«I nostri sì “riformisti” al referendum sulla magistratura»
«La riforma della magistratura tocca da vicino i cittadini e la qualità stessa della nostra democrazia. La sfida è spiegarlo al maggior numero possibile di persone, restando nel merito e uscendo dall’acquario della politica politicante, per raggiungere chi è fuori dai consueti circuiti autoreferenziali e chiarire quanto questo referendum sia decisivo: un sì serve ad affermare che nessun potere può dirsi intoccabile». Così Stefano Esposito, già parlamentare del Partito democratico e tra i più attivi sostenitori del “sì riformista” al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo prossimi (riguardo al quale Tempi ha organizzato un incontro a Milano il 17 marzo. Iscrivetevi!).
Un’indicazione, la sua – spostare il dibattito fuori dagli spazi ovattati – che coincide con la scelta del Centro Culturale San Francesco del Carlo Alberto di Moncalieri (To) di “portare il centro in periferia”, come sottolinea il suo presidente Giancarlo Chiapello, invitando l’ex senatore democrat – tra i più attivi e pungenti sostenitori di “Un sì riformista” – insieme a Marco Calgaro, già vicesindaco a Torino con Sergio Chiamparino e deputato, referente nazionale del Think Popolare e anch’egli favorevole alla riforma, a spiegare il “merito della riforma” nell’inusuale cornice di un bar. Appuntamento questa sera, alle 20.45, presso il Bar L’Altro Mondo (corso Roma, 6).
Dal “massacro giudiziario” al sì “riformista e garantista”
Segnato dal “Massacro giudiziario” – per citare il titolo del libro che racchiude la sua vicenda, scritto dal collega del Foglio Ermes Antonucci e prefato da Giuliano Ferrara, da qualche settimana in libreria – Stefano Esposito non pratica certo il “troncare e sopire” nei confronti del Partito democratico, che «non riconosco più, giunto al termine di una parabola involutiva che lo ha portato, sotto la guida massimalista e gruppettara di Elly Schlein, ad abbandonare cardini come il riformismo e il garantismo. Ormai più vicino ad Askatasuna che alla Cisl, prigioniero di una vocazione minoritaria, al traino di magistrati politicizzati e pentastellati, incapace di proposte di buonsenso, dalle grandi opere alla sicurezza».
«Non cerco una vendetta – chiarisce Esposito – perché tutto il male che hanno potuto farmi l’ho già subito. Non posso dire di aver vinto, ma certo rivendico di aver resistito». Resistito a 2.589 giorni da indagato nell’inchiesta nota come “Bigliettopoli”, avviata dalla procura di Torino e poi trasferita a Roma: accuse di corruzione, turbativa d’asta e traffico di influenze illecite, legate a presunti rapporti con l’imprenditore Giulio Muttoni. Nel fascicolo compaiono decine di migliaia di conversazioni: circa 30 mila a carico di Muttoni e 126 dialoghi tra lui ed Esposito ritenuti penalmente rilevanti. Le intercettazioni nei confronti di Esposito, allora parlamentare, sono state dichiarate illegali. Dopo quasi sette anni di procedimento, caratterizzati da intensa esposizione mediatica e forte pressione reputazionale, la vicenda si è conclusa con l’archiviazione disposta dal gip di Roma su richiesta della procura. Nessuna condanna. Come riassume nella prefazione Giuliano Ferrara: «Un caso esemplare di errore e orrore giudiziario».

«Non si può non scegliere»
Un’esperienza che ha il suo peso nella scelta di esporsi «da libero cittadino e senza alcun altro recondito obiettivo» su una partita, quella del referendum sulla giustizia, «tutt’altro che vinta – evidenzia l’ex parlamentare, che ha iniziato il proprio impegno nella Fgci torinese – e sulla quale registro un corto circuito della parte politica che fu la mia. Ormai apolide del riformismo, pur essendo in ottima compagnia, io sto con Augusto Barbera. I miei ex compagni di partito, spesso per viltà più che per convinzione, stanno con Maurizio Landini che invita irresponsabilmente alla rivolta. Non posso non registrare che il virus del populismo ha ormai intaccato quello che dovrebbe essere il principale partito della sinistra italiana».
Per Stefano Esposito, «straparlando di fascismo anche quando si parla di persone come Anna Paola Concia o Cesare Salvi, che sui diritti possono dare lezione ai gruppettari che si sono presi il Pd, si fugge dal merito di una riforma che è l’unica modalità, certo perfettibile, per scalfire la degenerazione correntizia che ha fatto di 9.500 dipendenti pubblici entrati in un ordine per concorso un’autorità insindacabile, alla quale tutto è permesso e che non paga mai per gli errori che compie, autoassolvendosi». E avanza un esempio: «A Torino arriverà un magistrato condannato a tre anni e mezzo per minacce ai testimoni, la cui gravissima sanzione è stata essere spostato dal penale al civile».
Di fronte a simili situazioni, «non si può non scegliere». Ed è una vicenda che riguarda da vicino tutti gli italiani, ben più di quanto si sia riusciti a spiegare: confermare una riforma che, con la divisione del Csm, il sorteggio della sua componente togata e l’Alta Corte, permette di riportare nell’alveo di una democrazia matura e non sottoposta a ricatto il nostro Paese.
Un sì popolare
Anche Marco Calgaro, un passato da teodem nel Pd e un presente da battitore libero per «cercare una nuova stagione di protagonismo originale dei cattolici-popolari nella scena politica locale e nazionale», partendo da uno strumento culturale come il Think Tank Popolare che coinvolge personalità ed esperienze “di resistenza” disseminate in tutta Italia, sceglie convintamente il sì, come spiegherà questa sera, «in assoluta continuità e coerenza con la tradizione politica nella quale mi riconosco».
Chiarendo che «la nostra aspirazione rimane, oggi come nel testo di Mino Martinazzoli e Gabriele De Rosa, Il nuovo Partito Popolare Italiano (Roma, 18-22 gennaio 1994), ancorata a un’azione necessaria e prioritaria di approntamento di una giustizia civile, penale e amministrativa pronta ed equa, capace di tutelare i diritti e gli interessi dei cittadini e quelli fatti valere dallo Stato a difesa della società», l’ex deputato si ricollega agli emendamenti presentati nel 1997 dai parlamentari del Ppi in sede di Bicamerale, che esprimevano una «difesa dell’indipendenza dell’intera magistratura e del ruolo del Csm, ma senza scorie corporative e consentendo la separazione delle carriere del giudice e del pubblico ministero». Riandando a Sturzo, che ammoniva come «la magistratura debba essere presidio e non pericolo», Calgaro ritiene il sì l’opzione più ragionevole, in quanto «non solo completa la riforma Vassalli del processo, con cui si passò all’impianto accusatorio, ma richiama alla necessità di andare oltre la polarizzazione che ha segnato gli ultimi decenni e dunque oltre la politicizzazione della magistratura, attraverso la scelta del metodo dell’estrazione come sistema elettorale del Csm».
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