Trump fa danni anche con la cannabis

Di Rodolfo Casadei
29 Aprile 2026
Via libera dalla Casa Bianca alla riclassificazione della marijuana al livello più lieve. Quella del tycoon è «l'amministrazione più favorevole alle droghe della storia». Una scelta con conseguenze gravissime
Una canna di marijuana tra le mani di un manifestante del Weed Day a New York
foto Ansa

«Con queste iniziative, ci troviamo di fronte all’amministrazione più favorevole alle droghe della nostra storia. Le politiche in materia vengono ora dettate dagli amministratori delegati delle aziende di marijuana, dagli investitori nel settore degli psichedelici e dai podcaster che sono a loro volta dipendenti da droghe». A parlare così è Kevin Sabet, presidente di Smart Approaches to Marijuana, una no profit americana contraria alla legalizzazione della cannabis.

Oggetto delle sue critiche sono l’avvio, il 24 aprile scorso, del processo per la riclassificazione della marijuana dalla Tabella I delle droghe (comprendente anche l’eroina e l’Lsd) che non hanno usi medici e sono considerate particolarmente dannose alla Tabella III, quella delle sostanze psicotrope che possono essere prescritte dal medico, come la tachipirina contenente codeina e la ketamina, e l’ordine esecutivo presidenziale del 18 aprile che incarica la Food and Drug Administration (Fda) di accelerare le pratiche per individuare gli usi medici delle droghe psichedeliche e il ministero della Sanità (Department of Health and Human Services) di stanziare 50 milioni di dollari per queste ricerche.

La decisione storica dell’amministrazione Trump sulla cannabis

La decisione dell’amministrazione Trump, annunciata dal vice procuratore generale Todd Blanche, ha una portata storica, perché la marijuana è classificata nella Tabella I sin dal 1970, e lì è rimasta anche quando singoli stati hanno cominciato a legalizzarla per uso medico (38 stati) o per uso ricreativo (23 stati più il distretto federale di Washington). Come scrive il Wall Street Journal, «Questa decisione rappresenta il più grande ammorbidimento della politica federale sulla cannabis da quando gli stati americani hanno iniziato a legalizzare la marijuana a scopo ricreativo nel 2012, ed è una delle più grandi vittorie per l’industria della cannabis». Infatti essa elimina gli oneri fiscali che hanno reso la redditività una sfida ardua per molte aziende del settore, e i loro dirigenti hanno affermato che contribuirà a normalizzare il contesto commerciale per i venditori di marijuana e a migliorare l’accesso per gli acquirenti.

Una pianta di cannabis è esposta in un dispensario autorizzato dallo stato di New York.
Una pianta di cannabis esposta in un dispensario autorizzato dallo stato di New York (foto Ansa)

L’ordinanza di Blanche stabilisce una procedura più rapida per la registrazione presso la Drug Enforcement Administration (Dea, l’agenzia federale che lotta contro il traffico di droga) statunitense da parte dei produttori e distributori di marijuana autorizzati a livello di singoli stati e chiarisce che i ricercatori non saranno puniti per aver ottenuto prodotti a base di cannabis da utilizzare nelle loro ricerche. Il provvedimento, inoltre, consente per la prima volta alle aziende di marijuana terapeutica autorizzate a livello statale di dedurre le spese aziendali dalle imposte federali. Lo stesso Blanche ha alluso a una riclassificazione ancora più generosa della cannabis, dopo che saranno svolte audizioni.

Leggi anche

Le critiche alla politica di Trump sulla cannabis

La politica avviata dall’amministrazione Trump incontra molte obiezioni. Scrive il Wall Street Journal:

«Medici e ricercatori affermano che la marijuana può comportare rischi reali per la salute. Le principali preoccupazioni relative agli adulti riguardano la dipendenza e i problemi di salute mentale, in particolare l’ansia. Questi rischi sono diventati un problema più rilevante negli ultimi anni, a causa della diffusione e della popolarità di prodotti con alti livelli di Thc, il principale componente psicoattivo della cannabis. La marijuana fumata nei decenni passati conteneva generalmente dal 3 al 5 per cento di Thc. Attualmente molti negozi vendono prodotti che contengono fino al 90 per cento di Thc. Il dottor Jonathan Avery, vice preside della facoltà di Medicina dell’Università Weill Cornell, afferma di vedere un numero crescente di persone che finiscono al pronto soccorso dopo aver assunto una dose eccessiva di prodotti ad alta concentrazione di Thc, in particolare quelli commestibili, dove è più comune il caso di persone che sottovalutano la quantità assunta. “Si possono provare attacchi di panico e paranoia. Le persone arrivano preoccupate di morire”, ha affermato. La droga è particolarmente pericolosa per gli adolescenti: anche un consumo moderato è collegato a un aumento del rischio di sviluppare disturbi psichiatrici e di avere un rendimento scolastico scarso. Con la legalizzazione della marijuana a scopo ricreativo in 24 stati e nel distretto federale di Washington anche la guida sotto l’effetto della cannabis è in aumento. Alcuni studi hanno dimostrato che l’uso di cannabis raddoppia il rischio di incidenti stradali».

