Gli sfollati in fuga da Gaza camminano sull’orlo di una tomba

Di Giancarlo Giojelli
18 Settembre 2025
Almeno 400mila persone scappano dai carri armati israeliani: «Non sappiamo dove andare». I dubbi su dove si nascondano i terroristi e lo spettro di altri mesi di guerra. Leone XIV: «Inaccettabile»
Fumo tra le macerie di Gaza City dopo l'inizio dell'attacco dell'esercito israeliano il 16 settembre (foto Ansa) sfollati
Fumo tra le macerie di Gaza City dopo l'inizio dell'attacco dell'esercito israeliano il 16 settembre (foto Ansa)

Ci sono profughi e sfollati. Due volti di una stessa paura che costringe interi popoli a lasciare la propria terra, a vivere nella precarietà e nell’angoscia. Uguali nel dolore che li accompagna ogni giorno, diversi nella disperazione. Il profugo è un rifugiato, ha un luogo dove posare il capo, sia pure un luogo misero, spesso indegno di una condizione umana. Lo sfollato ha lasciato la sua casa, non è registrato in nessun elenco delle organizzazioni di assistenza: cammina senza sapere dove andare.

I campi profughi in tutto il mondo si somigliano nella disperazione, ci sono quelli allestiti in tutta fretta per accogliere chi fugge dalla guerra e ci sono quelli che hanno ormai oltre mezzo secolo, vere e proprie città con gerarchie interne, scuole e ospedali: ma ovunque domina la stessa aria di provvisorietà malata, un senso eterno di disorientamento, la mancanza di un futuro possibile. Dodici milioni di persone nel mondo vivono così, da rifugiati: li ho visti in Libano, nei Balcani, in Uganda, Sudan, Congo, Etiopia, Eritrea, Myanmar, e in tutte le città palestinesi della Cisgiordania.

I rifugiati di Gaza sono diventati sfollati

A Gaza i campi erano concentrati umani all’interno della Striscia sigillata dai muri. Ora sono solo cumuli di macerie. I rifugiati sono diventati sfollati, quelli che l’Onu definisce IDP, internally displaced person, nel mondo ce ne sono, è una stima approssimativa che ogni anno drammaticamente cresce, 47 milioni. Li descrisse così monsignor Cesare Mazzolari, vescovo comboniano, missionario in Messico e in Sud Sudan, morto 14 anni fa mentre celebrava messa. Le sue parole le ho ancora registrate: parole profetiche che oggi descrivono meglio di tante retoriche interessate la realtà di Gaza.

«Lo sfollato è un uomo, una donna, un bambino che cammina sull’orlo della sua tomba. Gira per il paese cercando cibo e salvezza dai bombardamenti e dagli attacchi dei soldati. Deve solo scappare, scappare e scappare. Vive in fuga. Una folla immensa come in un infernale girone dantesco, migliaia di donne, vedove con tre o quattro bambini, spesso malati, che cercano cibo e si spostano in continuazione e una carestia può sterminarli. Ho visto donne disperate che hanno dovuto abbandonare i figli morenti che non potevano più camminare per cercare di salvare gli altri, abbandonarli in fin di vita per cercare cibo per i fratelli».

Gli sfollati di Gaza in fuga dai carri armati israeliani

Le voci che arrivano da Gaza City viaggiano sul web, su precarie connessioni: sono almeno 400mila gli sfollati di fronte alla avanzata dei carri armati israeliani, i carri di Gedeone, decisi a portare a termine l’operazione che dovrebbe garantire per sempre il futuro di Israele. Dopo due anni di guerra in cui i bombardamenti si sono alternati alle trattative, non si vede nessuna soluzione.

Gli sfollati hanno sperato fino all’ultimo, e meno della metà del milione di abitanti di Gaza City ha deciso alla fine di partire. Pagando prezzi spaventosi: dicono che occorrano almeno 1.500 dollari per un posto su un camion che va a Sud, verso Al Mawasi, dove Israele avrebbe completato l’opera di eliminazione delle brigate terroristiche di Hamas, dove sta allestendo un campo di accoglienza in cui “concentrare” la popolazione in fuga (è una definizione quantomeno infelice, vista la memoria che evoca la parola concentramento, usata all’inizio dell’anno dallo stesso governo israeliano).

Nessuno sa davvero dove siano nascosti i terroristi

La strategia era già stata annunciata: spostare quanti più palestinesi possibili verso Sud, verso Khan Younis, verso il confine egiziano. Lì ci sono i camion carichi di aiuti umanitari e cibo. Ma l’Egitto ha schierato i carri armati sul confine, e i gazawi sfollati non potranno entrare in territorio egiziano. Ci vogliono soldi, tanti soldi per andare verso Sud, via da Gaza, sfruttando il nuovo corridoio umanitario aperto lungo il mare per raggiungere Al Mawasi, vicino a Khan Younis, dove al momento non ci sono bombardamenti e da dove Hamas ha spostato le sue brigate rimaste per concentrarle a Gaza City per la battaglia finale.

