Tentar (un giudizio) non nuoce

Tre ragioni per votare sì al referendum sulla giustizia

Di Raffaele Cattaneo
07 Febbraio 2026
Chi ritiene, come ritengo io, che le cose così non vadano bene, che occorra introdurre un cambiamento e che ci sia bisogno di un segnale netto di volontà popolare in questa direzione, allora deve votare sì
Toghe
(Foto Ansa)

Tra poco più di un mese saremo chiamati alle urne per votare sì o no al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, ufficialmente fissato per domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026.

La consultazione riguarda il testo di legge costituzionale, noto come riforma Nordio, e si configura come referendum costituzionale confermativo. Non è previsto pertanto alcun quorum di partecipazione e il risultato sarà determinato esclusivamente dalla maggioranza dei voti validamente espressi tra sì e no. Il quesito sottoposto agli italiani chiede se approvare o respingere nella sua interezza la legge di revisione costituzionale, approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025, che introduce modifiche all’organizzazione dell’ordinamento giudiziario. Il sì comporterebbe l’entrata in vigore delle modifiche proposte, mentre il no lascerebbe l’ordinamento costituzionale vigente senza modifiche.

La riforma si basa essenzialmente su tre novità.

La prima è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, ovvero tra giudici e pubblici ministeri, con la conseguente previsione di due Consigli superiori della magistratura distinti. La seconda è l’estrazione a sorte dei componenti di questi Consigli in sostituzione del sistema elettivo precedente. La terza è l’attribuzione della competenza disciplinare a un’Alta Corte composta da quindici giudici, al posto della sezione disciplinare del Csm che era composta da sei consiglieri.

Il dibattito sul referendum si sta accendendo, ma spesso con contenuti molto tecnici e specialistici di natura giuridica, difficili da comprendere per il cittadino elettore. Proverò dunque a indicare tre ragioni che a mio parere sono decisive per scegliere come votare sì al prossimo referendum. Per queste ragioni io voterò sì.

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Separazione carriere

La prima. La separazione delle carriere esiste in tutto il mondo occidentale e nella larga maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea. Fanno l’eccezione Romania, Bulgaria e Italia. Se questo principio è assunto nella Costituzione e nelle norme degli Stati Uniti, del Giappone, dell’Australia, della Germania, della Francia, del Regno Unito, ecc. ci deve essere un motivo valido. Il motivo è chiaro ed è sorprendente che non venga compreso da tutti. Il giudice deve essere imparziale, e deve anche apparire come tale, cioè indipendente sia dall’accusa che dalla difesa. Nella situazione attuale il giudice fa parte della stessa squadra dell’accusa ed evidentemente questo, al di là della personale imparzialità e rettitudine di moltissimi magistrati, non aiuta a far percepire l’autonomia di chi deve giudicare e la sua indipendenza da chi accusa e da chi difende.

Questa indipendenza è uno dei cardini del giusto processo, introdotto nella nostra legislazione ormai decenni fa. Del resto, chi accetterebbe, vedendo giocare la propria squadra di calcio, che l’arbitro appartenga alla squadra avversaria? Fosse anche l’arbitro migliore e più imparziale, tutti vedremmo un rischio riguardo alla sua indipendenza e autonomia. Come dice un adagio famoso “cane non mangia cane”.

Sanzioni disciplinari

La seconda ragione nasce da un dato di fatto. In Italia ci sono circa mille errori giudiziari all’anno che generano successivamente richieste di danni. È un dato più o meno stabile da oltre trent’anni, il che significa che nel nostro Paese un innocente viene condannato e spesso va in galera ogni otto ore.

Ci va bene così? A me no. Anche perché le conseguenze di questi errori vengono pagate non dal magistrato che li compie ma dallo Stato, cioè da tutti noi attraverso le nostre tasse. È un conto che complessivamente ha superato il miliardo di euro e continua a valere oltre trenta milioni di euro all’anno per errori che dovrebbero essere responsabilità di chi li ha commessi.

Eppure, tra il 2018 e il 2024 sono state emesse in totale solo 9 sanzioni disciplinari! È evidente che qualcosa non funziona, nel modo con cui la giustizia viene amministrata e anche nelle sanzioni disciplinari conseguenti.

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Sorteggio al Csm

Terzo. Io sono da sempre sostenitore di una giustizia indipendente e autonoma dalla politica, ma anche dell’analogo principio letto al contrario, ovvero di una politica che possa agire nella propria autonomia, senza essere condizionata dalle azioni di una magistratura politicizzata, come spesso vediamo accadere. Questa deriva è stata certamente favorita dal sistema di elezione dei membri del Consiglio superiore della magistratura, che nell’assetto attuale avviene sulla base di un voto pressoché monopolizzato dalle correnti politicizzate. Il Csm è responsabile degli avanzamenti di carriera di ogni singolo magistrato, delle azioni disciplinari e in generale dell’autogestione della magistratura.

Se l’organo di autogestione dipende da un voto politicizzato, è difficile pensare che possa esercitare le proprie funzioni in maniera autonoma e indipendente. Il sorteggio dei membri del Csm introdotto con la riforma non è certamente il sistema più raffinato e presta il fianco ad alcune critiche oggettive; ma ha il pregio di tagliare alla radice il nodo gordiano delle correnti della magistratura, che è stato il principale strumento per favorire avanzamenti di carriera dei magistrati politicizzati.

Cambio di rotta

Queste tre ragioni sono le principali motivazioni per cui io voterò sì. Non sono le uniche. Occorrerebbe entrare ancora più nel dettaglio di una riforma che certamente non è perfetta e che non avrà la conseguenza immediata di risolvere tutti i problemi della giustizia, né ambisce a farlo. Certamente occorrerà intervenire con ulteriori leggi ordinarie e altri provvedimenti. Ma questa riforma costituzionale stabilisce alcuni principi decisivi per un funzionamento più corretto ed equilibrato del sistema giudiziario.

Ancor di più perché rappresenta un segnale chiaro della volontà di un cambio di rotta. Alla fine, la questione è molto semplice. Chi ritiene che la giustizia vada bene così, che le cose non meritino di essere cambiate, ha un buon motivo per votare no. Chi ritiene, come ritengo io, che le cose così non vadano bene, che occorra introdurre un cambiamento e che ci sia bisogno di un segnale netto di volontà popolare in questa direzione, allora deve votare sì.

Se infatti prevalesse il no, il messaggio che tutto deve rimanere come è oggi sarebbe fortissimo e sarebbe certamente interpretato in questo modo da chi deve continuare ad esercitare la giustizia. Io non posso rassegnarmi all’idea che, ogni anno, mille innocenti vengano ingiustamente condannati e finiscano dietro le sbarre, anche solo mediatiche, per errori della giustizia. E tu?

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