Servono leader (e qui non ne abbiamo)

Che il “no” abbia raccolto il 30 per cento (10 volte più che in parlamento) è poca cosa. Senza capi, si va dove soffia il vento

Gli amici Maurizio Lupi e Antonio Palmieri, che sono tra i pochi deputati che possono rivendicare una certa coraggiosa coerenza avendo votato sempre “no” al demagogico taglio dei parlamentari, fanno notare che gli italiani sono stati più riflessivi dei loro rappresentanti. Lo scrive anche Mattia Feltri sull’Huffington Post: «Il risultato è che gli italiani sono meno antiparlamentaristi dei parlamentari, che sono meno anticasta della casta, che ci sono milioni di elettori che non hanno seguito le indicazioni dei loro leader, che agli schiamazzi del populismo non credono e non cedono, e vogliono una politica che offra idee e non le subisca, che studi soluzioni e non le copi dai trend di Facebook».

In effetti è vero: i deputati che si sono schierati contro il taglio sono stati il 3 per cento, gli italiani il 30. Tuttavia questa è un’osservazione che ha più i caratteri della consolazione che della strategia politica. Se finisce 7 a 3, come, tra l’altro, era ampiamente prevedibile, significa che lo slogan “tagliamo le poltrone” è stato più efficace di tutti i tentativi (nobilissimi, pure nostri) di frenare la masnada anticasta.

Nessuno si oppone alla corrente

Feltri scrive che il «bipolarismo ormai non è più fra destra e sinistra – ce lo ha dimostrato la disinvoltura dei grillini nel passare dalla Lega al Pd – ma fra chi non si fida più delle regole della democrazia liberale occidentale e chi se ne fida ancora, cocciutamente, fino all’ultimo. Da qui bisogna ripartire». Lupi, che sentiamo più vicino alla nostra sensibilità, scrive che ora si tratta di «ricostruire una tensione alla coesione sociale, alla partecipazione, al rapporto con i corpi intermedi, con i territori a cui questo risultato ci sollecita».

Sono osservazioni pertinenti cui facciamo una chiosa a margine: a noi pare che questo voto abbia confermato quel che ci ha detto il cardinale Camillo Ruini: «Oggi in politica, piaccia o non piaccia, contano soprattutto i leader». Perché è sempre così: non è il popolo a fare il capo, ma il capo a fare il popolo. E questo è il problema: di leader non ce ne sono. Non ci sono personalità politiche nei grandi partiti capaci di intestarsi battaglie controcorrente e impopolari, in grado di affrontare le folle e la mentalità comune, sfidandole con la forza del ragionamento, la tenacia dell’anticonformismo, l’originalità del giudizio.

Al contrario, come si è visto, i parlamentari si sono accodati tutti (il 97 per cento, appunto) per cui hanno sempre votato “sì”, solo all’ultimo accorgendosi dell’errore – quelli di centrodestra; oppure hanno sempre votato no, salvo all’ultimo fare la capriola per convenienza politica – quelli di centrosinistra. Ma, nell’uno e nell’altro caso, ogni volta calcolando la convenienza del momento, mai realmente opponendosi alla corrente.

La corrente del nulla

Per fare questo servirebbe leader che, magari anche con malizia e una certa dose di furbizia, s’intestino battaglie contromano, facendo valere quel po’ spavalderia che è la caratteristica prima di una leadership. Invece qui intorno è tutto deserto e vuoto, con Salvini e Meloni che si sono acquattati per nascondere i propri “sì” e quelli di centrosinistra che hanno fatto altrettanto per celare i propri “ni”.

Qualche “comandante” energico e di talento lo si vede a livello locale (Zaia in Veneto, De Luca in Campania, il grande Brugnaro a Venezia), ma nessuno a livello nazionale. Così a vincere è la “corrente del nulla” di cui Domopak Conte è insieme massimo rappresentante e suprema sintesi. Ma senza leader forti che sappiano imprimere svolte e sterzate al continuo verificarsi del prevedibile, saranno gli apparati statali, i mass media e i magistrati a decidere come debbano andare oggi le cose in Italia. Tutta gente – vorremmo farvi notare – che non ha mai votato nessuno.

Foto Ansa