Siria, la guerra civile dilaga e distrugge tutta la regione

Complotto yankee-sionista o trame per il controllo dei giacimenti energetici? Per Libano, Giordania, Iraq, Turchia allearsi o combattere contro Damasco significa essere trascinati nel conflitto

«Una guerra siriana con conseguenze regionali sta diventando una guerra regionale con epicentro in Siria». Così un anonimo ex funzionario americano nel giugno scorso ha parlato all’International Crisis Group (Icg). Concetto che il think tank con sede a Bruxelles ha fatto proprio in un report il cui titolo recita: “Syria’s metastasing conflicts”. L’accresciuta prudenza dell’amministrazione Obama e le ripetute messe in guardia sui costi finanziari e umani di un coinvolgimento americano nel conflitto siriano da parte dei vertici militari statunitensi, sembrano ispirate dalla stessa consapevolezza: intervenire militarmente in Siria oggi non significa far pendere la bilancia da una parte in una crisi circoscritta; significa essere trascinati in una guerra regionale. Che vede schierati i paesi mediorientali a maggioranza sunnita contro quelli a maggioranza sciita; Turchia, Arabia Saudita, Giordania, Qatar, paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), sunniti libanesi e iracheni da una parte; Iran, Hezbollah, forze armate irachene e volontari sciiti iracheni dall’altra. Per non parlare poi della Russia che arma e supporta diplomaticamente il governo di Damasco mentre gli “amici della Siria” occidentali (Usa, Francia, Regno Unito, Italia e Germania) sono schierati con diversi gradi di tiepidezza con l’inconcludente e rissosa Coalizione nazionale siriana delle forze di opposizione.
Per il regime di Damasco e per i suoi amici in Iran e in Libano la regionalizzazione del conflitto non è mai stata questione di una metastatizzazione di una crisi originariamente locale, ma sin dall’inizio di un vero e proprio complotto internazionale. Bashar al-Assad e lo sceicco Nasrallah, leader di Hezbollah, hanno evocato quasi con le stesse parole una congiura contro l’“asse della resistenza” a Israele e alle politiche americane in Medio Oriente rappresentato da Iran, Siria, Hezbollah e Hamas (fino a quando l’organizzazione estremista palestinese ha fatto gioco di squadra coi suoi finanziatori e ospitanti a Damasco e a Teheran). In questa visione, i lacchè turchi, sauditi e qatarioti degli americani alimenterebbero nell’interesse di Israele la rivolta in Siria strumentalizzando i jihadisti (che per non denigrare la parola jihad Nasrallah chiama takfiri, cioè “musulmani che accusano altri musulmani di empietà”) e gli altri oppositori, per ottenere in cambio dagli americani l’autorizzazione a esercitare l’egemonia nella regione. Recentemente al complotto sionista-yankee come spiegazione della tragedia siriana è stato affiancato l’ennesimo complotto energetico, per una volta riguardante non il petrolio ma il gas. Sono tornate a galla le foto dei ministri del Petrolio di Iran, Irak e Siria che si incontrano per firmare un memorandum d’intesa per la costruzione di un gasdotto che collegherebbe la parte iraniana del giacimento di Pars (l’altra metà appartiene al Qatar) al Mediterraneo attraversando Iran, Irak, Siria e Libano. Il gasdotto entrerebbe in competizione con le attuali esportazioni europee del Qatar e col progetto Nabucco che prevede di trasportare il gas dell’Azerbaigian attraverso la Turchia. Il memorandum d’intesa per il gasdotto che partirebbe dal porto iraniano di Assaluyeh è stato firmato a Bushehr, in Iran. Era il 25 giugno 2011, la “primavera araba” aveva già investito la Siria e le proteste di piazza avevano incontrato una repressione violentissima da parte del regime; il Libero esercito siriano, però, non era ancora nato: sarebbe accaduto il 29 luglio, e da quel momento si sarebbe parlato di insurrezione armata contro il governo di Damasco. Inoltre dalla fine del 2011 è nota l’esistenza di importanti giacimenti di gas nel mare fra la Siria e il Libano, appendice dell’enorme deposito concentrato nelle acque della vicina Cipro. Insomma, Turchia e Qatar avrebbero ragioni più solide dell’affinità religiosa e/o ideologica (islamista) con correnti della ribellione siriana per appoggiare la deposizione di Assad e la fuoriuscita della Siria dall’“asse della resistenza”.

