Milio, legale di Mori: «I giudici hanno deciso sulla base dei fatti. Nonostante la stampa partigiana»

Intervista a Basilio Milio dopo l’assoluzione del generale: «Dalle testimonianze troppi dubbi sulla presenza di Provenzano a Mezzojuso. Ciancimino e Riccio sono stati ritenuti inattendibili»

«C’è un giudice a Palermo». È stato questo il primo commento del generale Mario Mori, alla sentenza di assoluzione pronunciata ieri, 17 luglio, nel processo in cui era imputato con il colonnello Mauro Obinu (anch’egli assolto) per il presunto favoreggiamento a Bernardo Provenzano e per il presunto avvio della cosiddetta trattativa tra lo Stato e la mafia. Il generale ha mantenuto il riserbo rispettoso per le istituzioni con cui ha affrontato questo processo fin dall’inizio (quasi sempre presente in aula a difendersi, rari interventi in pubblico o sulla stampa). Più emozionato è apparso Basilio Milio, il suo legale, protagonista di una battaglia difensiva impari, sempre pronto a scoprire nuove prove a sostegno dei suoi assistiti. Così Milio spiega a tempi.it come è riuscito a demolire l’impianto accusatorio e le furenti campagne stampa sorte intorno a questo processo.

Avvocato Milio, cosa significa la formula «assolto perché il fatto non costituisce reato»? Per il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi, «vuol dire che i fatti contestati sono stati comunque ritenuti sussistenti». È così?
Teoricamente sì, ma bisogna aspettare le motivazioni della sentenza, finché non le leggeremo non sapremo cosa intendano davvero i giudici con questa formula. Una cosa però è già certa: si tratta di una assoluzione piena. E un altro fatto ugualmente importante è che il tribunale ha ritenuto di inviare gli atti delle testimonianze di Massimo Ciancimino e di Michele Riccio alla procura di Palermo. La formula assolutoria va interpretata in relazione a quest’ultima decisione.

Giornali come Il Fatto quotidianoRepubblica lasciano intendere che ci sia comunque stata una mancata cattura di Provenzano nonostante le informazioni ricevute dai carabinieri, e collegano questa seconda assoluzione di Mori alla prima, quella per la mancata perquisizione del covo di Riina, adombrando dubbi.  Lo stesso Antonio Ingroia sostiene che «se i giudici perdonano Mori perché non voleva favorire la mafia o i singoli mafiosi, ma i fatti li aveva comunque commessi, qualcosa non torna». Come stanno davvero le cose?
Sulla vicenda Riina ci siamo soffermati nell’arringa difensiva proprio ieri. Ho ricordato che quella è primo una sentenza di assoluzione, secondo una sentenza passata in giudicato, terzo una sentenza che non è stata appellata dalla procura. Ciò detto, in quella sentenza i giudici hanno anche escluso qualsiasi trattativa e qualsiasi favoreggiamento a Riina o all’organizzazione mafiosa. Vi è espressamente dichiarato che «la cattura fu dovuta a tutta una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati in primo luogo grazie all’intuito investigativo del capitano De Caprio (Ultimo, ndr)».

Ma l’incontro tra Provenzano e Ilardo ci fu o no?
Per quanto riguarda la mancata cattura di Provenzano oggetto del processo conclusosi ieri, sono emersi dati chiari. Il pentito Giovanni Brusca ha raccontato che venne a sapere che si voleva uccidere il confidente dei carabinieri, il mafioso Luigi Ilardo, il quale avrebbe dovuto condurre all’arresto di Provenzano già nel giugno 1995 (Ilardo fu poi ucciso dalla mafia nel maggio 1996, ndr). Il dottor Tuccio Pappalardo, funzionario della Dia che seguiva le operazioni dirette dal colonnello Michele Riccio con “l’infiltrato” Ilardo, ha scritto in una relazione del 13 settembre 1995 che le indicazioni fornite da Ilardo in relazione a Provenzano erano caratterizzate da «estrema indeterminatezza», aggiungendo che da questa indeterminatezza si passò a una «stasi che perdura ancora oggi da circa quattro mesi». Ciò significa che quattro mesi prima del presunto incontro a Mezzojuso, a prescindere dalla cattura di Provenzano, Ilardo avrebbe dovuto essere ucciso, e anche che le indagini erano bloccate. Questi elementi lasciano forti dubbi sul fatto che Provenzano il 31 ottobre avesse poi effettivamente incontrato Ilardo a Mezzojuso. Dubbio che a mio parere diventa certezza del mancato incontro tra i due. Giuseppe Pignatone, che all’epoca era il pm che coordinava l’indagine a Palermo, in aula ha riferito che il giorno dopo questo presunto incontro a Mezzojuso, l’1 novembre ’95, incontrò Michele Riccio, il quale non gli parlò affatto di Provenzano, bensì di un incontro avvenuto il 31 ottobre 1995 tra Ilardo e un altro mafioso, Nicolò Greco. Per altro, Riccio non era nemmeno a Mezzojuso, secondo la testimonianza del capitano Damiano. Se si fosse trattato davvero di arrestare Provenzano, com’è possibile che Riccio, il responsabile di quell’operazione, non fosse neanche sul posto a dirigere i suoi uomini? C’è più di un motivo per dubitare che ci sia stato un incontro tra Ilardo e Provenzano.

