Suicidio assistito. Inutili i paletti, «i pericoli non possono essere eliminati»

La maggioranza di governo presenta una legge sull’eutanasia sottolineando le garanzie contro gli abusi. Ma un rapporto sul suicidio assistito dell’agenzia federale americana a difesa dei disabili spiega: «Qualsiasi legge è pericolosa, le restrizioni vengono aggirate»

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La maggioranza di governo, compreso il partito Italia Viva di Matteo Renzi, ha presentato in Senato un disegno di legge sul suicidio assistito. Il testo, a prima firma Monica Cirinnà, va ben oltre la sentenza della Corte costituzionale. Abolisce infatti uno dei paletti indicati dalla Consulta, e cioè che il paziente sia mantenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, e conferma gli altri. In base al testo, può ottenere l’eutanasia chi sia in grado di prendere decisioni libere e consapevoli, soffra di una malattia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute soggettivamente intollerabili.

«L’EUTANASIA È UN PERICOLO PER I DISABILI»

Ma la retorica dei paletti, che secondo i sostenitori della “buona morte” impediranno al nostro paese di diventare il nuovo far west dell’eutanasia, è appena stata smontata da un corposo rapporto del National Council on Disability americano, agenzia federale indipendente che monitora le politiche sulla disabilità degli Stati Uniti. Nel rapporto si legge che «l’evidenza dimostra con forza che i dispositivi di sicurezza e protezione vengono facilmente aggirati diventando pericolosi per i pazienti disabili».

Il suicidio assistito esiste da decenni negli Stati Uniti. È diventato legale per la prima volta in Oregon nel 1994, estendendosi poi a Washington (2008), Vermont (2013), California (2015), Colorado e Distretto di Columbia (2016), Hawaii (2018), New Jersey e Maine (2019). L’eutanasia è legale di fatto anche nel Montana, dove una sentenza della Corte suprema del 2009 protegge dall’accusa di omicidio quei medici che partecipino al suicidio assistito di un paziente.

TUTTI I PALETTI AMERICANI

Il rapporto intitolato “Il pericolo delle leggi sul suicidio assistito“, pubblicato il 9 ottobre, dovrebbe essere letto con attenzione dai nostri parlamentari. Le leggi americane prevedono molti paletti, ben più stringenti rispetto a quelli stabiliti dai giudici dalla Corte costituzionale che, è bene ricordarlo, hanno esautorato il Parlamento sul tema. Le diverse legislazioni prevedono, ad esempio, che il paziente sia maggiorenne, in grado di intendere e di volere e affetto da patologia terminale. La prognosi deve essere confermata da almeno due medici, la richiesta da parte del paziente deve essere fatta due volte oralmente e anche in forma scritta alla presenza di almeno due testimoni che devono confermarne la volontà. Inoltre, è previsto che i medici offrano al paziente prima del suicidio assistito le cure palliative e che la richiesta di morire debba essere fatta due volte con un intervallo di due settimane tra la prima e la seconda.

LE CURE COSTANO, L’EUTANASIA È GRATIS

Tutte queste misure hanno lo scopo di impedire che i più vulnerabili siano vittime di abusi. Ma nella pratica non servono a nulla. Nel 2008 il medico di Barbara Wagner, affetta da cancro ai polmoni, le ha prescritto il farmaco Tarceva per allungarne la vita. Ma l’Oregon le ha inviato una lettera informandola che il farmaco non sarebbe stato pagato dalla mutua e che in cambio la sanità pubblica poteva «coprire gratuitamente il suicidio assistito». Lo stesso anno il medico di Randy Stroup gli ha prescritto il Mitoxantrone per trattare il suo cancro alla prostata. L’Oregon lo ha però informato che la sanità pubblica avrebbe coperto soltanto i costi del suo suicidio assistito e non delle sue cure. L’Oregon infatti non paga le spese sanitarie di chi ha meno del 5 per cento di possibilità di sopravvivere grazie alle cure almeno cinque anni.

Nel 2016, Stephanie Packer, madre di quattro figli ammalata di cancro, è stata informata dalla sua assicurazione in California che i costi della chemioterapia sarebbero stati a suo carico, mentre il suicidio assistito era gratis. Nel 2017 il dottor Brian Callister ha cercato di trasferire due suoi pazienti in California e in Oregon per ricevere trattamenti che ne avrebbero impedito la morte. L’assicurazione di entrambi ha negato di coprire i costi del trasferimento e delle cure, spingendo invece per l’eutanasia.

LE DIAGNOSI SBAGLIATE DEI MEDICI

La scelta, come si può ben vedere, è spesso obbligata. Ma anche prevedere che un paziente possa morire se affetto da patologia irreversibile è fuorviante. Le diagnosi mediche, infatti, sono spesso errate. Nel 2000 i medici hanno spiegato a Jeanette Hall, residente in Oregon, che a causa di un cancro le restavano sei mesi da vivere. La donna ha subito fatto richiesta per il suicidio assistito e ha desistito solo dopo che il suo medico ha insistito per tentare radioterapia e chemioterapia. Undici anni dopo, Hall ha scritto: «Sono così felice di essere viva! Se il mio dottore avesse creduto nel suicidio assistito, ora sarei morta. Il suicidio assistito dovrebbe essere illegale». Oggi, 19 anni dopo la diagnosi terminale, la donna è ancora viva.

