Alberto Genovese e la fame che ci rende come bestie. E dalle bestie ci distingue

Il potere si sforza di contenere l’attesa propria dell’essere umano buttandola in attesa di sbobba e sbobba e sbobba. Ma quella è l’attesa propria dei gatti. O dei bruchi

Alberto Genovese

Cronache di mezzo lockdown / 8

«L’uomo, questo essere capace di pensare in profondità». Sofocle inventa un hapax, cioè un termine che comparirà una e soltanto una volta nelle sue opere, per dire in Antigone lo stupore per la creatura che è lui medesimo. Perlomeno, in mancanza di tutto il resto, il lockdown aiuta il pensiero. Osservo i cinque gatti in cortile andare da un pasto all’altro. Non sono altro che fame. Per loro è perfetto il detto affibbiato all’uomo da un illuminista tanto appassionato quanto stolto: i gatti sono ciò che mangiano. Gli esseri umani sono fame.

È vero, la fame vale per i gatti come per gli esseri umani. Ma osservate bene gli esseri umani dopo che avete visto i gatti, i cani, le cornacchie mangiare. O le lucertole sgusciare via dal sole verso il buco del muro. Osservate il pronto soccorso, gli ospedali, il letto di dolore di un nostro caro. Gli esseri umani sono resistenza, sfida, domanda al morire. Sono fame di durata, di godimento, di significato. Sono – in fondo all’ignoranza e alla più ottusa bestemmia – attesa del proprio Creatore.

Cioè. Gli uomini sono fatti come sono fatti, da Sofocle fin qui. Mentre tutta l’organizzazione del potere umano imbestiato si sforza di contenere l’attesa propria dell’essere umano buttandola in attesa – propria dei gatti and son – di sbobba e sbobba e sbobba; in attesa di rendere l’anima da perfetto essere imbestiato. Lo chiamano “transumanesimo”. Ma è semplicemente “disperazione” alimentata interessatamente per vendere consumi di “speranza”.

Come vuoi leggere il genio delle piattaforme digitali che aveva così tanti soldi addosso e il potere di un tappo stappato di champagne? Non è vero che l’uomo non può diventare ciò che mangia. Cioè letteralmente cacca. Ma non è del suo essere questa che sembra la legge suprema del divenire. Legge tanto lodata dagli speranzosi di futuro, progressisti, creduloni nella religione gramsciana. Costoro, infatti, prostrati al progresso, malgré lui adorano la cacca.

Perché è ovvio che un certo progresso esiste come esiste una certa legge evolutiva. Ma non c’entra nulla con l’autismo darwinista. Darwin, che per dire un’osservazione giusta (evoluzione), costruisce un palazzo senza finestre (teoria), per dirla alla Ratzinger. Infatti discendiamo forse tutti dalle scimmie. O dal bruco. Chi lo sa. Ma l’uomo a un certo punto si capisce che non è una scimmia. Mentre si capisce che una scimmia resta scimmia. Un bruco un bruco.

E spiace ammetterlo, Eugenio Scalfari resta Eugenio Scalfari, impiccato ai 100 miliardi di buono uscita di trent’anni fa, è andato avanti nella predica in variazioni sempre identiche sulla medesima. Un peccato. Ma troppi soldi fanno questo effetto qui: o ti inducono nella tentazione di maiuscolare te stesso e dialogare con Io. O ti fanno Genovese di champagne cocaina e violenza sessuale a gogò. Che non è un bel vivere. Finché fortunatamente la Volante ti viene a trovare. E tu capisci che vuoi guarire. Cioè tornare in quello stupore della natura che sa pensare in profondità.

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