Tentar (un giudizio) non nuoce
La morte di Federico Venco: l’amore più forte del dolore
«Il mondo è davvero pieno di pericoli e vi sono molti posti oscuri. Ma si trovano ancora delle cose belle e, nonostante l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte». Questa frase di J. R. R. Tolkien è stata messa dai familiari dietro la foto di Federico Venco, il giovane di 36 anni speronato e ucciso a Somma Lombardo perché scambiato dal vecchio partner per il nuovo compagno della donna che si era fermato ad aiutare e che egli non conosceva.
I funerali di Federico Venco
È cominciata così anche l’omelia di don Andrea Nocera, amico e compagno di studi di Icco, come lo chiamava chi gli voleva bene. Ma subito dopo, in modo magistralmente umano, don Andrea si è chiesto: «Dove si trovano le cose belle davanti a un dramma come questo, così assurdo?». Già, dove può stare il bello dentro una tragedia umanamente così inspiegabile e drammatica?
Sabato, durante i funerali cui ho partecipato, se lo saranno chiesti in molti. Eppure, le cose belle erano lì da vedere. La forza e la fede della madre Patrizia, ad esempio, che conosco da quasi mezzo secolo e che era già stata provata nel 2010 dalla morte improvvisa del marito Ermanno, il papà di Federico, già sindaco di Samarate e mio compagno di impegno politico. La vicinanza di tanti amici, innanzitutto quelli della comunità, che, come ha detto la sorella Elena al termine delle esequie, «ci hanno inondato di un affetto enorme, inspiegabile a fronte di una situazione altrettanto inspiegabile». La vita stessa di Federico, «tutto il bene compiuto in vita, che neanche la morte toglie», come ha ricordato don Andrea.
La preferenza è una cosa seria.
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La normalità di un buon samaritano
Quanti si sarebbero fermati ad aiutare questa donna, ferma sul suo scooter al buio, sul ciglio della strada, a tarda sera ed evidentemente in difficoltà? Quanti, a cominciare da me, sarebbero passati tirando dritto, per non impicciarsi, per non coinvolgersi, presi dai nostri pensieri e impegni? Federico invece si è fermato. Era anche lui un motociclista, forse si è fermato per quella solidarietà che si crea tra gli amanti delle due ruote; forse perché era «un cuor contento», come lo ha definito la mamma Patrizia, e per lui era naturale aiutare qualcuno in difficoltà. Non è stato un gesto eroico, ma la normalità di un «buon samaritano» educato fin da piccolo a fare il bene dentro una famiglia profondamente cristiana.
Chi poteva immaginare che quel gesto gli sarebbe costato la vita? Chi avrebbe pensato che lì si celava uno dei pericoli e dei posti oscuri citati da Tolkien, nella forma dell’amore malato e possessivo che avrebbe scatenato la furia omicida nella mente di un uomo violento? Un uomo che aveva teso una trappola alla sua ex, probabilmente la vittima designata dell’ennesimo femminicidio, come annunciato in un messaggio da lei non letto e come sembrerebbe dal coltello e dalla grossa pietra rinvenuti nell’auto dell’omicida. Federico, sacrificando la sua vita, ha probabilmente salvato quella della donna che neppure conosceva.
«Il Signore ha dato, il Signore ha tolto»
Un fatto così potrebbe generare solo rancore, rabbia, altro odio. Eppure, già dalle prime parole della madre Patrizia riportate da La Prealpina («il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore»), emerge un altro modo di guardare la realtà. Si percepiscono una dignità e una forza straordinarie che, pur nella drammaticità dei fatti, lasciano intravedere un ultimo barlume di speranza illuminato dalla fede.
Non si può non rimanere colpiti dalle sue parole, che riecheggiano la celebre espressione di Giobbe. Nella Bibbia sono le parole del giusto colpito, senza colpa, dalle prove più dure. Sono parole che umanamente sembrerebbero impossibili da pronunciare, se non alla luce di una fede capace di attraversare anche la sofferenza più grande, nella consapevolezza — come scriveva Manzoni — che «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande».
Il dono di sé di Federico Venco
È questo l’aspetto che più mi colpisce nella tragedia che ha spezzato la vita di Federico: da una parte è qualcosa che la coscienza fatica persino a concepire; dall’altra, questo sacrificio — che con ogni probabilità ha contribuito a scongiurare un ulteriore atto di violenza — porta con sé il senso profondo di un dono di sé che, attraverso vie misteriose e talvolta difficili da comprendere, continua comunque a testimoniare una speranza e a rappresentare una luce di bene.
Ed è forse proprio in questo misterioso legame tra un gesto di bontà e gratuità così raro, eppure così semplice nella sua autenticità, e una tragedia altrettanto profonda che si può intravedere la ragione capace di rendere comprensibile — persino a una madre — un destino che per noi uomini resta così difficile da accettare: il bene riesce a imporsi sul male anche attraverso vie impervie e misteriose, ma spesso richiede un sacrificio. Normalmente, nella vita di ogni giorno, questo avviene attraverso migliaia di gesti semplici, quotidiani e imperfetti; talvolta, invece, si manifesta in modo radicale, fino alla donazione improvvisa della propria vita.
Ha ragione Tolkien
Quello stesso giorno, prima e dopo il funerale, sono stato al matrimonio gioioso di un figlio di miei cari amici con una giovane americana. Lì, durante la festa, in un luogo splendido e in mezzo alla felice allegria di un paio di centinaia di invitati, metà dei quali erano arrivati appositamente da oltreoceano, ho continuato a pensare a Federico e alla sua famiglia.
Anche quel matrimonio era segnato dalla fede: persone sconosciute, che non si sarebbero mai incontrate, pregavano, mangiavano, danzavano, ridevano affratellate dalla comune appartenenza a Cristo e alla sua Chiesa. Al momento del taglio della torta, il padre di lei, in inglese con accento di New York — e fortunatamente con la traduzione in italiano di Riro Maniscalco — ha fatto un brindisi che si è concluso dicendo: «Guarda Cristo cosa fa nelle nostre vite!».
Ecco, non so cosa il destino riserverà alla vita di questi due sposi novelli, a cui auguro ogni bene, ma aveva ragione Tolkien: «Si trovano ancora delle cose belle e, nonostante l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte». Certamente più forte dove si riesce a vedere quello che Cristo fa ogni giorno nelle nostre vite.
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