Anita Cameron, testimoniando al Parlamento di New York contro il suicidio assistito, ha raccontato la storia di sua madre, Alice Bozeman, alla quale i medici avevano diagnosticato una malattia terminale. Nell’agosto del 2009 le dissero che la morte era imminente. Bozeman cominciò le pratiche per ottenere il suicidio assistito, poi, sentendosi meglio, decise di aspettare. Otto anni dopo, era ancora viva e «attiva».

Laurie Hoirup, affetta da una grave forma di Sma in California, non doveva vivere che pochi anni secondo i medici. Invece è sopravvissuta fino a 60, morendo per cause accidentali, dopo essere diventata presidente dell’associazione statale della California dei dipendenti affetti da disabilità.

L’ILLUSIONE DELLA «DECISIONE LIBERA»

Anche il requisito che il soggetto sia capace di prendere decisioni libere e consapevoli viene disatteso negli Stati Uniti. Quando Michael Freeland, 62enne dell’Oregon affetto da depressione da 43 anni, ha saputo di avere un cancro ai polmoni ha richiesto il suicidio assistito. Peter Reagan, medico e sostenitore dell’eutanasia, gli ha prescritto il farmaco letale senza neanche consultare uno psicologo, ritenendo il consulto «non necessario». Prima di essere ucciso, Freeland contattò il Pcc, un gruppo di medici che offrono assistenza sanitaria e psicologica a chi vuole suicidarsi. Grazie a loro ha intrapreso chemioterapia e radioterapia, che hanno alleviato i suoi sintomi, oltre a un trattamento efficace contro il dolore. Inoltre, gli hanno fornito sostegno psicologico, insieme alla sua famiglia, permettendogli di continuare a vivere con dignità.

«LA SFIDA È AIUTARE A VIVERE IN MODO DEGNO»

Il caso di Freeland ha spinto il dottor Herbert Hendin, esperto internazionale nella prevenzione del suicidio, a testimoniare al Congresso americano:

«Una richiesta di suicidio assistito presenta aspetti ambivalenti come quasi sempre accade nei soggetti che vogliono suicidarsi. Il dottore deve riconoscere questa ambivalenza, al pari dell’ansia e della depressione. I pazienti che richiedono l’eutanasia solitamente chiedono di essere aiutati ad alleviare la sofferenza fisica e mentale. Se incontrano un medico compassionevole in grado di aiutarli, la maggior parte dei pazienti non vuole più morire e diventa grata del tempo che gli rimane da vivere. Le scoperte fatte negli ultimi 20 anni nel campo delle cure palliative dimostrano che trattando in modo compassionevole e umano i pazienti si può evitare di legalizzare l’eutanasia. Gli studi hanno dimostrato che più i medici conoscono le cure palliative e meno tendono a essere favorevoli alla legalizzazione del suicidio assistito. La sfida è occuparci di tutti i pazienti che sono malati terminali in questo modo».

«PREVENIRE GLI ABUSI È IMPOSSIBILE»

Purtroppo, nota il rapporto, «quando il suicidio assistito diventa legale non si diagnostica più la depressione e si tende a considerare la prescrizione letale come l’unica soluzione». Questo porta i pazienti affetti da disabilità a «sentirsi un peso» e a ritenere «ogni richiesta di aiuto» per non morire o per non soffrire come un insulto alla propria dignità. «La cultura dominante legata al suicidio assistito spinge i pazienti a credere che chiedere aiuto a vivere non è degno, o addirittura disumano. Non esistono “paletti” per impedire questo deriva» una volta che l’eutanasia diventa legge.

Il rapporto dimostra anche come problemi economici e finanziari incidano fortemente nello spingere un paziente a desiderare l’eutanasia e come l’approvazione del suicidio assistito generi una cultura della morte che porta all’allargamento progressivo delle maglie della legge per permettere a una platea sempre più vasta di persone di suicidarsi con il benestare dello Stato. Per tutti questi motivi, conclude il Consiglio nazionale sulla disabilità americano, «non è possibile prevenire gli abusi e gli errori» una volta che l’eutanasia viene legalizzata: «I pericoli del suicidio assistito non possono essere sradicati. L’eutanasia non può essere “sicura”. Ecco perché non raccomandiamo di approvare paletti più stringenti, non c’è ragione di credere che leggi migliori possano prevenire gli abusi». L’unica strada è dunque abolire il suicidio assistito o perlomeno approvare leggi che «garantiscano l’accesso reale alle cure palliative». Il Parlamento italiano dovrebbe leggere bene questo rapporto, scritto dopo decenni di convivenza con l’eutanasia, per non commettere tragici errori e trasformare il nostro paese in una «Olanda qualunque».

Foto Ansa