Siria, arcivescovo di Aleppo: «È tutto distrutto ma io resto. Ora siamo un punto di riferimento anche per i musulmani»

Jean-Clément Jeanbart in una intervista racconta la situazione nella città, divisa a metà tra forze regolari e terroristi del califfato: «In molti sono venuti a dirmi: “Provo vergogna, non capisco come l’islam possa essere così”»

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

aleppo-jeanbart-cristiani-guerra«Tanti musulmani ormai esitano a dichiararsi musulmani. In molti sono venuti a dirmi: “Provo vergogna, non capisco come l’islam possa essere così”». Lo dice in un’intervista a Aide à l’Eglise en Détresse l’arcivescovo greco-ortodosso di Aleppo Jean-Clément Jeanbart, in riferimento a quanto stanno subendo i cristiani per mano dei terroristi islamici in Siria e Iraq. «Penso quindi che questo sia il momento giusto per un vero dialogo – continua il monsignore – e anche se ho 70 anni, mi sembra di averne 45».

TUTTO DISTRUTTO. Nonostante ad Aleppo «tutte le infrastrutture, le strutture e l’industria» siano state distrutte, l’arcivescovo non ha intenzione di andare via dalla città. «La gente non ha più mezzi per vivere in città. In campagna si trova un modo ma in città no. Aleppo ha perso 1400 imprese, è una grande sofferenza». Dei 150 mila cristiani presenti nella capitale industriale della Siria, oggi ne restano solo 100 mila. «La Chiesa offre cibo a chi non ce l’ha e aiuti finanziari ai disoccupati. Non è sufficiente ma con l’aiuto di Dio speriamo di andare avanti fino a quando non ritrovano un lavoro».

aleppo-jeanbart-cristiani-guerra2CHIESE COLPITE. Aleppo, la “nuova Berlino”, è divisa in due: la parte est della città è in mano ai terroristi di Jabhat Al Nusra, affiliati ad Al Qaeda, ed è ormai un califfato islamico, la parte ovest è controllata dal governo. La cattedrale e l’arcivescovado di Aleppo hanno subìto danni per l’esplosione di 18 bombe, la chiesa di San Michele è stata colpita da due razzi, quella di San Demetrio da proiettili di mortaio, mentre la chiesa del villaggio di Tabaka è ormai in rovina.

«IL MIO POPOLO SOFFRE». Monsignor Jeanbart però non ha intenzione di andarsene: «Resto qui perché il mio popolo soffre. L’elettricità non funziona, l’acqua è di pessima qualità. Abbiamo scavato dei pozzi dentro le chiese e distribuiamo l’acqua ai civili». Sia cristiani che musulmani: «È una bella testimonianza e gli stessi musulmani ci chiedono di intercedere per loro perché ottengano aiuti. Hanno capito che siamo un punto di riferimento su carità e misericordia».

aleppo-jeanbart-cristiani-guerra3«BISOGNO DI TESTIMONI». Per lui che ha sempre cercato di far restare i cristiani in Siria, la guerra è un brutto colpo: «Mi sono depresso. Ma poi il Signore mi ha aiutato a vedere le cose da un altro punto di vista, ho ripreso coraggio e speranza per battermi contro la fuga dei cristiani. Ho capito che quello che sta succedendo non dipende da noi. Se resteranno solo i poveri, noi li aiuteremo a crescere e a essere il popolo di cui noi abbiamo bisogno come testimone».

SERVONO MURATORI. L’arcivescovo è timidamente ottimista, mano a mano che le forze governative riprendono il controllo di parti della provincia e le mettono in sicurezza: «Quando il paese si riprenderà, i cristiani non troveranno più lavoro. Ecco perché ho pensato di lanciare un programma di formazione per il mestiere di muratore. Quando la guerra finirà, comincerà subito la ricostruzione delle case. I cristiani dovranno essere capaci di trovare lavoro in questo campo. Senza lavoro, i giovani se ne andranno».

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •