Siria. Ora che si fa sul serio, anche i nostri giornali iniziano a farsi qualche domanda

Fino a qualche giorno fa, ci si faceva trascinare dall’emotività, pur in presenza di notizie frammentate. Ma oggi Corriere, Repubblica e Feltri sul Giornale hanno spiegato i pericoli dell’intervento

Firma l’appello contro l’intervento militare in Siria

Anche i nostri editorialisti e analisti sono scettici su un intervento armato in Siria. Uno scetticismo condiviso, al di là di ogni appartenenza politica di partenza, che va da Repubblica al Giornale passando per il Corriere della Sera. Non era così fino a qualche giorno fa, anzi. Spesso i nostri organi d’informazione hanno soffiato sul fuoco dell’emotività, pur in presenza di notizie frammentate e poco verificabili. Ora che Stati Uniti e alleati sembrano far sul serio, iniziano ad emergere i primi dubbi.

QUAL E’ LA STRATEGIA? Lucio Caracciolo, direttore di Limes ed esperto di geopolitica, scrive su Repubblica un editoriale intitolato “L’America indispensabile”, in cui – pur cercando in tutti i modi di giustificare gli errori di Barack Obama -, alla fine scrive: «Gli americani e alcuni alleati – i tedeschi paiono al solito sfilarsi, su noi italiani non abbiamo certezze – potrebbero limitarsi a una pioggia di missili e alle incursioni dei droni. E poi? Se non bastassero ad abbattere il dittatore, dovremmo trattare con lui, come con Milosevic? E se bastassero, dovremmo applaudire il tagliagole jihadista che ne prendesse il posto, o assistere alla resa dei conti fra le fazioni che si scannano in ciò che resta della Siria, acconciandoci a formalizzarne la spartizione in stile balcanico? Oppure americani e altri occidentali, fors’anche musulmani, dovrebbero mettere gli stivali per terra, finendo risucchiati nell’epicentro siriano della guerra civile islamica che oppone Iran e Arabia Saudita, con i rispettivi satelliti? E Israele starà a guardare, o vorrà profittarne per assestare un serio colpo agli ayatollah? Quanto a Teheran, si adatterà a perdere il suo sbocco sul Mediterraneo? Non è dunque chiaro – probabilmente nemmeno a Obama – quale strategia sottenda la rappresaglia che dovrebbe colpire Damasco».

NON GLI E’ BASTATO L’IRAQ? Sul Giornale tocca a Vittorio Feltri mettere in guardia su un intervento che non pare avere ragionevoli motivazioni (“Non spingete l’Italia in un’altra guerra inutile): «Barack Obama ha ricevuto il Nobel per la pace senza aver fatto nulla per la pace, e ora crede di risolvere il problema siriano con le armi. Non gli è bastata l’esperienza dell’Irak? Anche noi (io personalmente) ci illudevamo che fosse esportabile la democrazia in Paesi che non sanno neppure che cosa essa sia. Oggi constatiamo che l’eredità di Saddam Hussein è stata gestita dai militari al peggio: la situazione a Bagdad è disastrosa e minaccia di ulteriormente degenerare. Dodici anni di combattimenti in Afghanistan non hanno prodotto lo straccio di un regime accettabile. E abbiamo visto i risultati ottenuti in Libia: una guerra incomprensibile, chiamata di liberazione, che ha portato all’uccisione di Muammar Gheddafi, i cui successori si sono rivelati suoi epigoni, forse più crudeli di lui. Noi italiani siamo stati costretti, tirati per i capelli, a scendere in battaglia e abbiamo abbandonato sul campo contratti vantaggiosi dei quali si è appropriata la Francia. Bell’affare. Abbiamo sparpagliato contingenti di nostri soldati in mezzo mondo, dal Libano al Kosovo fino alla Somalia, spendendo montagne di miliardi senza avere alcunché in cambio. Perdite, perdite, soltanto perdite. Di vite umane e di quattrini. E che dire dell’Egitto? Abbiamo ingenuamente salutato la deposizione di Hosni Mubarak come l’inizio della primavera araba. Abbiamo applaudito entusiasti ai rivoluzionari, convinti che grazie a loro il Medio Oriente sarebbe risorto, lasciandosi alle spalle una tradizione secolare di dispotismo sostenuto da pretesti religiosi. Abbiamo sbagliato tutto e non abbiamo capito nulla di quelle terre infernali dove esistono solo il petrolio e un fanatismo malvagio e feroce: terrorismo, teste tagliate, stragi».

BANDIERE NERE QAEDISTE. Il Corriere della Sera si affida all’analisi del suo esperto Guido Olimpio che, nell’editoriale in prima pagina, conclude la sua analisi con un monito: «Ci si preoccupa per i rischi dell’operazione ma anche del dopo. Se la Casa Bianca ha tardato così tanto a reagire alla repressione feroce in Siria è a causa dell’incertezza sul futuro. Mancano gli interlocutori sicuri, c’è il rischio di un Paese diviso in cantoni, quelli che sono gli alleati di oggi – i ribelli – possono diventare i nemici di domani. Specie quelli che innalzano le bandiere nere qaediste, estremisti con agenda e obiettivi ben lontani da quelli occidentali. A Washington ancora brucia la ferita di Bengasi. Il sacrificio dell’ambasciatore Chris Stevens e dei suoi collaboratori resta un monito doloroso: a non fidarsi».