Ultimo spiraglio per prepararsi alla fine del “governino” senza rinunciare all’idea di riformare lo Stato

Fallito il tentativo di Giorgio Napolitano di tamponare la crisi italiana (prima con Monti poi con Letta), ecco come si può arginare il caos imperante

Nessuno, almeno a lunedì 11 novembre quando sto scrivendo, sa quel che potrà accadere: starà in piedi il Pdl? Il Pd non si frantumerà? Beppe Grillo supererà la soglia del 30 per cento? Boh. Si va a ore.

Quel che si può constatare è come il tentativo messo in campo da Giorgio Napolitano per tamponare la crisi italiana, prima con Mario Monti, poi con Enrico Letta, sia fallito. Comunque vada, il clima di disgregazione che si è creato impedirà di riformare lo Stato (a partire dalla giustizia) e di ridare quindi un ruolo all’Italia in Europa e nel mondo.

Tra queste macerie, sarà quasi impossibile trovare qualsiasi tipo di maggioranza costituente (che richiede i due terzi dei rami del parlamento), e anche se si farà qualcosina tra improvvisazioni e ricatti, le elezioni europee funzioneranno come una mannaia per tutti i pasticci che si combineranno per quanto ispirati da generose buone volontà. Le radici dei fallimenti a cui assistiamo sono diverse.

Da una parte si riteneva che vi fosse un’adeguata convergenza tra tedeschi e americani per guidare via influenze internazionali il nostro Stato: ma nonostante il magnifico Mario Draghi mi pare che questa minima base non vi sia. E se Berlino e Washington si confrontano, Roma non può che tremare.

Dall’altra, l’idea di guidare dall’alto il rinnovamento di uno Stato è sempre pericolosa: le grandi cose le nazioni le fanno quando il popolo ne è protagonista. Quando però non c’è altra via, bisogna che almeno chi “guida dall’alto” abbia la mano ferma, e che se non amato sia almeno temuto. Invece noi ci troviamo in mezzo ad atti di superbia astratta condita da concreta pavidità, che innanzitutto si constata negli evanescenti portaparola del Quirinale, da Monti a Lettino, e poi dalla qualità degli attacchi che senza risposta vengono inferti al cuore delle istituzioni.

Dalla triade degli insulti “nazionali” al vertice dello Stato (convocazione del tribunale di Palermo, indagine capziosa sui costituzionalisti scelti da Quagliariello&Napolitano, intercettazioni ad Annamaria Cancellieri) al trattamento sprezzante che i vari commissari ed europarlamentari di area tedesca rivolgono a tutte le nostre realtà politiche. Non solo Varsavia e Madrid non vengono neanche lontanamente trattate così, ma neppure Dublino e persino la Atene di Antonis Samaras.

Se i tedeschi punteranno sulla nostra disgregazione come sembrano fare anche in altre vicende continentali, se gli americani preferiranno destabilizzarci pur di non averci in orbita tedesca secondo uno stile di un’amministrazione che ahimé pensa a una cosa per volta, vedo di fronte a noi una fase particolarmente difficile, quasi disperata. E l’unico complicatissimo rimedio è quello di dirsi la verità: se il governino Lettino è finito, bisogna avviarlo ordinatamente verso la sua conclusione.

Se la migliore tradizione postcomunista (non parlo dei comprimari come i Walter Veltroni, i Pier Luigi Bersani e i Piero Fassino, parlo dei due campioni rimasti, Giorgio Napolitano e Massimo d’Alema) si è infranta (l’unico elemento di vitalità resta Luciano Violante ma come espressione di Magistratura democratica, non dell’ex Pci), se si vuole riformare la Costituzione bisognerà cercare il dialogo con “la sinistra” che c’è: i Renzi american-scoutisti, i Prodi dossettian-bazoliani, i sindaci radicali (dai Pisapia agli Emiliano), i burocrati socialisti incaricati di congelare la Cgil e così via.

La ragazzina che portava la ricottina al mercato
Se il centrodestra esisterà ancora, oltre a definire il suo campo di forza, dovrà cercare uno Stato dove esercitare la sua potenzialità e per costruirlo dovrà parlare con la “sinistra” che c’è. Tutto il resto è fuffa, topini nel formaggio, ministerialismo, subalternità a questo o quel potere per di più oggi non italiano.

Prendere atto della fine del governo Lettino senza rinunciare a un’idea di trasformazione dello Stato (che naturalmente non è possibile senza elementi di pacificazione: cosa che non comprendono certi tattici di centrodestra che, per pur comprensibili e spesso giustificati risentimenti, si sono infilati in una serie di sofismi che non stanno in piedi) è la quasi impossibile via per rimediare al caos imperante.

Da qui si può poi ricostruire un ruolo dell’Italia in Europa, in uno schieramento occidentale assai affannato (vedi Iran) e dunque nel mondo, e un ruolo del centrodestra all’interno delle forze popolar-conservatrici (studiando bene la lezione di coloro che non separano radicali e moderati come avviene appunto per la Cdu-Csu tra filo e antieuropeisti, o analogamente per i conservatori inglesi, perché si sa che solo grandi partiti articolati possono svolgere una funzione nazionale).

Uno spiraglietto c’è ancora. Anche se nell’indicarlo mi sento molto la ragazzina che portava la ricottina al mercato e sognava gli investimenti che avrebbe potuto fare una volta realizzata la prima vendita. Poi chinò la fronte e la ricottina si spiaccicò sul selciato.