«Un vegetale non piange e non ride, non ti cambia ogni giorno come fa mia moglie con me»

La grandiosa storia d’amore di Fabio e Silvia, lui medico, lei in “stato di veglia non responsiva”. Le domande, gli incontri, la fede, il matrimonio. E quell’uragano entrato misteriosamente nella loro vita

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stato-vegetativoSi chiama Fabio. È il marito di Silvia. E lei è lì, davanti a noi, allettata in una struttura sanitaria che accoglie pazienti in stato vegetativo. Lui si china, la accarezza, la bacia, le parla. E non è che “sembra”. È proprio in adorazione di sua moglie. Fabio si ribella alle definizioni appiccicate dal vocabolario del suo stesso mestiere. Fabio è medico e chirurgo in un ospedale pubblico. E sa che «è sbagliato dire “stato vegetativo”, perché un vegetale non piange e non si commuove come fa mia moglie. Un vegetale non ti cambia ogni giorno l’esistenza». Perciò, «meglio dire “stato di veglia non responsiva”, perché essere incontattabili non significa essere incoscienti». Un uragano, una mattina, ha portato Silvia a un livello della vita che è mistero insondabile. Appunto. “Incontattabile”. Così come nella vita di Fabio, Silvia ci «è entrata misteriosamente, come un uragano».

Erano gli anni Novanta. «L’ho conosciuta che eravamo entrambi intorno alla quarantina. La prima volta che l’ho vista ho capito che era la donna che avrei sposato». Eppure la loro storia insieme era già cominciata negli anni Settanta. Quando da studenti, all’insaputa l’uno dell’altra, avevano partecipato a un campo di lavoro organizzato da Comunione e Liberazione in Sardegna, a Santa Caterina di Pittinuri. «Eravamo entrambi liceali e non ci siamo incrociati in quella vacanza anche se eravamo nello stesso posto, nello stesso gruppo, per la stessa proposta. Il nostro incontro è stato rimandato di trent’anni». E una ragione c’è. Dopo il campo Fabio si coinvolge con Cl. Mentre Silvia se ne va per altre strade. Cresciuta nella salda tradizione cattolica, con una nonna dalla fede rocciosa, Silvia non aveva ancora trovato nel cattolicesimo “moderno” quello che desiderava. E, delusa, aveva cercato altrove. Centri sociali compresi. A un certo punto si era anche buttata in politica. Ma quando avrebbe l’occasione di sfondare e correre per una poltrona, si tira indietro e continua ad abbinare la professione dell’insegnante di sostegno di bambini autistici con la passione per il giornalismo radiofonico.

«La vocazione che immaginavo»
È in quel tempo di ricerca che, grazie a un’amica, Silvia scopre che c’è qualcuno nella Chiesa che vive ancora la fede come la viveva sua nonna. Nel solco della tradizione. Gli pare di aver ritrovato casa. Eppure le manca ancora qualcosa. «Quando la conobbi mi raccontò che si sentiva sola, non faceva un’esperienza affettiva di amicizia in Cristo e di compagnia». A Fabio, invece, succedeva l’opposto. «Seguivo Cl senza farmi troppe domande. Ero pacifico e anche un po’ superficiale. Mentre Silvia mi costringeva a paragonare tutto con la tradizione, riportandomi all’origine del carisma che io stesso seguivo». Leggevamo e commentavamo insieme i discorsi di don Giussani e lei mi diceva: «Tu però non sei ancora così».

Fabio veniva da un’altra strada. Dopo gli studi in medicina aveva desiderato consacrarsi a Dio. E per questo si era rivolto a don Giussani, il quale prima di dargli qualsiasi consiglio aveva chiesto al ragazzo di scrivergli in un appunto la sua storia. «La scrissi. Poi lui mi richiamò e mi disse: “Senti, non stare sempre attaccato alle suore e ai preti. Tu hai bisogno di amici e di trovarti una donna”. Insomma, una bella sberla rispetto all’immagine di vocazione che mi ero fatto. Ma obbedii a don Giussani». Fabio diventa medico chirurgo. «Avevo molti amici. Ma quella benedetta donna non arrivava mai. Mi dicevano: “Ci vuole quella giusta”. Ma adesso so che non è così, che non esiste la donna giusta e che ci sono solo io nella posizione giusta per decidere finalmente di seguire Cristo attraverso il volto di una donna. Quando ho incontrato Silvia, vent’anni dopo, ero io a essere finalmente nella posizione giusta per iniziare un cammino con lei verso Cristo». E anche lei aveva questa coscienza. «“Guarda – mi diceva – che se ci sposiamo è per aiutarci l’un l’altro ad andare in Paradiso. E mi sposo con te perché voglio costruire una famiglia cristiana”».

