La Corte Costituzionale torna a pronunciarsi sulla "buona morte". I precedenti, la nota strategia di Cappato (dall’autodenuncia al pressing sulle regioni) per estenderla e l’imprevista voce dei malati che chiedono ai giudici di tutelare la loro vita
Marco Cappato al termine dell'udienza pubblica alla Consulta sul fine vita, Roma, 26 marzo 2025 (foto Ansa)
Il 26 marzo la Corte Costituzionale è tornata a pronunciarsi sul suicidio assistito. I giudici hanno risposto alle questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla gip di Milano, Sara Cipolla, sull’articolo 580 del Codice penale in relazione ai casi di Elena e Romano, due malati accompagnati a morire in Svizzera nel 2022 da Marco Cappato (per i quali i pm avevano chiesto l’archiviazione). I due si erano rivolti al tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni poiché non rientravano nei requisiti per accedere al suicidio assistito previsti dalla sentenza 242/2019 della stessa Consulta sul caso Dj Fabo.
Il deposito della nuova sentenza è atteso nelle prossime settimane e, sebbene la decisione non sia stata anticipata da alcun comunicato, è prevedibile che la Corte abbia nuovamente dichiarato non fondate le questioni mirate a estendere l’area della non punibilità oltre i confini stabiliti nel 2019.
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