I paesi confinanti
All’estremo opposto ci sono le interpretazioni che vedono nella regionalizzazione della guerra civile siriana la conseguenza dell’inazione occidentale e della paralisi del consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: se subito dopo la nascita del Libero esercito siriano la Nato avesse creato, col permesso dell’Onu, una no-fly zone sul modello di quella imposta alla Libia di Gheddafi nel 2011, Assad sarebbe stato costretto alle dimissioni dagli esponenti del regime favorevoli alla trattativa con gli insorti e la guerra non avrebbe assunto proporzioni sanguinose, né si sarebbe presentato il problema di un contagio regionale. Questa è un po’ la linea dello stesso Icg, oltre che di gran parte dei simpatizzanti della ribellione in Occidente.
Sia come sia, la regionalizzazione del conflitto è un fatto constatabile sul terreno e le sue traiettorie sempre più inquietanti. La prima a pagare un alto prezzo politico e in termini di stabilità è la Turchia di Erdogan, paese attraverso il quale sono passate senza ostacoli tonnellate di armi destinate ai ribelli nel nord della Siria e migliaia di jihadisti internazionali che sono andati a combattere la loro guerra santa contro un regime considerato apostata (Assad è un alawita e la grande maggioranza dei ribelli sono sunniti). Quando nel marzo 2011 ordinò la rottura delle relazioni diplomatiche con Damasco, Erdogan era sicuro che Assad sarebbe caduto nel giro di pochi mesi e che al regime alawita laico sarebbe succeduto un potere sunnita islamista col quale avrebbe potuto raggiungere importanti convergenze strategiche. Due anni e mezzo dopo, il primo ministro è indebolito dalle proteste interne e vede concretizzarsi di là dalla frontiera l’incubo di ogni governante turco alle prese con la questione interna curda: un territorio confinante col sud della Turchia governato autonomamente da un’organizzazione curda. Era già successo col Kurdistan iracheno, ma la supervisione americana aveva fatto sì che i rapporti fra Ankara e il Krg, il governo curdo di coalizione in tale regione, non degenerassero. Il Krg ha permesso ai jet turchi di bombardare i guerriglieri del Pkk nascosti sui monti del Kurdistan iracheno, e nella guerra civile siriana si è schierato col Knc, una coalizione di partiti curdi siriani organica alla Coalizione nazionale delle forze di opposizione. Il problema è che l’altro partito curdo siriano, il Pyd, gemmazione del Pkk radicato fra i curdi di Turchia, ha recentemente sconfitto i temutissimi combattenti di Jasbat al Nusra e li ha scacciati da Ras al Ain, località di confine fra Siria e Turchia nell’estremo nord-est. A questo punto il Pyd, assolutamente superiore al Knc per organizzazione politica e militare, sta cercando di creare un’amministrazione autonoma di transizione nel nord-est della Siria, dalla quale ha cacciato i guerriglieri di Jasbat al Nusra che facevano il buono e il cattivo tempo grazie al sostegno logistico turco. Per Ankara questa è la peggiore delle congiunture, anche perché il Pyd opera di fatto con l’avallo del governo di Damasco, in passato avversario ma oggi ben contento di mettere in difficoltà i turchi sponsor della ribellione giocando la carta curda. Le truppe di Damasco che ancora controllano le due principali città del nord-est, Qamishli e Hasakeh, non ostacolano in alcun modo il Pyd.
Altro paese sull’orlo del vulcano è la Giordania, che americani e sauditi avrebbero voluto trasformare nella principale retrovia dell’insurrezione anti-Assad. Attraverso la Giordania sono passati carichi di armi per l’opposizione e i 900 militari americani presenti nel paese hanno addestrato alcuni gruppi di ribelli siriani, ma re Abdallah non ha permesso un coinvolgimento più diretto, nonostante il paese partecipi al gruppo degli “amici della Siria”. Man mano infatti che la guerra civile nel paese confinante si estendeva, l’establishment giordano s’è reso conto del peso decisivo di salafiti, Fratelli Musulmani e jihadisti nella rivolta. Ora, un altro segreto di Pulcinella in Medio Oriente è che se in Giordania si svolgessero elezioni con leggi elettorali simili a quelle dei paesi democratici, gli islamisti vincerebbero la competizione e invertirebbero le politiche filo-occidentali della monarchia. Una vittoria militare islamista in Siria spingerebbe fatalmente la Giordania fra le braccia delle forze locali affini.

