Big and beautiful decrescita

Di Alberto Mingardi
13 Luglio 2025
Trump annuncia dazi al 30 per cento sulle importazioni europee e tira dritto per la sua strada. Il presidente concepisce lo scambio internazionale come uno scontro tra gang e forse sarà proprio quella Usa a pagare il prezzo più alto
Donald Trump (foto Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (foto Ansa)

“The art of the deal” dev’essere un insegnamento ancestrale delle “gangs of New York”. Donald Trump ha annunciato che imporrà dazi del 30 per cento sulle importazioni europee, intimando in buona sostanza agli europei di evitare di fare altrettanto. Il tono della lettera inviata a Ursula von der Leyen è quello del bullo di periferia, che però in politica piace. Pochi giorni prima Trump aveva annunciato dazi del 25 per cento sulle importazioni giapponesi e sudcoreane.

Parliamo di loro per evitare di parlare di noi e di farci risucchiare nel solito vortice di polemiche (se Atene piange Sparta non ride, Trump mette dazi e l’Europa non riesce a eliminare i dazi interni, eccetera).

Giappone e Corea del Sud sono paesi che hanno con gli Stati Uniti una solida amicizia sia politica sia commerciale. Si tratta del sesto (Giappone) e dell’ottavo mercato (Corea del Sud) di sbocco per merci e servizi statunitensi e del quinto e sesto paese che più esportano verso gli Usa. Le automobili importate dai due paesi asiatici valgono un terzo delle importazioni di auto negli Stati Uniti.

Nella vicenda c’è tutto il modo di ragionare del presidente: Toyota vende in America un milione di automobili l’anno, General Motors un migliaio (1.000) in Giappone. «They don’t take our cars, but we take MILLIONS of theirs!», ha scritto Trump sul suo social, Truth. Sarebbe un caso di scuola di quegli squilibri commerciali che la nuova amministrazione statunitense vuole correggere.

Anche nella lettera a Von der Leyen Trump ha insistito sul “riequilibrio” del deficit commerciale, che avrebbe bisogno di ben altri dazi rispetto a quelli del 30 per cento, anzi ringraziate che vi abbiamo fatto lo sconto. E chi mai può essere ostile a un “riequilibrio”, ovvero preferire uno “squilibrio”?

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La Toyota che desidero

Riflettiamo su un paio di cose. Primo, parlare di “esportazioni americane” (o giapponesi, o italiane, o congolesi…) è una semplificazione. Un cittadino statunitense non acquista genericamente una macchina giapponese e neppure una macchina tedesca, ma una Toyota o una Bmw, e anzi quel particolare modello di Bmw o di Toyota. Lo stesso avviene a parti invertite. E non è detto, anzi non è molto probabile, che il criterio di scelta, quello dirimente, sia il passaporto del produttore.

Qualsiasi “riequilibrio” dunque implicherebbe il costringere un certo numero di cittadini statunitensi a non comprare la Toyota  o la Bmw che desiderano, per acquistare invece una Gm o una Ford equivalenti. Siccome “costringere” è una parola che suona sempre un po’ male, si cerca di creare delle condizioni tali per cui il consumatore prediliga, al momento decisivo, la Gm alla Honda. Come? I dazi servono precisamente a questo scopo. Sono tasse che colpiscono non tutti i prodotti, ma solo quelli realizzati in un altro paese. Dunque, la Toyota dev’essere tassata al punto che il suo prezzo scoraggi l’acquirente e lo induca ad acquistare invece il prodotto “nazionale”.

Guardiamo la faccenda dal punto di vista del consumatore. Prima del dazio, egli pensava di comprare l’automobile che gli piaceva spendendo una certa cifra. Ora è obbligato a spendere più soldi per portarsi a casa una macchina che gli piace di meno. Chi ci ha guadagnato? Forse lo Stato che mette il dazio, nel senso che incassa più di quanto incassasse prima. Il consumatore, in effetti, è più povero: un certo ammontare che bastava per un acquisto soddisfacente, ora non basta più.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con il presidente americano Donald Trump al World Economic Forum 2020 a Davos (foto Ansa)
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con il presidente americano Donald Trump al World Economic Forum 2020 a Davos (foto Ansa)

Una cattiva reputazione

È dal “Liberation Day” di aprile che Trump gioca con le aspettative, le speranze e i prezzi del commercio mondiale. Le sue mosse ci vengono raccontate, in primis da lui, come tentativi di seminare il panico in campo nemico, per indurlo poi a migliori consigli. Ma in che senso la Toyota, che vende la sua Prius agli americani che la vogliono comprare, è un “nemico”? Che cosa fa se non rispondere a una domanda dei cittadini statunitensi? Nessuno li costringe ad acquistare una Prius anziché una Volt.
In Giappone effettivamente di Volt non se ne vendono, e neanche di Ford Mustang. Non è strano? Non ci sarà qualche trucco, cioè qualche dazio, perché gli avidi giapponesi vogliono vendere macchine al resto del mondo ma tenere il proprio mercato per sé?

Prima dell’arrivo di Trump il dazio medio americano era molto basso, attorno al 2,5 per cento. È invece dal 1978 che il Giappone non ha dazi sulle automobili americane. L’assenza di “protezioni” doganali non ha coinciso, come vorrebbe la dottrina trumpiana, con l’appassimento di tutta un’industria. Dalla fine degli anni Ottanta all’inizio degli anni Duemila l’automobile nipponica ha semmai vissuto una vera e propria età dell’oro: nuovi modelli e grandi innovazioni produttive.

Forse le auto Usa non si vendono in Giappone perché, a torto o a ragione, hanno una cattiva reputazione e, di solito, ingombri più compatibili coi grandi spazi dell’America di mezzo che con le strade di Tokyo. Ma anche in questo caso, “non si vendono” significa che non vengono domandate dagli Yuko e dalle Keiko che preferiscono altro. Il “Giappone”, come del resto l’“America”, non è un consumatore di automobili né di altro.

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Scommettere l’osso del collo

Due ipotesi su ciò che c’è nella testa di Trump. La prima: pensa ai dazi come strumenti per finanziare altra spesa (o tagli ad altre tasse). È la tesi che ha avanzato il Financial Times, paragonando il maggiore gettito da dazi e i costi del “big beautiful bill” trumpiano. La cosa sembra semplice ma non lo è. Bisogna trovare il giusto livello d’imposta, perché le importazioni continuino comunque, e dunque il gettito perduri.

La seconda: Trump è convinto che, siccome gli americani sono i consumatori più ricchi del mondo, il resto del globo se ne approfitti. Pensa che, in qualche modo, nel prezzo della Prius ci sia anche una rendita che i suoi improvvidi predecessori hanno lasciato a giapponesi, messicani, europei… E dunque all’aumento del dazio non dovrebbero corrispondere una crescita del prezzo, perché verrebbe limata solo la rendita del produttore. Detto in altri termini: siccome sono più ricchi, il resto del mondo si approfitta degli americani. I dazi sarebbero quindi una strategia vincente sotto ogni profilo: più gettito per gli Usa ma nessun contraccolpo sui consumi. La teoria è affascinante, può persino avere qualche elemento di verità, ma siamo pronti a scommetterci l’osso del collo?

Trump concepisce lo scambio internazionale come uno scontro fra gang e il suo ruolo come un portare alla vittoria la gang americana. È difficile prevedere come andrà a finire nel dettaglio, ma non accadrà che il dazio medio, alla fine, sia più basso che all’inizio.

Chi stringerà le viti degli iPhone?

Questo vuol dire per i singoli consumatori un impoverimento di fatto e per le imprese costi di produzione più alti. Come tutti i problemi, anche questi possono essere aggirati: cercando altri fornitori o beni che sostituiscano quelli il cui prezzo è rincarato. Ma anche questo richiede tempo e fatica e non avviene istantaneamente. Trump ha minacciato sfracelli contro le merci che aggirino il dazio passando per altri paesi, meno colpiti dalla “liberazione”. Ogni tanto la capacità adattiva delle imprese può diventare furbizia: speriamo sia questo il caso.

Se vogliamo trovare di che sorridere, resta probabile che il prezzo più alto lo paghino gli americani. Qualche settimana fa il segretario al commercio, Howard Lutnick, ha icasticamente reso il senso del Liberation Day in questi termini: tremino tutte le persone che stringono le viti degli iPhone in giro per il mondo. Anche le viti degli iPhone verranno strette solo da lavoratori americani. Che dovranno fare, dunque, cose che oggi sono ben lieti di lasciar fare ad altri, perché di lavori tediosi si tratta. Gli Usa sono quasi al pieno impiego senza avvitatori professionisti: chi mai lascerà un mestiere meno sgradevole per mettersi a far quello?

È come se la prima democrazia al mondo si fosse data un programma economico volto consapevolmente a impoverirsi: una big and beautiful decrescita. Poi magari la straordinaria capacità adattativa delle imprese ne mitigherà gli effetti. Ma tutto questo rumore non sarà stato per nulla.

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