In che senso Trump ha vietato “l’intelligenza artificiale woke”

Di Andrea Venanzoni
03 Agosto 2025
Con un ordine esecutivo il presidente Usa prova a indirizzare l’Ai usata dal governo perché non sia politicamente corretta. Un atto simbolico e molto “europeo” difficile da mettere in pratica
Trump intelligenza artificiale Ai
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, firma un ordine esecutivo nello Studio Ovale della Casa Bianca (foto Ansa)

L’intelligenza artificiale è cosa molto seria per l’amministrazione Trump. D’altronde uno dei primissimi executive order adottati all’atto dell’insediamento nel gennaio 2025 recitava “Removing Barriers to American Leadership in Artificial Intelligence“: un massiccio piano di investimenti e di deregulation che al centro di tutto il sistema avrebbe dovuto veder figurare i top player statunitensi dell’Ai, da Meta ad Anthropic, da OpenAI e NVIDIA allo stesso Musk che col suo Grok sta cercando di recuperare terreno per via, senza tralasciare i giganti dell’Ai prestati al settore della difesa e dell’intelligence, come Palantir e Anduril.

A chi vuole far pagare il conto Trump

Trump ha anche molto chiaro a chi far pagare il conto salato. Dopo aver inaugurato il mastodontico Ai Action Plan nel luglio 2025, il cui titolo esatto prosegue nell’idea della corsa competitiva e nel dominio, Winning the Race, ha tenuto un simposio alla presenza di tutti gli alti dirigenti delle società più direttamente coinvolte: ad un certo punto, chiamando per nome il Chief Technology Officer di Palantir, Shyam Sankar, il Presidente ha detto che il governo sta acquistando molto da Palantir e che quei servizi li avrebbe comunque pagati anche l’Unione Europea. Tutto questo pochissimi giorni prima dell’incontro scozzese con i vertici della Commissione europea sui dazi e sugli investimenti. Praticamente Trump aveva lasciato il conto da saldare.

Non c’è alcun dubbio che la corsa per l’intelligenza artificiale non abbia più solo connotazione commerciale, ma sia divenuta ormai una sfida esistenziale: i cinesi non scherzano, lo si è visto con R-1 di Deepseek e per tallonarli in questa nuova guerra fredda combattuta con silicio, dati e semi-conduttori è necessario accelerare. Ad ogni costo.

In fondo lo aveva annunciato già Vance nella sua visita parigina, invitato da Macron al summit sullo sviluppo dell’Ai. L’Europa in tutto questo sta alla finestra, immalinconita e con l’idea di poter al massimo essere spettatrice pagante. Molto pagante. Proprio perché l’Ai è cosa seria, l’amministrazione Trump non vuol nemmeno sentir parlare di un utilizzo e di uno sviluppo woke dell’alta tecnologia.

Niente Ai woke, siamo americani

Uno degli executive order attuativi del piano sull’Intelligenza Artificiale, risalente allo stesso 23 luglio, è titolato Preventing Woke AI in the Federal Government. Premettendo che l’atto non si indirizza agli sviluppatori privati, liberi di autodeterminarsi nella libertà del mercato, il perimetro sembra essere limitato alle strutture governative: sembra, perché non si capisce bene come potrebbe essere sviluppata un’Ai non woke ad uso limitato del governo.

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Un conto, ovviamente, sono le circolari alla Milei sul divieto di utilizzo di schwa e altri simboli negli atti della pubblica amministrazione, altro funzionalizzare la tecnologia indirizzandola in una maniera che in realtà finirebbe per impattare sulla libertà di mercato. A meno che Trump non immagini pubblici funzionari che addestrano loro intelligenze artificiali.

Partendo dalla premessa che l’ideologia alla base delle politiche di diversità, eguaglianza e inclusione è distruttiva perché distorce la realtà fattuale e la piega al fondamentalismo della giustizia sociale, l’executive order ricorda come un chatbot abbia prodotto immagini di padri fondatori degli USA, vichinghi e persino del Papa del tutto razzialmente distorte rispetto alla realtà storica.

