Se non c’era il cristianesimo magari anche Galimberti oggi sarebbe un bantù

Il filosofo si conferma «inequivocabilmente comunista» con un attacco sgangherato alla Chiesa, senza la quale lui non sarebbe neanche laureato

Umberto Galimberti

Cronache di mezzo lockdown / 10

Novembre 2020. Sono passati esattamente trentun anni dalla caduta del Muro di Berlino. Qui in Italia siamo ancora alla cortina di ferro. Sì, le sinistre di casa nostra non sono Bettino Craxi, l’eroe socialista dell’anticomunismo. Sono i conformisti. Perciò, a suo tempo ci girarono attorno con il concerto dei Pink Floyd e il cielo di Wenders, col girotondo romantico e la solita scena: alla fine della storia l’avevamo detto tutti che sarebbe andata così. Evviva la libertà!

Evviva un corno. Con la testa sono rimasti a prima del Muro. Lo dimostrano perfino questi giorni tristi di Covid, di pensiero e iniziative governative ridotte al terrorismo psicologico. O che forse è anche peggio, al piagnisteo nel paese delle associazioni delle vittime. Siamo ancora alla cortina di ferro e alle sue conseguenze terroristiche e piagnucolose. Tanto è vero che ci tocca sorbire il Corriere della Sera in veste di nuova Unità.

Ancora nell’anno 2020 gente che è passata da Breznev a Obama senza un beh dà lezioni di filosofia, di vita e di moralità. Senza aver mai confessato (o per lo meno consigliato) un’autocritica, un pensiero, un pianto su un libro di Solznicyn piuttosto che di Salamov. Niente. Gente che ancora oggi, novembre 2020, si fa garante del Muro culturale, storico, psicologico che separa la scuola dalla conoscenza e dalle conseguenze storiche, morali, psicologiche di ciò che è accaduto nel secolo scorso nell’Europa dell’Est. Insomma, gente che mai avrebbe potuto definirsi intellettuale, giornalista, magistrato, scrittore eccetera se non sotto l’egida del Partito, è qui ancora a “pensare” cultura e giornali (cfr. Pensare i libri, Bollati- Boringhieri, volume che racconta per filo e per segno come è stata imposta e programmata l’ideologica letteratura ad uso delle scuole statali italiane, da Moravia a Calvino).

Ecco, sto parlando di antichità alla Eugenio Scalfari, Walter Veltroni, Umberto Galimberti. Tre nomi che segnalo non a caso, dato che ancora in questi giorni si sono permessi di esercitare l’arte ideologica che traduceva le società comuniste di là dal Muro, ma anche qua, essendo l’Italia il paese occidentale che ospitava il più grande e più importante partito comunista dopo quello presente in Urss.

Ecco, se dalla scena planetaria scendiamo alla vicenda del singolo, scopriamo che Umberto Galimberti può ancora oggi vantare paginate del giornale dell’ex berlusconiano Urbano Cairo, intervistato dal direttore ombra Walter Veltroni, grazie al fatto che crebbe in una famiglia cristiana, ebbe amici sacerdoti, frequentò un seminario, l’Università Cattolica del Sacro Cuore e anche lui ricevette beneficenza dalla Chiesa.

Leggiamo nella sua biografia wikipediana che oltre a essere «inequivocabilmente comunista» – bella medaglia al valore, ma non avrebbe potuto essere un intellettuale d’élite altrimenti –, Galimberti,

«di umili origini, nasce a Monza nel 1942, da una famiglia di 10 fratelli, la mamma maestra di elementari e il padre deceduto. Le necessità della famiglia obbligano Umberto, così come gli altri fratelli, a lavorare sin dalla tenera età. Fu grazie alla magnanimità di un sacerdote che Umberto poté frequentare le scuole superiori in seminario. Terminati gli studi liceali classici nel 1960, si iscrive, grazie a una borsa di studio di 800.000 lire, al corso di laurea in Filosofia dell’Università Cattolica di Milano». 

Pensare dovrebbe significare riflettere sull’esperienza, i fatti, il panorama della vita concreta. Se invece è il “pensare i libri”, beh, si capisce che passato il partito resta l’impronta.

