Sicilia, a rischio il Banco Alimentare. Appello alla politica

Il contributo regionale per il 2019 copre solo il 12,6 per cento delle spese necessarie al sostegno di 226 mila poveri. Dov’è la sussidiarietà tutelata dalla Costituzione?

La notizia è di quelle che non vorremmo mai leggere, specie alla vigilia della grande giornata della Colletta Alimentare che si terrà sabato 30 novembre in tutta Italia: il Banco Alimentare in Sicilia, che assiste oltre 226 mila persone in condizione di povertà, è in grave difficoltà e rischia di dover ridurre drasticamente le proprie attività. Come è possibile?

Con una lunga nota indirizzata all’amministrazione regionale e diffusa oggi in occasione del Ventennale delle attività del Banco Alimentare della Sicilia Occidentale, il presidente Fondazione Banco Alimentare onlus Giovanni Bruno, insieme a Pietro Maugeri e Santo Giordano (presidenti del Banco Alimentare della Sicilia e della Sicilia Occidentale) spiega come e perché si è arrivati a questo punto: a distruggere la sussidiarietà nella regione.

IL VALORE INCOMMENSURABILE DEL BANCO

Oggi il Banco Alimentare in Sicilia dà assistenza a 226.445 persone sotto la soglia di povertà (di cui oltre 42.138 bambini tra 0 e 15 anni, e 12.073 anziani over 65 anni) attraverso 725 strutture convenzionate di diversa estrazione (parrocchie, istituti religiosi, associazioni di volontariato ecc.) e grazie alla collaborazione di 10 mila volontari. Le tonnellate distribuite nell’ultimo anno sono state 9.774. Il valore economico delle derrate alimentari distribuite oscilla, ogni anno, tra i 20 e i 30 milioni di euro, con un effetto moltiplicatore del contributo pubblico ricevuto che a sua volta oscilla tra 1 a 40 e 1 a 60.

Ma la Rete del Banco Alimentare non si limita a rispondere al bisogno primario della nutrizione: per capirci, la Missione Speranza e Carità di Biagio Conte, convenzionata con il Banco, e che assiste 1.200 indigenti a Palermo, offre una vicinanza personale ai propri ospiti il cui valore sociale ed economico sfugge a qualsiasi forma di misurazione. E gli esempi di questo genere in Sicilia sono centinaia. In altre parole in Sicilia la sussidiarietà conviene: conviene ai poveri, conviene allo Stato, conviene anche ai volontari, chiamati a rendere concreta quella che Luigi Giussani, nel Senso della caritativa, ha chiamato «legge dell’esistenza»: interessarci all’altro, aver cura di lui. Cosa è successo quindi?

IL CALDERONE DELLA “TABELLA H”

Proprio in un’ottica sussidiaria a partire dai primi anni del 2000, l’Assemblea Regionale Siciliana attraverso l’approvazione di alcune leggi specifiche (per il Banco Alimentare, la n. 2/2002, art. 97), ha riconosciuto un contributo economico predeterminato ad alcuni enti che già svolgevano attività di interesse generale e operanti in diversi settori (sociale, culturale, sociosanitario ecc.), contributo erogato in una misura fissa all’inizio di ogni anno. Parallelamente altri enti, privi di legge specifica, venivano sostenuti economicamente dalla Regione attraverso uno strumento denominato “Tabella H”. Ed è qui che iniziano i problemi: perché con il passare degli anni, all’interno dell’unico calderone della “Tabella H” sono stati incanalati sia i contributi economici a favore degli enti beneficiari di una legge preesistente (tra cui, appunto, il Banco Alimentare), sia quelli a favore di altri enti che, invece, venivano finanziati, anno per anno, senza che vi fosse una precedente previsione legislativa.

Proprio per l’eterogeneità dei contributi previsti al suo interno la “ex Tabella H” (che nel 2010 ha cambiato nome in Allegato 1) è stata spesso al centro delle polemiche, fino a rendere urgente un intervento che distinguesse nuovamente da un lato gli enti che svolgevano attività di interesse generale e sussidiarie alle istituzioni e, dall’altro, gli enti che svolgevano altre attività meno di “impatto” per la collettività, il cui contributo economico poteva essere rimesso di anno in anno, a scelte discrezionali dell’Assemblea regionale.