Di chi è figlio il woke tecnologico

L’addestramento delle Ai è certamente una delle questioni più delicate che si possano immaginare e che involge piani distinti e complessi; dalla scelta dei dati da immettere e da usare, alle tecniche di addestramento e ai problemi sul diritto d’autore, passando per la modellazione degli LLM.

E se è vero che una delle preoccupazioni  di molte società era quella di evitare che le Ai fossero respingenti, razziste o autoritarie, il woke tecnologico appare più figlio di determinati prompt degli utilizzatori o, a monte, di una serie di problemi originati da dati empirici: ancora echeggia con orrore l’esempio del famigerato Tay di Microsoft, quando il chatbot venne lasciato ad addestrarsi interagendo con gli utenti dell’allora Twitter e fu necessario disattivarlo dopo poche ore perché era divenuto un clone di Adolf Hitler. Correva l’anno 2016.

D’altronde, di recente, l’esempio più lampante ci è stato rimandato dall’esperimento analogo tentato da Musk con la sua Grok e le polemiche che ne sono seguite, perché nei fatti Grok per qualche ora aveva seguito le poco commendevoli orme ideologiche di Tay. E se quello è il modello di Ai anti-woke c’è poco da rallegrarsi.

Elon Musk e Donald Trump nello Studio Ovale alla Casa Bianca, 30 maggio 2025 (Foto Ansa)
Elon Musk e Donald Trump nello Studio Ovale alla Casa Bianca, 30 maggio 2025 (Foto Ansa)

L’Ai non è una serie Netflix

L’executive order appare un atto di impatto simbolico e segnaletico, che prende posizione su quella che è stata percepita quale una deriva censoria dettata dal politicamente corretto: difatti, se l’ala liberal del Tech appariva sensibile al portare avanti scelte inclusive, l’order trumpiano ricorda come l’alta tecnologia dovrebbe essere non partigiana e ideologicamente neutrale.

Paradossalmente, si tratta di una decisione dal sapore…europeo. Perché proprio nelle stesse ore la Commissione Europea pubblicava il template previsto dall’articolo 53 dell’AI Act, a mente del quale i fornitori di servizi connessi all’IA devono operare disclosure dei loro modelli e metodi di addestramento. L’Europa non parte dalla premessa ideologica trumpiana ma il metodo e la risultante sono gli stessi.

Con la differenza che l’atto europeo si applica ai privati, in teoria anche ai giganti americani ma vedremo quanto le norme europee faranno presa sulla potenza americana, soprattutto dopo che la patente asimmetria è stata ribadita dalla natura dell’accordo chiuso in Scozia. L’atto trumpiano si applica solo indirettamente ai privati, mediante la contrattualistica pubblica: sarà arduo capire se gli sviluppatori si periteranno di sviluppare modelli ad uso commerciale e altri modelli ad uso governativo, seguendo due distinte direttrici.

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Cosa vuol dire addestrare una Ai in modo non woke?

In effetti, è piuttosto arduo dire come addestrare una Ai in modo non woke. Più semplice da proclamare e dire che da fare tecnicamente. Anche perché, sempre parlando tecnicamente, una IA non è addestrata in maniera consapevolmente woke: è già possibile avere immagini storicamente corrette, dipendendo ciò soprattutto dalla cura dei prompt usati.

È anche possibile in diversi casi superare e forzare i limiti dei chatbot, in materia sessuale e razziale. Dipende sempre dall’utilizzo che se ne fa e da come i comandi vengono elaborati. In questa misura, il woke si annida nei dettagli e nella mente di chi usa certi modelli.

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C’è poi un altro aspetto da sottolineare: l’enfasi sulla corsa, sulla deregulation, appare frontalmente contraddetta dall’idea di normare, direttamente e indirettamente, lo sviluppo dell’Ai, woke o non woke. Soprattutto perché non esistendo una definizione tecnicamente accettabile di woke, appare molto complesso immaginare l’organizzazione di un addestramento consapevolmente non woke sin dall’origine.

E poi, c’era davvero bisogno di ricordarlo agli sviluppatori del Tech? Ormai si sono schierati su posizioni più realiste del Re e non c’è dubbio che il woke consapevole, per loro, non sia che un lontano, sbiadito ricordo.

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