Torino dice sì alla Tav e no all’Appendino

I 30 mila scesi in piazza certificano il divorzio tra la città e la sindaca pentastellata. Anche chi, sciaguratamente, l’aveva sostenuta ora l’ha abbandonata

Con compostezza sabauda, senza bandiere di partito e con una concorde trasversalità (che non è ancora e forse mai sarà progetto politico), un sabato di pioggia, in trentamila si sono ritrovati nella centralissima Piazza Castello, per dire che “Sì, Torino va avanti”. Deve andare avanti. Qualcuno si è spinto a sostenere che ci fossero quarantamila manifestanti, per una forse troppo facile evocazione-equazione con la marcia silenziosa di quadri e impiegati Fiat che decretò, il 14 ottobre 1980, la più cocente sconfitta del sindacalismo italiano.

IL “DOPPIO FALLO” DI APPENDINO

Una mobilitazione che certifica il divorzio tra la città e la sindaca pentestallata. Chiara Appendino, con il “doppio fallo” del pasticciaccio olimpico e dell’ordine del giorno No Tav lasciato approvare dai barricadieri inquilini della Sala Rossa che costituiscono la sua maggioranza, si è definitivamente alienata le interessate simpatie di quella “Torino che conta” che l’aveva, inopinatamente e con la supponente certezza di poterla condurre a rappresentare un mite “grillismo di governo”, collocata nella stanza dei bottoni. Da quello stesso mileau è quindi partito un contrordine: Torino deve andare avanti, non può essere isolata periferia dell’impero. Parole d’ordine che hanno innescato energie latenti, anche molto distanti dai circuiti della “bourgeoise engagée”.

FINE DEL SOGNO (INCUBO)

Anche una finta incendiaria, a forza di giocare (e lasciar giocare) con la retorica infiammabile, può bruciare il salotto buono in cui incautamente era stata accolta. Ci si potrebbe intrattenere sulle dinamiche interne a questa sconnessione tra il Sistema e il suo gentile volto antisistema, ma non si capirebbe fino in fondo quanto è accaduto: un presidio placido ma determinato congiuntamente sostenuto da tutte le rappresentanze del mondo imprenditoriale e da larga parte del mondo sindacale, dagli ordini professionali e dalle associazioni di categoria. Una plastica sconfessione del sogno (per molti incubo) della disintermediazione assoluta in nome della nuda cittadinanza, tanto cara ai seguaci del comico genovese che nella stessa piazza, nel febbraio di cinque anni fa, tenne uno delle più partecipate tappe dello Tzunami Tour (con la bandiera No Tav inalberta sul palco).

CODE PER FIRMARE

C’era, certo, molto Pd. Ma non solo. Fratelli d’Italia ha installato i suoi banchetti per il referendum consuntivo sulla Torino-Lione (code anche di due ore per firmare). Ciò che resta di Forza Italia, che si trova addirittura l’ex-sottosegretario con il pallino della logistica Mino Giachino tra i pochi a poter prendere la parola sul palco minimalista, era “compattamente” presente. Non è mancata la Lega, che i dirigenti dipingono come non supina contraente del contratto di governo indisponibile a cedere sulla strategicità delle grande opere, ma rispetto alla quale i più maligni sostengono che si sia assisto a un’inversione del celebre “l’intendance suivra” (amministratori e militanti ci sarebbero stati comunque, quindi all’ultimo è arrivata l’adesione).

LE PAROLE DEL VESCOVO

Non sono mancate adesioni di realtà del cattolicesimo organizzate, che si sono in qualche modo sentiti “benedetti” dalle parole del vescovo Nosiglia, che ha evidenziato, richiamando anche i trattati internazionali con cui il nostro Paese si è impegnato, come si dovrebbe invece “trovare un compromesso, una via di uscita che non distrugga tutto ciò che è stato fatto e porti avanti un progetto che sembra ottimo sotto il profilo economico e sociale e di vitalità del nostro territorio”.

OPPOSIZIONE CHE DICE SI’

Ridurre il tutto al sostegno a un’infrastruttura o al rifiuto di un farsi piccola-piccola di una città che da qualche parte ha ancora il gusto e il vezzo d’essere Capitale è forse sminuente.
Con troppo fretta in tanti cercheranno di far propria questa mobilitazione, purtroppo. Resta un fatto innegabile: in questa contingenza, c’è un’opposizione che dice sì. Potrebbe essere un bene per tutti, anche per chi governa.

Foto Ansa