DAL FINANZIAMENTO ALL’AVVISO PUBBLICO

Esigenza legittima che però porta, nell’anno 2013, all’abolizione della ex Tabella H e all’approvazione della legge regionale 16 che prevede la pubblicazione di un avviso pubblico annuale: in poche parole dal 2013 gli enti che vogliono ricevere un contributo economico devono presentare, anno per anno, una manifestazione di interesse e partecipare ad una procedura di selezione, che prevede una priorità per gli anti beneficiari di leggi preesistenti (tra cui, appunto, il Banco Alimentare).

Tutto risolto? Neanche per idea. Innanzitutto, le graduatorie e l’ammontare dei contributi vengono pubblicati alla fine dell’anno, costringendo gli enti a spendere nei mesi precedenti senza sapere quanto riceveranno: è pensabile che una realtà sociale che deve programmare interventi per oltre 220 mila persone e sostenere 4 grandi magazzini per lo stoccaggio e la distribuzione nel territorio siciliano debba farlo al buio?

DANNI IRREPARABILI, IMPORTI IRRISORI

Non solo: nel 2013, dopo la pubblicazione delle graduatorie dell’Avviso, la Giunta ha modificato ex post l’importo dei contributi stabiliti dalle commissioni di valutazione, generando contenziosi innanzi al Tar Sicilia, anche con il Banco Alimentare: la Regione ha inevitabilmente perso ma il tempo intercorso per l’accertamento dell’illegittimità ha portato danni irreparabili (ad oggi il Banco Alimentare, per l’annualità 2014, deve ancora ricevere una quota di contribuzione per costi già sostenuti e non si sa se riuscirà a riceverla).

Inoltre ogni anno la dotazione finanziaria messa a disposizione della Giunta in favore degli enti che operano nel sociale diminuisce. Spesso perché, oggettivamente, mancano i soldi, ma sono sempre di più gli enti che partecipano alla ripartizione dei fondi a prescindere dai punteggi ottenuti (e dall’effettivo impatto sociale delle diverse azioni proposte), parcellizzando i contributi fino al limite dell’irrisorio. Per capirci: per il 2019 il Banco (lo ha saputo solo il 30 ottobre scorso) riceverà un contributo talmente modesto che potrà coprire appena il 12,6 per cento delle spese necessarie al sostegno delle 226 mila persone assistite.

APPELLO ALLA POLITICA

In questa situazione, cosa si può fare? Occorre ripensare il sistema e svincolare gli enti che svolgono attività di interesse generale dalla partecipazione all’avviso pubblico: individuarli non è difficile, non sono moltissimi, e spesso sono proprio quelli che erano stati destinatari di una legge preesistente. Basta guardare e riconoscere l’impatto che hanno sul territorio. Non si tratta di discriminare altri enti (per i quali potrebbe essere predisposto un avviso pubblico annuale), ma di attuare l’articolo 3 della Costituzione che vuole che siano trattate in maniera eguale situazioni eguali ed in maniera diversa situazioni diverse. Ed è una responsabilità della politica.

«Il Governo regionale siciliano e tutti i gruppi parlamentari che compongono l’Assemblea Regionale devono prendere una decisione – è l’appello di Bruno, Maugeri e Giordano -: o lasciare andare avanti per inerzia l’attuale sistema di erogazione dei contributi sotto forma di sostegno economico, nato nel 2013, con il rischio che le attività di interesse generale svolte dalle associazioni private si riducano drasticamente; o decidere di sostenere le attività di interesse generale con scelte responsabili, riconoscendo, attraverso parametri oggettivi, quali di queste attività siano meritevoli di ricevere un contributo diretto dalla Regione Siciliana. Restiamo in attesa di un confronto con l’amministrazione regionale, per la verità più volte sollecitato, per continuare ad affrontare nel miglior modo possibile i bisogni dei poveri che ci sono affidati».

Foto Ansa