Se non sappiamo più cosa vuol dire amministrare il creato

Estromesso Dio, regna la duplice follia dell’abuso speculativo, in spregio a ogni limite, e del blocco ecologistico di qualsiasi attività, una sorta di divieto di uso

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Pubblichiamo l’articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Dio ha voluto rivelarsi agli uomini attraverso l’intermediazione della natura (…). Dio usa due modi per manifestarsi agli uomini. Il primo è storico, il secondo naturale. (…) Gli avvenimenti della storia sono irregolari, i fenomeni della natura sono regolari. Attraverso i primi Dio manifesta la sua provvidenza; attraverso i secondi manifesta la sua fedeltà. A questa fedeltà di Dio deve rispondere la fedeltà dell’uomo. Il luogo del loro incontro reciproco è il mondo creato. Nei confronti di questo mondo l’uomo ha due doveri. Il primo è di lavorarlo, di farlo fruttare. Il secondo è di rispettarlo perché esso è il dominio di Dio e perché lui, l’uomo, non è che l’amministratore per conto di Dio di questo dominio. Rispettare il mondo creato esige che l’uomo, che ha tutta la libertà di usarlo, non ne abusi, non lo profani, non lo distrugga. Questi oneri contrattuali sono già contenuti nell’Antico Testamento. Proprio esso ce li ricorda in questi giorni di infedeltà».

Incrocio queste considerazioni in un volume pubblicato pochi mesi fa da D’Ettoris a cura di Giovanni Cantoni; l’autore è Gonzague de Reynold, storico e letterato elvetico (1880-1970) di straordinario spessore. Benché di vari decenni or sono, svelano evidente attualità, pochi giorni dopo il terremoto che ha raso al suolo paesi familiari come Amatrice. Perdere la famiglia, vedersi privato di un figlio, ritrovarsi senza le persone più care… è un dolore incancellabile. Come sempre dopo tragedie del genere, la ricostruzione non può limitarsi agli edifici materiali, pure importanti: è egualmente, se non più importante, la ricostruzione interna di chi è sopravvissuto ed è rimasto senza niente.

Provare a riflettere impegna su un altro fronte. Con ripetitività drammaticamente noiosa, sono tornati i discorsi sulla prevenzione. Ecco, i discorsi. Tutti siamo certi che nel tempo la ricostruzione si farà, che se bene eseguita eviterà crolli e distruzioni in presenza di nuove scosse: ma li eviterà lì, dove la terra ha tremato, non nei mille altri luoghi d’Italia a elevato rischio tellurico. Quando i media ripropongono la mappa del rischio, chiunque, pur se non laureato in geologia, è in grado di capire che: a) essa interessa quasi la metà del territorio nazionale; b) grazie a Dio, tanti centri abitati, pur ricadendo in siti sismici, non sono mai stati interessati da terremoti; c) nulla assicura che ciò non accada in futuro; d) inquieta la presenza di costruzioni non sicure, realizzate quando non vi era ancora la normativa antisismica.

Le cronache raccontano di fondi stanziati e impegnati solo in parte; di previsioni di pericolo precise (è il caso di Amatrice) che non sono state tradotte nella messa in sicurezza; di ritardi e di inadempienze fra un ente e un altro. Se chi si è precipitato per portare soccorso merita la gratitudine di tutti, ha poco senso il rammarico per quel che si poteva fare e non si è fatto per prevenire. Non parlo della previsione specifica del disastro, che è impossibile. Parlo del rinviare a domani quello che si può fare oggi, del preoccuparsi per la “carta a posto” e non per il risultato, del trincerarsi dietro il “non è mia competenza”. Mettere in sicurezza gli edifici di una zona sismica non è impresa impossibile: esistono le competenze professionali, le risorse finanziarie, gli strumenti tecnici per provvedervi.

Quel che manca è saper distinguere fra gli avvenimenti della natura, che hanno una loro “regolarità” (in una zona sismica prima o poi arriva il terremoto), e le vicende degli uomini, che sono tragicamente “irregolari”. Manca la consapevolezza del rapporto corretto col creato, regnando la duplice follia dello sfruttamento speculativo, in spregio a ogni limite di realizzazione edilizia, e del blocco ecologistico di qualsiasi attività, una sorta di divieto di uso: i due estremi sono speculari, entrambi esito della estromissione di Dio e della non comprensione del mandato di amministratori del creato da Lui ricevuto. Manca l’assunzione piena della responsabilità del fare finché si è in tempo.

Riformare la pubblica amministrazione serve a poco se abbiamo cancellato la consapevolezza laica che il rapporto di fedeltà fra ogni uomo e il Creatore passa dalla corretta – quindi efficace – amministrazione del creato. Non è materia di protezione civile, ma di etica riconquistata.

Foto Ansa

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