Umberto Saba, il poeta che insegna la speranza

Di Tommaso Pagni Fedi
15 Febbraio 2026
Grazie ai “Colloqui fiorentini” possiamo riscoprire il grande autore triestino, che seppe scavare nel profondo guardando e ascoltando
Umberto Saba (1883 - 1957)
Umberto Saba (1883 - 1957) (Foto Ansa)

Quando si pensa a Umberto Saba, normalmente la memoria ritorna fra i banchi di scuola di una quinta liceo di fine aprile, inizio maggio. Con l’esame di Stato ormai in vista e la programmazione didattica in attesa di chiosare gli ultimi argomenti, non vi è tempo di approfondire la poetica di uno scrittore periferico, dal linguaggio e dai contenuti semplici e tradizionali. Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale sono autori sin troppo importanti per dare spazio a chi nelle antologie continua ad essere ricoperto di un ruolo marginale. Così, se la memoria qualcosa ha trattenuto, si ricorda che per i docenti più arditi è bastato liquidare Saba in due, massimo tre lezioni, incentrate sul concetto della poesia onesta e delle piccole cose. Forse si ricorda di “Amai”, “A mia moglie” e l’immancabile “La capra”, poesie per altro su cui Saba stesso ha avanzato le sue riserve in Storia e cronistoria del Canzoniere. Ma in fondo basta questo per essere pronti all’esame, sempre che alla prima prova esca un autore così misconosciuto.

Quest’anno, invece, gli studenti e i docenti che hanno letto e commentato le poesie di Saba in preparazione alla venticinquesima edizione dei Colloqui fiorentini, dal titolo “Scavar devo profondo, come chi cerca un tesoro”, hanno potuto scoprire la stessa semplicità, ma carica di un significato nuovo. Perché sì, è vero, si tratta del poeta delle trite parole, della rima «fiore/ amore,/ la più antica difficile del mondo» ma il suo significante non richiama affatto ad un contenuto immediato e superficiale, è «la verità che giace al fondo, che il dolore/ riscopre amica» (da “Amai”, in Mediterranee).

Guardare e ascoltare

Come ha detto Leonardo, un mio studente di quarta liceo, Saba sembra facile, ma in realtà ha uno sguardo profondo sulle cose e questo aspetto lo rende ancora più difficile da capire di chi scrive in modo complesso. Perché Saba non si capisce se non per immedesimazione. Da qui uno dei motivi di maggiore incomprensione dei suoi testi: per apprezzarlo davvero occorre abitare la profondità del suo sguardo. E in un contesto culturale che educa – o, per meglio dire, non educa – ad avere un rapporto con la realtà istintivo, immediato, puramente intuitivo, Saba scava a fondo non dotandosi di chissà quale strumento di azione o di pensiero, ma guardando e ascoltando: «Guardo e ascolto; però che in questo è tutta/ la mia forza: guardare e ascoltare» (da “Meditazione”, in Poesie dell’adolescenza e giovanili).

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Così la sua poesia è densa di parole che richiedono a noi, come a lui, di «detergere voi con il mio pianto/ dalla menzogna che vi acceca» (da “Parole”, nella raccolta omonima Parole). Richiedono un lavoro, la fatica di mondare col pianto ogni ipocrisia. E proprio perché l’apparenza è contraria al mondo sabiano, in ciò anche il dolore riscopre la verità amica. Non esiste profondità senza fatica, pena, sofferenza e per Saba questo è molto chiaro: «Or dissodo un terreno secco e duro./ La vanga/ urta in pietre, in sterpaglia. Scavar devo/ profondo, come chi cerca un tesoro» (da “Lavoro”, in Ultime cose).

Speranza, non ottimismo

Come hanno scritto nella loro tesina per i Colloqui fiorentini, alcuni gruppi di miei studenti del triennio, Saba insegna a stare nella fatica, a non fuggire davanti alle avversità, ma ad affrontarle per scoprirvi un bene: «È come a un uomo battuto dal vento,/ accecato di neve […] l’aprirsi, lungo il muro, di una porta./ Entra. Ritrova la bontà non morta […] E pensa/ che ogni estremo di  mali un bene annunci» (da “Poesia”, in Parole). Per Saba il dolore c’è, ha detto Isa, un’altra mia studentessa, ma non vince.

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Questo lavoro di scavo delle cose porta infatti con sé la certezza di un tesoro, di un bene, di una gemma preziosa, se non addirittura della pace: «È l’alba. La giornata che si annuncia/ sarà per me come uno strazio. Pure/ io la vivrò, ritroverò la fresca/ sera, la pace coi nemici vinti/ anche in me stesso». Così Saba ha sorpeso chi ha avuto la pazienza di leggerlo, perché, come mi ha detto un’altra mia studentessa di terza liceo, Benedetta, la sua poesia insegna ad avere una speranza. E in tempi bui e difficili come i nostri, abbiamo bisogno di speranza, non di ottimismo.

La poetica di Saba comunica proprio questa novità: attraverso un linguaggio semplice e profondo, la capacità di stare nella pena grazie alla certezza di un significato. Tutto ciò potrebbe non bastare a superare con voti alti l’esame di maturità, ma sicuramente a vivere meglio sì, come scrive l’autore stesso nella poesia “Meditazione”: «In me una verità/ nasce, dolce a ridirsi, che darà/ gioia a chi ascolta, gioia da ogni cosa». Rileggiamo dunque Saba per imparare con lui a soffrire e gioire di una speranza. Ne vale la pena.

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