e continuano a chiedere, come pure abbiamo improvvisato un reparto delle sorelle che lavorano in guardaroba dedito alla confezione di mascherine per il nostro ospedale.

Cosa sentite di dove comunicare?
Una vicinanza, spirituale: con la preghiera, con le Messe offerte per tanti che muoiono senza sacramenti, per chi sta male, per gli amici ammalati, con la fedeltà all’Ufficio divino, che è il nostro compito primo, il luogo del combattimento della lode, della supplica, per tutti. E una vicinanza concreta nel lavoro, che è piuttosto cresciuto, ma con tutti gli infermieri e i dottori in superlavoro, perché dovremmo noi tirarci indietro? Ho compreso meglio in questa circostanza quanto mi diceva il mio padre nello spirito, monsignor Luigi Giussani: che i monasteri sono per aiutare la fatica della chiesa.

È possibile per noi, abituati al continuo rumore, dare un valore al silenzio che echeggia nelle città desolate? E all’amicizia tra di noi, ora che siamo tutti lontani?
È possibile riscoprire questi due valori insieme nella loro preziosità e nel loro rapporto reciproco: non c’è amicizia che non nasca dall’ascolto e dal silenzio e non c’è silenzio che non conduca all’accoglienza dell’Altro e degli altri. L’abitudine al rumore è come uno stordimento dell’anima in modo che non ponga domande difficili e pericolose. Con il silenzio le cose ritornano alla Origine vera, e l’amicizia può essere riscoperta come passione per un compito comune nella storia. Non so ma è come più chiaro che solo la fede cristiana è capace di interpretare la storia, ed è chiamata a leggere anche questo grande segno. Per dare valore al silenzio esteriore occorre avere un profondo silenzio interiore, ma un silenzio abitato, allora si può vedere che il silenzio delle nostre città e chiese è un silenzio che è preghiera e attesa e può essere pieno di speranza.

Il Papa ha detto: non potevamo illuderci di essere sani in un mondo malato, parlando in una piazza vuota ma con milioni di persone a guardarlo dalla tv e dal web. Che eco hanno avuto in voi quelle parole?
C’eravamo anche noi a guardare questo spettacolo, e tutta la comunità era in ginocchio a ricevere la benedizione con il Santissimo. Le parole del Santo Padre hanno detto la semplice verità, che siamo ammalati e non lo sappiamo, non sappiamo più identificare i virus spirituali che la tradizione chiama vizi: a volte li confondiamo con “diritti”, e dunque non li “trattiamo” come tali. E’ stato un momento di grandissima preghiera, comunione direi “cosmica”, un momento di grandissimo conforto e grazia. E un momento storico come pochi nella storia della chiesa: penso all’elezione di tale Karol Wojtyła, penso alle sue esequie con lo Spirito Santo che sfogliava il libro della parola raccontando gli anni passati e indicando la via per i futuri, penso a un Papa di nome Benedetto che ha avvertito la stessa chiamata di Mosè a salire sul monte, e la cui preghiera credo ancor a custodisce la chiesa; più che mai questa piazza vuota era piena di preghiera, penso alle adunanze oceaniche delle Gmg con Papa San Giovanni Paolo II, o a certi momenti del Giubileo del 2000. In un mondo abituato ormai a dar valore solo a ciò che si vede, si tocca, si misura, si calcola, questo spazio vuoto con i segni però della nostra identità: il Crocifisso, Maria, nel quadro della Salus Populi Romani e in quella sagoma unica di nuvola bianca nel cielo grigio, l’eucarestia e Pietro, questo grande spazio inusualmente vuoto custodiva la nostra preghiera ed è come se in esso sia risonata la gran chiamata di Cristo a Lazzaro: Veni fuori! Cristo piange perché è uomo ma come Dio richiama alla vita l’amico legato dai lacci della morte, della paura, dell’angoscia. Vieni fuori! Ha detto Cristo alla nostra fede in quella piazza.