Il martellamento pubblicitario

La situazione è aggravata dalle campagne pubblicitarie:  «L’industria della cannabis sta commercializzando sempre più i suoi prodotti presentandoli come soluzione a una serie di problemi di salute, tra cui ansia e depressione, dolore e disturbi del sonno. Alcune aziende promuovono i loro prodotti anche per il benessere generale, come se si trattasse di un multivitaminico. Un numero crescente di persone consuma cannabis quotidianamente tanto che oggi sono di più le persone che consumano cannabis ogni giorno rispetto a quelle che fanno la stessa cosa con l’alcol. Tra le persone che consumano marijuana quotidianamente, circa il 20-30 per cento svilupperà un disturbo da uso di cannabis, afferma Avery. Il disturbo è caratterizzato da un desiderio irrefrenabile di marijuana e dall’incapacità di ridurne il consumo».

Follow the money

Critiche dello stesso segno le formula Josh Appel, analista del Manhattan Institute, su UnHerd: «La Casa Bianca ha presentato questa mossa come un’espansione dell’accesso alla ricerca e un miglioramento dell’assistenza ai pazienti. In realtà, si tratta di un ingente risparmio fiscale per l’industria della cannabis autorizzata, di una benedizione federale per un esperimento di salute pubblica andato male e di una rottura con gli elettori che Donald Trump afferma di rappresentare». Appel spiega che la ricerca sui possibili effetti benefici della cannabis è già possibile in base a una legge approvata durante la presidenza Biden (il Medical Marijuana and Cannabidiol Research Expansion Act) e che fino ad oggi i benefici non sono dimostrati, come evidenzia un articolo dello psichiatra Michael Hsu sul numero di novembre del Journal of American Medical Association».

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Foto Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Foto Ansa)

È invece accertato, prosegue Appel, «che la cannabis “fa bene” a chi la produce e vende, e che la novità introdotta sotto Trump gliene farà ancora di più: «La riclassificazione libererà le aziende del settore della cannabis dalla Sezione 280E del Codice Tributario statunitense, che attualmente impedisce alle imprese che commerciano sostanze incluse nella Tabella I di usufruire delle detrazioni fiscali standard. La riclassificazione significa che l’industria della cannabis, che vale almeno 32 miliardi di dollari, potrà improvvisamente beneficiare delle stesse agevolazioni fiscali di qualsiasi altra attività commerciale».

18 milioni di americani fanno uso quotidiano di marijuana

Attualmente si stima che negli Usa la marijuana sia assunta quotidianamente da 18 milioni di persone, contro meno di un milione nel 1992. Come accennato sopra, si tratta di una cifra superiore a quella di chi assume alcol quotidianamente in dosi da alcolista. Secondo i Centers for Disease Control and prevention (Cdc) tre consumatori di cannabis su dieci presentano un disturbo da uso di sostanze, e la droga è collegata a problemi di attenzione, memoria, capacità decisionali, apprendimento e tempi di reazione. Secondo un’indagine del 2024 ben 11 milioni di americani si sono messi alla guida sotto l’influenza della cannabis nel corso dell’anno, una cifra che supera quella di coloro che hanno guidato con un tasso alcolemico superiore alla norma.

Leggi anche

Appel contesta la versione secondo la quale il lassismo in materia di violazioni delle leggi federali sulla cannabis si giustifica con l’esigenza di non intasare i sistemi giudiziario e penitenziario americani con un delitto di poco conto: «Per quanto riguarda il mito delle incarcerazioni,  è basato su una interpretazione errata dei dati. La Commissione per le condanne degli Stati Uniti ha rilevato che, a gennaio 2022, quasi nessun detenuto federale stava scontando una pena esclusivamente per semplice possesso di marijuana. Il numero esiguo di persone in carcere per reati legati alla marijuana era costituito in stragrande maggioranza da trafficanti, il cui reato spesso era abbinato a violazioni relative alle armi da fuoco, e non dalla caricatura dello studente universitario sorpreso con uno spinello».

I produttori di cannabis e i finanziamenti alla campagna di Trump

Kevin Sabet accusa Trump di «premiare i podcaster e i donatori, sperando di trarre vantaggio dalla loro base di elettori e dal loro denaro». Il primo riferimento è a Joe Rogan, il podcaster che avrebbe convinto Trump delle potenzialità terapeutiche della ibogaina, una droga psichedelica ricavata da una pianta africana. Il secondo è ai produttori legali di cannabis che hanno finanziato il comitato politico di Donald Trump con 2 milioni di dollari fra il luglio 2025 e il gennaio 2026. Trulieve e Curalef, le due principali società americane produttrici di cannabis, hanno versato un altro milione di dollari al comitato organizzatore delle iniziative per l’inaugurazione della seconda presidenza Trump.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.