Cosa accadrà adesso che le deposizioni dei testi dell’accusa Michele Riccio e Massimo Ciancimino sono state inviate alla procura della Repubblica?
La procura dovrà valutare se esistano a loro carico ipotesi di reato di calunnia o di falsa testimonianza. Ciò significa che dal punto di vista del Tribunale i principali testi dell’accusa sono ritenuti inattendibili.

Per molti questa sentenza è decisiva anche rispetto all’altro processo, quello sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia. Come andranno avanti le cose?
Penso che questa sentenza avrà ripercussioni sull’altro processo perché i fatti addebitati a Mori sono gli stessi.

È vero, come sostiene Repubblica, che questa sentenza segna un cambio di marcia anche nei rapporti interni alla magistratura, con giudici che di fatto richiamano i pm a «modificare il modo di costruire le inchieste»?
Secondo me no. I giudici hanno la tendenza a non vedere messaggi reconditi nel comportamento umano. Per loro il discorso è molto più semplice: dovevano valutare una imputazione, e davanti a una serie di testimonianze e documenti schiaccianti a favore della difesa, hanno preso una decisione.

Uno dei temi centrali della sua arringa è stato l’attacco a un sistema mediatico e politico che ha accompagnato lo svolgimento del processo. «Condizionamenti ambientali fortissimi» li hai definiti.
Non era un “attacco”, ho solo delineato il quadro della realtà. I condizionamenti ambientali sono stati forti, il processo è stato accompagnato da mezze dichiarazioni rilanciate regolarmente dalla stampa di “area” o da trasmissioni “partigiane”: è un fatto innegabile che si è ripetuto fino all’ultimo istante. Mi riferisco alla presenza in aula – fermo restando che le udienze sono pubbliche – di aderenti al movimento delle agende rosse e di addio pizzo. Ho appreso dai giornali che dopo la sentenza dal pubblico si sono sollevate proteste: «Vergogna, lo Stato è incapace di processare se stesso». Queste frasi secondo me sono intollerabili in un’aula di giustizia.

Lei ha assunto un ruolo di primo piano nel collegio difensivo di Mori dopo la scomparsa, tre anni fa, di suo padre Pietro Milio, storico difensore del generale e di Bruno Contrada. Cosa ha imparato nell’esperienza in prima linea?
Mi sono trovato da un momento all’altro seppellito sotto una montagna di carta: ho imparato a mettermi di impegno e a leggere tutto, e a trovare finestre e spunti a favore dei miei assistiti. Bisogna davvero studiare per bene per affrontare un processo del genere, cosa che molti commentatori dell’ultima ora non hanno mai fatto. Ho sempre avuto chiaro come stessero davvero i fatti. L’unico vero problema per me era rappresentato da questo costante condizionamento dell’opinione pubblica. Abbiamo però sempre avuto fiducia nel tribunale, che ha dato sempre prova di grande scrupolo, preparazione e correttezza. E, soprattutto, di conoscenza degli atti processuali.

Suo padre è stato uno dei primi avvocati a difendere chi si costituiva parte civile contro la mafia, fin dall’epoca del maxiprocesso, e in un caso ha difeso anche il suo caro amico Giovanni Falcone. Cosa direbbe della sentenza di ieri?
Credo che sia davvero contento di come sono andate le cose.