Così succede anche nell’intervista concessa all’ex comunista “mai stato comunista” Veltroni. Intervista che si offre come oro colato per finti tonti. Dove alla domanda veltroniana neanche troppo storico filosofica «il distanziamento sociale è sopportabile come condizione esistenziale?», Galimberti attacca il cristianesimo con questa spatafiata qui:

«Io lo chiamerei distanziamento virale più che sociale, perché se cominciamo a mettere in gioco la società di relazione finisce che ci abituiamo a considerare la società come un’appendice dell’individuo. Questo è tipico della cultura cristiana, lo devo dire con chiarezza. I Greci per esempio: Aristotele diceva “Se uno entra in una comunità e pensa di poter fare a meno degli altri o è bestia o è Dio”. E di Dio dice “Forse Dio non è felice perché è monakos”. Perché è solo. Invece il cristiano ha messo in circolazione il concetto di individuo, “L’anima la si salva a livello individuale”. Ad un certo punto la società è stata percepita semplicemente come qualcosa che non deve costruire il bene comune ma, lo dice sant’Agostino, è incaricata di togliere gli impedimenti che si frappongono alla salvezza dell’anima. Quindi un lavoro solamente negativo. Nel Contratto sociale Rousseau dice che il cristiano non è un buon cittadino, lo può essere di fatto ma non di principio, perché il suo scopo è la salvezza dell’anima. Ora questa cultura dell’individuo, che non era greca ma propriamente cristiana, ha fatto sì che oggi ci si lamenti dell’individualismo, dell’egoismo, del narcisismo. In sostanza del fatto che ciascuno pensi solo a se stesso».

Insomma, un delirio. Che può andar bene per la sbobba e sbobba e sbobba ideologica della scuola statale degli ultimi cinquant’anni, appena sotto il livello della scuola bielorussa di Lukashenko. Ma compagno Galimberti, può andare bene per il mondo comune dove hai vissuto e bene anche tu?

Non voglio neanche entrare nella somma di proposizioni uguale a zero inanellata dall’ex seminarista, per questo c’è già l’ottima intervista del professor Francesco Botturi a Tempi. Mi accontento di constatare che se non c’era il cristianesimo magari anche Galimberti oggi sarebbe un bantù.

Fossi stato in prima ginnasio e invece di una intervista avessi svolto un compitino in classe, ti saresti meritato un bel 4 da una onesta prof di storia e filosofia. Infatti, compagno Galimberti, anche solo considerato quello che dal cristianesimo hai ereditato tu stesso (sostegno agli studi e libertà di pensiero compreso fino al nichilismo) come puoi anche lontanamente pensare che il cristianesimo sia il padre ignobile dell’individualismo, dell’egoismo, del narcisismo, del menefreghismo, della corruzione e il resto del peggio che come in delirio declini tu? Un bel 4.

Dopo di che non vorrei appesantirvi con l’Eugenio Scalfari che, preso dalla fregola di confermare quanto letto su Tempi qualche giorno fa, si è autotitolato sulla prima pagina di Repubblica una autorecensione di una autobiografia da duemila pagine per i tipi Meridiani Mondadori, Viaggio in un Paese da tre soldi. Titolo genialmente ispirato a una ballata di Brecht in onore di “un gangster furbissimo”. Di modo che, se infine vogliamo offrire un suggerimento al filosofo e psicologo Galimberti, che di Scalfari è stato scolaro e di Repubblica firma eccellente, ecco gli consigliamo questo: se vuoi scandagliare le radici dell’individualismo, dell’egoismo, del narcisismo e di tutto il peggio descritto in un’intervista per “pensare i libri”, guardati in casa tua, nella casa degli intellettuali che hanno scassato questo “Paese da tre soldi”. Mentre loro no. Loro incassavano solo potere e potere e potere. Più 100 miliardi di buonuscita.

Ps. Ieri Scalfari ha firmato su Repubblica un ennesimo articolo su papa Francesco che inizia lodando Miguel Gotor (che ne aveva scritto due giorni prima) e si conclude insultando lo stesso articolo di Gotor di “chiacchiere senza interesse”. Si capisce che per l’età che ha qualche aspetto di nebbia cognitiva tocca anche il povero ricco Scalfari: ma non del tutto se ancora una volta usa la sua familiarità con Francesco per far esercitare il Papa nel pensiero che il Dio cristiano non esiste, Dio è uguale in tutte le religioni e perciò Bergoglio esprimerebbe il rifiuto de “l’assurda territorialità” cristiana).

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