«Oggi, nel XXI secolo, è tornata la schiavitù in Sudan»

Di Leone Grotti
10 Novembre 2025
Intervista al giornalista sudanese Eisa Dafalla, originario di El-Fasher, la città dove le milizie arabe (Rsf) stanno massacrando le tribù africane: «Esecuzioni di massa, stupri, flagellazioni: è un genocidio»
Alcuni membri delle milizie arabe di Hemedti, le Forze di supporto rapido (Rsf), prima di entrare a El-Fasher
Alcuni membri delle milizie arabe di Hemedti, le Forze di supporto rapido (Rsf), prima di entrare a El-Fasher (Ansa)

Un manipolo di soldati ride compiaciuto davanti alla telecamera sul retro di un pick-up, mentre il veicolo si allontana da nove cadaveri che giacciono a terra. Gli uomini sono eccitati: «Guarda che bel lavoro. Guarda che genocidio!». Uno si rivolge agli altri membri delle Forze di supporto rapido (Rsf): «Volevano l’olocausto? L’hanno avuto. Li abbiamo bruciati vivi in pieno giorno. Abbiamo fatto un bel barbecue. Moriranno tutti così».

Il riferimento è agli abitanti di El-Fasher, la capitale del Nord Darfur che dopo 18 lunghi mesi di assedio è caduta il 27 ottobre nelle mani delle Rsf, che dall’aprile 2023 sono protagoniste di una sanguinosa guerra civile contro l’esercito sudanese per il controllo del paese. In quella che fino a pochi giorni fa era la roccaforte dell’esercito regolare, ormai caduta, non prendono i telefoni, tranne quelli satellitari, internet funziona a singhiozzo, il poco che si sa di quello che accade in città proviene dalle testimonianze dei profughi fuggiti a Tawila, a 45 km di distanza, o dai filmati pubblicati dagli aguzzini.

Duemila persone trucidate a El-Fasher

Secondo funzionari di agenzie umanitarie citati dalla Bbc, già duemila persone potrebbero essere state trucidate nelle ultime due settimane. L’Organizzazione mondiale della sanità parla di oltre 450 persone massacrate all’interno dell’unico ospedale funzionante della città.

Ci sono testimonianze altrettanto spaventose: donne e bambini bruciati vivi, uomini costretti a scavarsi una fossa e poi sepolti vivi, civili fatti a pezzi nelle proprie case, disabili impossibilitati a scappare uccisi sul posto. Dovunque esecuzioni di massa e fosse comuni (visibili dai satelliti).

Un comandante delle Rsf, Abu Lulu, avrebbe «dato ordine ai suoi uomini di uccidere tante persone innocenti, bambini inclusi». In un video si vede l’uomo parlare così a un uomo disarmato prima di ammazzarlo: «Il nostro lavoro è solo quello di uccidere. Non avrò mai pietà».

Le immagini satellitari di El-Fasher mostrano una città devastata da 18 mesi di assedio e bombardamenti
Le immagini satellitari di El-Fasher mostrano una città devastata da 18 mesi di assedio e bombardamenti (foto Ansa)

Nuovi massacri in Sudan

Tanta inspiegabile ferocia non sorprende un giornalista sudanese come Eisa Dafalla, profugo in Uganda, a Kampala, con decine di familiari ancora rinchiusi a El-Fasher. «Le Forze di supporto rapido erano conosciute prima come Janjaweed, piccoli diavoli. Sono composte principalmente da soldati di tribù arabe» e già nei primi anni Duemila si sono macchiati di crimini che per molti equivalgono a un genocidio contro le tribù africane del Darfur.

«Avevano già preso il controllo di quattro dei cinque stati che compongono il Darfur», continua il giornalista parlando con Tempi. «A El Geneina, roccaforte della tribù africana dei Masalit, hanno compiuto massacri su larga scala»: si parla di almeno 15 mila vittime.

«L’esercito ha abbandonato i civili»

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva già chiesto che venisse interrotto l’assedio di El-Fasher, ma le Rsf si erano rifiutate di ascoltare. «Le Nazioni Unite avevano avvertito che se la città fosse caduta sarebbe potuto avvenire un genocidio. Quegli avvertimenti sono rimasti inascoltati e da giorni si assiste a massacri, rapimenti, violenze sessuali, crimini orrendi che avvengono con la complicità o il silenzio della comunità internazionale», continua Dafalla.

Dopo centinaia di attacchi, il 26 ottobre «l’esercito e i suoi alleati sono fuggiti, abbandonando i civili alla mercé delle milizie arabe, che hanno iniziato a uccidere i membri della tribù Zaghawa e di altri gruppi etnici africani».

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Le milizie arabe del “Piccolo Maometto”

Centinaia di persone hanno tentato di fuggire dalla città, passando attraverso strade «piene di cadaveri». Alcuni ce l’hanno fatta, altri sono stati rapiti dalle milizie di Mohamed Hamdan Degalo, detto Hemedti, il “Piccolo Maometto”.

Dafalla ha più di 17 membri della sua famiglia allargata detenuti dalle Rsf, che chiedono migliaia di dollari di riscatto per liberare ciascun prigioniero. Chi non riesce a raccogliere i soldi viene ucciso. Ma neanche pagare è garanzia di salvezza.

«È tornato la schiavitù in Sudan»

L’odio etnico, razziale e tribale che le milizie arabe nutrono verso le tribù africane è sconfinato, tanto che, continua Dafalla, «oggi le popolazioni africane indigene vivono una forma di oppressione che assomiglia al dominio coloniale: la gente viene frustata, arrestata in modo arbitrario, rapita e uccisa nella più totale impunità. È davvero una situazione che assomiglia al ritorno della schiavitù, ma nel XXI secolo».

Due anni e mezzo di guerra hanno già portato a un numero di morti che varia, a seconda delle stime, da 150 a 400 mila. Più di 12 milioni di persone sono attualmente sfollate in tutto il paese, compresi più di 4 milioni fuggiti nei paesi confinanti.

«La maggior parte degli uomini delle tribù africane o combatte con l’esercito sudanese o tenta di scappare attraverso la Libia nella speranza di trovare sicurezza e un futuro migliore in Europa».

Protesta a Parigi per accusare gli Emirati arabi uniti di genocidio per il coinvolgimento nella guerra in Sudan
Protesta a Parigi per accusare gli Emirati arabi uniti di genocidio per il coinvolgimento nella guerra in Sudan (foto Ansa)

Soldi e armi dagli Emirati arabi uniti

Nonostante le Rsf abbiano annunciato di avere accettato i termini di un cessate il fuoco proposto da Stati Uniti, Egitto, Emirati arabi uniti e Arabia Saudita i combattimenti non si fermano.

Le Rsf godono del sostegno granitico degli Emirati arabi uniti. Abu Dhabi nega ogni coinvolgimento, ma secondo il New York Times avrebbe stabilito network logistici di sostegno alle milizie arabe in Ciad, Libia, Centrafrica, Sud Sudan e Uganda per rifornirle di armi, benzina e mercenari. In cambio, Hemedti avrebbe garantito agli Emirati le ricche riserve di oro del Sudan e il controllo della costa sul Mar Rosso.

«Molti paesi sono implicati in questo conflitto e sostengono le milizie arabe. Speriamo che ritirino presto il loro sostegno», conclude Eisa Dafalla. «La mia gente deve tornare a vivere in pace e in sicurezza nel Darfur. Deve tornare a essere libera».

@LeoneGrotti

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