Turchi e sauditi pronti a invadere la Siria?

La Turchia fornirebbe le truppe di terra, mentre l’Arabia Saudita si occuperebbe della copertura aerea. Analisi su una voce che corre da mesi

Turchia e Arabia Saudita si stanno accordando per intervenire militarmente con le loro forze in Siria e far pendere la bilancia della guerra civile dalla parte dei ribelli? La voce corre da mesi, diffusa dal governo di Ankara nel probabile intento di convincere gli americani a giocare a loro volto un ruolo in un intervento dall’esterno volto a far cadere il regime di Bashar el Assad. Ma ultimamente l’hanno ripresa arricchendola di dettagli l’Huffington Post e l’Institute for the Study of War di Washington, e questo ha conferito una certa fondatezza alla notizia.
Risulta effettivamente che l’eventualità di un intervento armato congiunto in Siria è stato fra gli argomenti discussi nell’incontro fra il presidente turco Erdogan e il nuovo re dell’Arabia Saudita Salman l’1 marzo scorso a Riyadh. La Turchia fornirebbe le truppe di terra, mentre l’Arabia Saudita si occuperebbe della copertura aerea, ovvero della creazione di una no-fly zone lungo il confine turco-siriano e della neutralizzazione dell’aviazione governativa siriana. L’intervento metterebbe in grado i ribelli di sferrare un attacco che porterebbe alla conquista completa di Aleppo oggi controllata per la metà dai governativi, e creerebbe le condizioni per la caduta di Damasco.
L’Huffington Post non chiarisce con quale coalizione di ribelli turchi e sauditi vogliano coordinarsi. Invece Aaron Stein sul sito War on the Rocks scrive che i prescelti sono gli islamisti radicali di Jaysh al Fateh, la coalizione che in marzo ha conquistato la città di Idlib e ora controlla tutta la relativa provincia. Idlib è la seconda capitale di provincia che passa nelle mani dei ribelli, dopo quattro anni di guerra civile. Finora l’unica era Raqqa, occupata dallo Stato islamico già nel 2013. A Jaysh al Fateh sono affiliati gruppi salafiti come Ahrar ash Sham, che riceve i suoi fondi dal Kuwait e vuole creare uno stato islamico, e Jund al-Aqsa, che faceva parte di Jabhat al Nusra. Ma soprattutto è affiliata la stessa Jabhat al Nusra, cioè al Qaeda in Siria.

La prospettiva di un intervento armato congiunto di turchi e sauditi in Siria è sorprendente, quando ci si ricorda che solo sei mesi fa l’Arabia Saudita è stata protagonista di un’azione di lobbying alle Nazioni Unite che ha impedito che la candidatura della Turchia a un seggio fra i membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu avesse successo. La Turchia ebbe solo 60 voti, contro i 132 della Spagna. Ai sauditi non andava a giù il sostegno di Erdogan ai Fratelli Musulmani in Egitto e ad Hamas nella Striscia di Gaza. Che cosa ha fatto loro cambiare idea? Alcuni indicano la successione di re Salman, che sarebbe meno intransigente sulla questione della lotta ai Fratelli Musulmani di quanto lo era il predecessore Abdullah. Ma la maggioranza punta il dito sul riavvicinamento fra gli Usa e l’Iran che si è concretizzato nell’accordo sul nucleare iraniano. Sarebbe stato questo evento a convincere turchi e sauditi dell’urgenza di agire autonomamente per contrastare gli interessi iraniani nella regione. La Siria di Assad è percepita come un anello cruciale nel sistema di alleanze di Tehran.

Gli scettici sottolineano che i turchi sanno bene che la loro aviazione e quella saudita non sono in grado di realizzare la no-fly zone sul confine turco-siriano che dall’autunno del 2011 chiedono alla Nato di ricreare, sul modello di quella efficacemente dispiegata in Libia. E che Erdogan non può permettersi avventure militari con conseguenze sconosciute nell’anno delle elezioni parlamentari: a giugno si vota, e l’Akp mira alla maggioranza assoluta per poi poter rimaneggiare la costituzione in direzione presidenzialista. Probabilmente si capirà qualcosa di più dopo l’incontro di Barack Obama coi paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo il 13 maggio prossimo a Camp David. Lì si parlerà moltissimo di Siria, alla presenza dei rappresentanti di due dei paesi che più hanno attizzato le fiamme nel Levante: Qatar e Arabia Saudita.

Foto Siria da Shutterstock