Trump ha solo pessime opzioni per chiudere la guerra in Iran
A due mesi dall’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la confusione regna sovrana. Donald Trump, dopo aver minacciato la ripresa dei bombardamenti nel caso di un mancato accordo a Islamabad, ha esteso unilateralmente la tregua anche se le trattative sono saltate. Poco dopo ha dichiarato che un’intesa è impossibile fino a quando non «faremo saltare in aria il resto del loro paese». Poi ha ringraziato il governo iraniano per non aver giustiziato otto donne su sua richiesta, notizia smentita da Teheran.
Lo Stretto di Hormuz resta chiuso
Nel frattempo lo Stretto di Hormuz, dal quale transita il 20 per cento del petrolio e del gas mondiale, resta chiuso al traffico navale a causa del blocco deciso dall’Iran e da quello imposto dagli Stati Uniti. I pasdaran hanno sequestrato due imbarcazioni, l’Epaminondas e la Msc Francesca, accusandole di operare senza permesso e una terza è stata bloccata con le cattive dopo uno scontro a fuoco. Secondo gli Usa non si tratta tecnicamente di una violazione del cessate il fuoco ma di «un atto di pirateria».
Allo stesso tempo, la Marina degli Stati Uniti ha impedito il passaggio dello Stretto a una trentina di imbarcazioni anche se, secondo il Financial Times, almeno 34 petroliere legate all’Iran sarebbero riuscite ad aggirare il blocco. Ieri il presidente americano ha però confermato che «lo Stretto è sigillato fino a quando l’Iran non sarà in grado di fare un accordo!!!». E una petroliera legata al contrabbando del petrolio iraniano, la seconda dall’inizio della guerra, è stata sequestrata dagli Usa.
«La più grande minaccia alla sicurezza energetica della storia»
Nel frattempo, con il prezzo del greggio alle stelle, l’Iran si rifiuta di riaprire lo Stretto e di iniziare a trattare fino a quando gli Stati Uniti non toglieranno il blocco, che Teheran considera «un atto di guerra che viola il cessate il fuoco».
Ieri Trump ha ordinato di «sparare e uccidere chiunque posizioni mine nello Stretto». Molti paesi però non vogliono attendere che si arrivi a una soluzione diplomatica e sono disposti a trattare direttamente con il regime islamico per porre fine a quella che il presidente dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, ha definito «la più grande minaccia alla sicurezza energetica della storia». La Corea del Sud, ad esempio, ha chiesto all’Iran il passaggio sicuro nello Stretto di Hormuz per le sue navi in un incontro a Teheran tra l’inviato speciale sudcoreano Chung Byung-ha e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Caos al Pentagono
Mentre l’Iran, sapendo di avere il coltello dalla parte del manico, si prende gioco dei “penultimatum” di Trump, al Pentagono il nervosismo è palpabile. Ieri è stato licenziato il più alto funzionario civile della Marina statunitense, John Phelan, che lascerà il posto al vice Hung Cao.
A inizio mese, era stato costretto alle dimissioni anche il capo di Stato maggiore congiunto, Randy George, preceduto da altri due generali, a conferma del difficile rapporto tra il ministro della Difesa, Pete Hegseth, e i vertici dell’esercito americano.

Le pessime opzioni di Trump
Il presidente americano continua a temporeggiare, mentre valuta come proseguire il conflitto. Le opzioni si riducono a due, entrambe pessime: la prima è scendere a compromessi con il regime iraniano, controllato ormai integralmente dai Guardiani della Rivoluzione e saldamente al potere, come riportato dal New York Times. Trump dovrà fare concessioni sul programma nucleare, abbandonare il proposito di obliterarlo e ottenere al massimo una moratoria di qualche anno. Se chiudesse così il conflitto, in modo sbrigativo, resterebbe il problema dello sminamento e dell’apertura dello Stretto di Hormuz, che toccherebbe in larga parte ai “volenterosi” europei, tra i quali l’Italia.
La seconda opzione è di gran lunga peggiore: rischiare il tutto per tutto e lanciare un’invasione dell’Iran o distruggere sistematicamente le infrastrutture civili ed energetiche della Repubblica islamica. Questa possibilità è particolarmente allarmante: l’Iran risponderebbe colpendo in modo massiccio gli impianti energetici e di desalinizzazione dei paesi del Golfo, costringendoli a entrare in guerra, ma potrebbe anche sferrare attacchi contro le capitali europee. Il conflitto allora degenererebbe in modo definitivo e tutti i paesi del mondo potrebbero pagarne le conseguenze, non solo dal punto di vista economico.
Il presidente americano ha fretta, anche perché si avvicinano le elezioni di midterm, ma è in evidente difficoltà e il vortice di messaggi su Truth, sempre contraddittori, lo dimostra. Trump può incolpare solo se stesso: la guerra contro l’Iran è stata scatenata senza una strategia chiara e con obiettivi fumosi e difficilmente raggiungibili. La confusione che regna oggi è figlia di quella di ieri.
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