«Letta ha torto quando dice che in Italia lo stato di diritto funziona. Il problema esiste»

Intervista al giornalista e analista economico Cisnetto: la situazione irriformabile della giustizia «spaventa gli investitori», non solo esteri (vedi Ilva e Saipem); errore del Pd lasciare i referendum radicali al Cavaliere

«Berlusconi ha detto almeno una cosa vera: lo stato di diritto, in Italia, non c’è». Ne è convinto Enrico Cinetto, giornalista e analista economico. Al di là di quanto affermato dall’ex premier nel videomessaggio trasmesso mercoledì scorso, 18 settembre, le disfunzioni dello stato di diritto in Italia «sono confermate dai milioni di processi arretrati e dalla durata dei procedimenti civili e penali. Se non bastasse ci sono le sentenze e le pronunce dell’Ocse, dei tribunali europei, dell’Unione Europea». Per Cisnetto è ormai «impossibile non rendersi conto dell’evidenza. Chi la nega contribuisce ad aggravare la situazione».

Il presidente del Consiglio Enrico Letta, rispondendo al videomessaggio di Berlusconi, ha negato l’esistenza di un problema sullo stato di diritto in Italia.
Quella risposta non me l’aspettavo. È stato un errore politico. Ormai le disfunzioni della giustizia italiana le conoscono tutti, in Europa, nel mondo e anche in Italia. Che senso ha mentire? Letta si è lasciato andare a una bugia inutile. Posso capire la logica con cui è stata detta – dopotutto è il presidente del Consiglio – ma, su questo tema, vista la nostra situazione, avrebbe fatto meglio a tacere.

Doveva semplicemente tacere o avrebbe potuto dire altro?
Una cosa è certa: il premier non può sottovalutare il peso che hanno le disfunzioni della giustizia nell’economia. Sotto gli occhi di tutti gli italiani ci sono casi clamorosi come l’Ilva e Saipem. Si lasciano i problemi irrisolti per anni, come è successo a Taranto, e poi quando si interviene, lo si fa senza tenere conto della situazione italiana e mondiale e si distrugge un’azienda che dà lavoro a migliaia di dipendenti. La vicenda giudiziaria di Saipem, l’azienda dell’Eni che presta servizi petroliferi in tutto il mondo, mette in luce questo modo di fare distruttivo. Tutto il mondo sa che in certi paesi per ottenere qualcosa si è costretti a pratiche non del tutto legali. Ma questa è la realtà in cui viviamo. Si può decidere di non adeguarsi, che sia meglio moralizzare il sistema, ma non ha senso mandare per questo in malora un’azienda di interesse nazionale. Se vogliamo essere moralizzatori del mondo non possiamo prendercela solo con un pezzettino, solo con noi stessi. Altrimenti ci auto-eviriamo economicamente e politicamente, per nulla.

È vero che i problemi della giustizia italiana tengono lontani gli investitori stranieri? 
Non solo loro, anche quelli italiani. Insieme a un’imposizione fiscale vessatoria, questo stato di diritto aleatorio contribuisce a spaventare gli investitori. Una paese dove il diritto è piuttosto labile, e dove anche dopo una sentenza si rimane nell’incertezza per anni, non può certo attirare gli imprenditori.

A chi appartiene la responsabilità della situazione in cui versa la giustizia italiana?
Sono responsabili tutti i governi che si sono avvicendati in questi vent’anni. Berlusconi, lo sappiamo, non ha saputo riformare la giustizia. Dall’altra parte a sinistra però è stato anche peggio, con la continua negazione del problema, confermata dalle parole di Enrico Letta. Nella Seconda Repubblica, il problema della giustizia è stato identificato con Silvio Berlusconi. L’Italia bipolare si è divisa sulla sua persona. Quindi anche dire o non dire che ci sia un problema di giustizia in Italia si riduce a una questione fra colpevolezza e innocenza di Berlusconi. Il paese rimane diviso e non si raggiunge alcuna riforma.

La sinistra, in questi anni, ha sempre anteposto il tema della legalità a quello della giustizia. Perché?
Certamente perché vive sotto il ricatto politico e culturale giustizialista. L’esempio più clamoroso, ultimamente, è stato regalare a Berlusconi la sponsorizzazione dei referendum radicali. La sinistra avrebbe potuto e dovuto impossessarsi di quei temi. Ma non l’ha fatto.

Quanto incide l’ideologia giustizialista nell’economia italiana?
Ciò che incide nell’economia italiana è la perdita della consapevolezza del “come” e del “dove” nasce la ricchezza di un paese, di cui l’ideologia giustizialista rappresenta solo una parte. C’è anche quella del “no a tutto”, che appartiene a chi pensa che è bene essere contrari a ogni grande opera, a prescindere della sua utilità. A questa mentalità si è arrivati da un lungo percorso che è iniziato nel ’68.

A cosa ha portato la perdita di questa consapevolezza?
Ci siamo persi le rivoluzioni globali che si sono susseguite dopo il crollo del muro di Berlino. La creazione dell’Unione Europea, l’arrivo delle nuove tecnologie, la finanziarizzazione dell’economia, hanno stravolto il paradigma economico mondiale. Mentre accadeva tutto questo nel mondo, noi abbiamo preferito appendere a testa in giù Craxi e i partiti della Prima Repubblica. Abbiamo perso le svolte epocali e abbiamo aumentato i difetti del sistema italiano. Ed eccoci in questa situazione.

Come si può riformare l’Italia?
L’unica alternativa è una Terza Repubblica dove forze politiche nuove identifichino punti di convergenza per una rinascita del Paese. Purtroppo ci siamo già giocati due governi. Compreso il governo Letta.