La retrovia sunnita
Della sempre più delicata situazione del Libano abbiamo già scritto in un recente articolo (Tempi n. 25, ndr). L’unica importante novità da segnalare è l’inserimento di Hezbollah – senza distinguere fra ala politica e ala militare, come ha fatto l’Unione Europea – in una lista di organizzazioni terroriste da parte dei paesi del Ccg alla fine di giugno. Ora quei paesi stanno studiando sanzioni destinate a colpire Hezbollah. Da segnalare che dai paesi arabi del Golfo proviene il 40 per cento dei turisti che frequentano il Libano e il 60 per cento dei soldi spesi nel paese dei cedri da turisti.
Benché poco se ne parli, peggio del Libano sta l’Iraq, dove attacchi e rappresaglie fra sunniti e sciiti hanno causato già 3.700 morti dall’inizio dell’anno, e sono culminati nell’assalto al carcere di Abu Ghraib che ha portato all’evasione di centinaia di prigionieri, molti dei quali affiliati allo Stato islamico in Iraq, ovvero al Qaeda. Non soddisfatti di massacrarsi reciprocamente sul suolo natìo, gli uni e gli altri sono partiti a centinaia per la vicina Siria e si sono schierati con le due parti in lotta. I sunniti provengono in gran parte dalle tribù arabe delle province di Anbar e di Ninive, imparentate con quelle di là della frontiera con la Siria, e dai ranghi dello Stato islamico in Iraq. Del resto Jasbat al Nusra è stata creata da jihadisti siriani che avevano combattuto nell’al Qaeda in Iraq di Abu Musab al Zarkawi durante l’occupazione anglo-americana del paese. A questo proposito, Jasbat al Nusra rappresenta la nemesi di Bashar el Assad, perché fu il regime siriano a facilitare, soprattutto fra il 2003 e il 2007, il flusso di combattenti jihadisti siriani e di altra nazionalità in Iraq, allo scopo di indebolire gli americani che occupavano il paese e i governi iracheni da loro sponsorizzati. I rapporti fra i governi a dominante sciita iracheni e la Siria degli Assad sono stati pessimi fin quasi alla vigilia della rivolta siriana proprio a causa della complicità di Damasco nella destabilizzazione dell’Iraq post-Saddam. Oggi invece il premier sciita iracheno al Maliki indica Jasbat al Nusra come una minaccia alla stabilità della regione e dell’Iraq in particolare, e ha inviato al confine 20 mila soldati perché impediscano il passaggio di uomini e armi fra l’Iraq e la Siria. Nel frattempo parecchie centinaia di sciiti iracheni perlopiù appartenenti alle principali milizie mai sciolte, (Asaib al-Haq, Kata’ib Hezbollah, Esercito del Mahdi) sono già entrati in Siria e combattono al fianco degli uomini di Assad. Il 9 giugno scorso per la prima volta ribelli siriani hanno assalito le truppe irachene dell’esercito regolare poste sul confine. Per al Maliki un successo della ribellione in Siria significherebbe la creazione di una retrovia perfetta per le milizie sunnite irachene che hanno ripreso la guerra civile contro il potere sciita da lui incarnato.
Al di là delle interpretazioni più o meno propagandistiche della crescente regionalizzazione della guerra civile siriana, è un fatto che i vari attori prendono molto sul serio le ricadute strategiche e i sommovimenti geopolitici connessi alla crisi. Valga per tutti la dichiarazione di quell’alto ufficiale iraniano delle Guardie della rivoluzione islamica che all’Icg così ha parlato: «Se il nemico attacca e cerca di impadronirsi della Siria e del Khuzestan (provincia iraniana meridionale al confine con l’Iraq, ndr), la priorità è difendere la Siria, perché se teniamo la Siria possiamo riprenderci il Khuzestan. Ma se perdiamo la Siria, non riusciremo a tenere nemmeno Tehran».