Il capo di stato maggiore dell'Idf Eyal Zamir nella Striscia di Gaza con il capo del Comando meridionale Yaniv Asor e altri comandanti per una valutazione della situazione, 16 settembre 2025 Sfollati
Il capo di stato maggiore dell’Idf, Eyal Zamir, nella Striscia di Gaza con il capo del Comando meridionale Yaniv Asor e altri comandanti per una valutazione della situazione, 16 settembre 2025 (foto Ansa)

In realtà nessuno sa dire con precisione dove i terroristi siano nascosti, nella lunga rete di tunnel che corre lungo tutta la Striscia e si collega oltre il confine egiziano. Chi aveva soldi è già fuggito: nei primi mesi di guerra con cinquemila euro ci si poteva procurare un passaporto ugandese, con tremila un passaggio attraverso i tunnel. Chi è rimasto soldi non ne ha, neppure per comprarsi da mangiare: la carestia a Gaza è un affare per i clan che hanno requisito gli aiuti e li rivendono a costi spaventosi, a volte in accordo a volte in rivalità con Hamas. «Molte sparatorie attorno ai centri di distribuzione in cui muoiono i civili – ci dice un uomo raggiunto al telefono – sono stati scontri tra bande armate, ma è facile accusare Israele, non sapete e non capite nulla di quanto sta accadendo».

«Non abbiamo medicine per tutti»

I centri umanitari gestiti da organizzazioni internazionali, sono allo stremo. Accolgono gli sfollati che arrivano da Gaza City come possono, «ma non abbiamo cibo né medicine per tutti – ci dice un medico contattato a fatica – Dobbiamo selezionare gli aiuti, curare chi ha speranza di sopravvivere, non “sprecare medicine” per chi non ha speranza: è una scelta crudele, ma necessaria».

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Se non ci sono soldi l’unica possibilità è andare a piedi sulla via del mare. «Sentiamo il rumore dei carri armati che avanzano, ho con me mia moglie, una vecchia parente, due bambini piccoli», ci dice un uomo al telefono, «ci muoviamo lentamente, dormiamo tra le rovine». E per mangiare, chiediamo? «Ogni giorno cerchiamo. Qualcosa si trova. Inshallah, se Dio vuole…». La linea cade. Altre voci, altre storie, tutte simili. E tutti ripetono: «Fuggiamo dalle bombe ma non sappiamo dove, ora parlano di un campo a Sud, ma dicono che la strada potrebbe essere bloccata di nuovo».

La guerra potrebbe durare mesi

Israele teme che altri terroristi si mescolino ai profughi, si sa che altri guerriglieri stanno raggiungendo, anche attraverso i tunnel, Gaza City per unirsi ai tremila combattenti di Hamas che si stima si siano appostati nel Nord. La guerra potrebbe durare mesi, su questo tutti concordano. Nessuna guerra lampo, nessuna speranza di accordo. La strada della fuga degli sfollati non ha una meta, come non si vede quale possa essere la meta finale di questa guerra. La sorte degli ostaggi israeliani sopravissuiti alla mattanza del sette ottobre, da due anni prigionieri nei tunnel di Hamas, ora portati in superficie come scudi umani si intreccia con quella dei gazawi rimasti in città, anche loro esposti come barriera al fuoco dei carri di Gedeone.

Per Leone XIV la condizione degli sfollati di Gaza è «inaccettabile»

Chi è riuscito a fuggire non sa dove andare, chi è rimasto non sa cosa sperare. Papa Leone XIV ha definito con voce ferma la loro condizione «inaccettabile» e ha invocato «un’alba di pace e di giustizia». «La guerra non risolverà il problema», ha sempre detto Ami Ayalon, ex capo dello Shin Bet, il servizio segreto interno di Israele, che ha combattuto tutte le guerre dal 1963 al 1993, e più volte ha ammonito: «Le sole armi, anche quando vincono, alimentano nel nemico il radicalismo, l’odio e il terrorismo. Bisogna dare al popolo di chi ci odia e minaccia una alternativa di vita migliore». Ma la storia di questi ultimi trent’anni dimostra che è avvenuto l’esatto contrario. I gazawi non vedono alternative di vita. Solo una flebile speranza di sopravvivenza. L’orlo della tomba su cui camminano gli sfollati sembra non abbia fine.

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