C’è un momento preciso della storia di Fabio e Silvia che descrive cos’è un incontro. E cosa è un matrimonio. «Eravamo fidanzati quando l’ho portata a teatro a vedere La bottega dell’orefice, il poema d’amore scritto in giovinezza da Karol Wojtyla, il futuro Giovanni Paolo II. C’è una scena in quella piece teatrale in cui lo sposo, deciso a lasciare sua moglie, va e restituisce la fede all’orafo perché la pesi. Ma l’orafo risponde che “un anello da solo non ha più peso senza l’altro”. In quel punto della scena, Silvia scoppia a piangere, mi abbraccia e mi dice: “Grazie, perché questo è l’amore come l’ho sempre sognato”».

Una realtà affascinante
Stando con Fabio, Silvia scopre ed è affascinata dall’incontro con la realtà di Cl. E anche se fa fatica ad ammetterlo, sente che c’è una continuità con la fede ricevuta dalla nonna. «Si attacca ad alcuni miei amici al punto che le relazioni con loro le gestisce lei. Quando si tratta di incontrarsi, andare a Roma dal Papa, andare in vacanza, organizza tutto lei». Soprattutto si lega a Russia Cristiana. L’associazione fondata dall’amico di don Giussani, padre Romano Scalfi, che a partire dagli anni Cinquanta aveva iniziato a viaggiare in Unione Sovietica, a conoscere e intessere rapporti con semplici credenti ma anche con uomini e donne del Samizdat, autori della letteratura dissidente, religiosa e laica, perseguitati nell’allora stella polare del comunismo mondiale.

Silvia ripete al fidanzato che don Giussani è l’unica persona a essere riuscita a far rivivere integralmente la tradizione cattolica rendendola viva e attuale. Eppure l’inquietudine non si placa. «Voleva sempre le ragioni di tutto e discutevamo molto. Tanto che io cominciavo a pensare che il nostro rapporto fosse una complicazione». A un certo punto padre Scalfi gli toglie ogni dubbio. «“Ti assicuro che questa donna ti porterà in Paradiso”. Allora, anche fidandomi del sacerdote, gettai la rete e fissammo la data delle nozze». E in un giorno di settembre successivo, Fabio la porta all’altare. «Quel giorno ho guardato in faccia i due preti che concelebrarono il nostro matrimonio, lo stesso padre Scalfi e un padre missionario del Pime allora direttore spirituale di Silvia, sapendo di consegnare a Dio quello che Lui aveva iniziato in noi a nostra insaputa già trent’anni prima in Sardegna, facendoci aspettare, come per non lasciarci dubbi sul fatto che l’iniziativa è la Sua». Correva l’Anno Santo 2000.

Cosa significa festeggiare il quattordicesimo anniversario di matrimonio al capezzale di una moglie “incontattabile”? «Significa rinnovare ogni giorno la promessa che ci siamo fatti l’un l’altro davanti a Dio. Siamo diversissimi, i nostri caratteri a volte stridevano, ma ho sempre saputo che è impossibile essere fedeli alla moglie se non si è fedeli a Cristo. Se uno tradisce l’altro è perché, più o meno consapevolmente, ha già tradito Cristo. Infatti, su una cosa non abbiamo mai litigato: quando parlavamo di Dio». Come è accaduto ciò che ha reso Silvia “incontattabile”? «Me la ricordo una mattina ancora in pigiama mentre mi butta addosso tutte le sue aspettative, le sue delusioni, quei progetti che aveva sposandosi e che non vede realizzati, i desideri più profondi che zampillano dal suo cuore. Ci ho visto una voragine di bisogno e le ho risposto umilmente che io ero “solo” suo marito e che quei desideri così imponenti del suo cuore poteva soddisfarli solo Dio». Poi accadde l’ictus che ha fatto scomparire Silvia dal radar delle percezioni e valutazioni umane.

Basta un battito di ciglia
«La vicenda di mia moglie mi ricorda la canzone “Il Fiume e il Cavaliere” di Claudio Chieffo: “Discese il cavaliere da cavallo e si tolse l’armatura… E il fiume gli parlava lentamente, raccontandogli la storia di un’ansia disperata di vittoria: ricordi la battaglia su quel colle e il tuo furore antico? Neppure allora hai vinto il tuo nemico. La pace che tu cerchi, il male che l’assale combattono da sempre nel tuo cuore. E bevve avidamente dell’acqua del torrente e vide la ferita ed il suo sangue. E mentre il sangue suo si univa all’acqua e si scioglieva il cuore capì ch’era finito il suo vagare. Allora vide in fondo all’acqua che passava il volto della pace che cercava”». E così, quando è vicino a sua moglie, a Fabio vengono spesso in mente le parole sul caso Eluana (che Silvia conosceva molto bene) di una intervista di Enzo Jannacci al Corriere della Sera: «Diciassette anni? Sono tanti, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Se fosse mio figlio, mi basterebbe un battito di ciglia…». Così è per Fabio. «È mia moglie, mi basta un suo battito di ciglia».

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