Sud Sudan. «I ribelli hanno spazzato via tutto, anche le chiese. I nostri missionari scappano nelle foreste»

Intervista a padre Daniele Moschetti, superiore dei Comboniani nello Stato più giovane del mondo: «Gli scontri hanno creato una ferita fra tribù che non sarà sanata prima di decenni»

«La diocesi di Malakal è stata distrutta, i ribelli hanno spazzato via tutto, quel poco che abbiamo costruito in otto anni non c’è più. Ora i combattimenti si spostano a Leer, nello Unity State». Si dichiara «molto preoccupato» a tempi.it padre Daniele Moschetti, superiore dell’ordine dei Comboniani in Sud Sudan, dove la guerra tra i soldati governativi del presidente Salva Kiir (foto in basso a destra, ndr) e quelli del vicepresidente deposto, Riek Machar, accusato di tentato golpe, hanno già fatto dal 15 dicembre scorso circa 10 mila morti e 500 mila sfollati.

«ATTACCATE CHIESE E MISSIONI». Nonostante un “cessate il fuoco” firmato ed entrato in vigore il 24 gennaio, si combatte ancora, soprattutto nel nord, nelle zone dei giacimenti petroliferi, unica ricchezza del paese. «I ribelli hanno attaccato anche missioni, parrocchie e chiese. Solo la cattedrale a Malakal è stata risparmiata, dove i sacerdoti hanno ospitato e nascosto moltissime persone, anche di etnie diverse», continua padre Moschetti. Gli scontri, di origine politica, hanno fatto esplodere i «vecchi odi tribali» e la violenza è «talmente grande» che «la gente abbandona le case e scappa, mentre i ribelli bruciano, rubano e distruggono tutto, ospedali compresi».

«SCAPPIAMO NELLE FORESTE». Vicino a Leer, «dove c’è una nostra missione nello Unity State», si combatte ancora: «Abbiamo chiesto ai nostri missionari di andarsene e di abbandonare la missione», rivela padre Moschetti. «Nel villaggio erano rimasti solo loro. Ora hanno raggiunto gli abitanti nelle foreste. Sappiamo che quando arrivano soldati e ribelli, questi depredano e distruggono tutto. Non potevamo rischiare la vita, anche se sappiamo che faranno man bassa di tutto».

LOTTA DI POTERE. Padre Moschetti si trova nella capitale Juba dove ha partecipato a una conferenza straordinaria con tutti i vescovi del paese: «A breve uscirà la lettera pastorale su quello che stiamo vivendo”, spiega. «Preghiamo perché ci sia la conversione dei cuori e delle menti di tutti. Questa è una lotta di potere, non per la gente. Perché da quando siamo diventati indipendenti (luglio 2011, ndr) la gente non è che abbia goduto di molti servizi in più».

FERITE TRIBALI INSANABILI. L’emergenza umanitaria resta gravissima. Spiega il comboniano: «Qui manca tutto: medicine, acqua, cibo. Non si sa più dove dormire e se di giorno ci sono 50 gradi, di sera fa già freddo. Già eravamo uno dei paesi a rischio carestia, ora la situazione è penosa, difficilissima». Quando si tornerà alla normalità? «Non si sa. Questi nuovi scontri hanno creato una ferita a livello tribale che non sarà sanata prima di decenni. Lo strappo tra tribù c’era già prima, ora è stato acuito».