Se è reato è reato, giusto? Lettera da Ferrara

Sul caso della «donazione sospetta» della Lega al sindaco Alan Fabbri e sullo strabismo dei giornali riguardo al concetto di «nobili intenti»

Caro direttore, essendo io di Ferrara, ricordo bene la chiara simpatia espressa qualche mese fa dal suo giornale nei confronti del sindaco della mia città, quell’Alan Fabbri della Lega che nel 2019, come scrive la Stampa, è stato «protagonista della cavalcata che lo ha portato a espugnare la città emiliana, governata dal centrosinistra dal 1945».

Ecco, proprio questo articolo della Stampa volevo portare alla sua attenzione. Se le interessa, può trovare il testo integrale online nel sito del Secolo XIX, stesso gruppo editoriale (il medesimo di Repubblica). Tuttavia il modo in cui il quotidiano torinese ha impacchettato la polpetta nell’edizione di oggi [ieri per chi legge, ndr] mi è parso perfetto per corroborare il mio pensierino.

Essendo io di Ferrara, scusi la ripetizione, non ho potuto infatti fare a meno di essere attratto da quel richiamo sulla prima pagina della Stampa visto balenare durante una di quelle rassegne stampa delle tv all-news. (Le allego anche una schermata, se vorrà usarla per una eventuale pubblicazione). Dunque, strilla il quotidiano in prima pagina:

«Donazione sospetta, blitz della Finanza su Alan Fabbri, scudiero di Salvini».

Nell’occhiello si accenna all’arcinota «inchiesta sui 49 milioni» e quindi a prima vista appare chiaro dove andrà a parare il dossierino.

Non voglio rovinarle la lettura, ma l’avverto che nell’articolo, pubblicato a pagina 7, non c’è granché, oltre al già saputo sulle varie piste aperte dai vari inquirenti nella famosa “caccia ai fondi della Lega”. La sostanza che la Stampa ha ritenuto di sbattere in prima pagina è questa:

«Ieri la Guardia di finanza di Genova si è presentata negli uffici del Comune di Bondeno, provincia di Ferrara, per acquisire i documenti su un contributo da 900 mila euro transitato dai conti della Lega Emilia-Romagna a quelli dell’amministrazione locale. […] A interessare gli inquirenti è la provenienza di quel denaro: il direttorio regionale del partito, a sua volta, aveva beneficiato di trasferimenti di denaro dal conto centrale presso Banca Aletti, gestito fino al 2012 dall’ex tesoriere Francesco Belsito. Sarebbe cioè potenzialmente provento di riciclaggio, perché, come ormai accertato, Belsito ha consentito alla Lega di incamerare 49 milioni di euro non dovuti, una gigantesca truffa ai danni dello Stato».

Ma che c’entra Alan Fabbri?, domanderà lei, direttore. E perché mai la Lega avrebbe “riciclato” quasi un milione di euro regalandoli a un ignoto luogo di nome Bondeno, per di più non a un suo faccendiere locale, bensì all’amministrazione comunale di tale paesino?

Orbene, all’epoca della «donazione sospetta», era il 2012, il sindaco di Bondeno era proprio «Alan Fabbri, scudiero di Salvini». E si dà il caso che allora la cittadina emiliana fosse nel pieno di una emergenza terremoto.

Ecco dunque la risposta ai suoi interrogativi. Sta in un virgolettato dello stesso Alan Fabbri contenuto nell’articolo della Stampa:

«Dopo il terremoto la Lega ha donato quei fondi per costruire una scuola antisismica e acquistare dei mezzi per la protezione civile e i vigili del fuoco. Il partito stanziò quasi un milione di euro. Lascio che siano i cittadini a giudicare se sia sbagliato o meno donare dei soldi per una scuola o dei mezzi di soccorso. La Finanza sta facendo accertamenti, ma basta vedere cosa abbiamo fatto con quei soldi».

Che cosa ha accertato dunque il «blitz della Finanza su Alan Fabbri»? A giudicare dalla cronaca, ha accertato che la «donazione sospetta» è servita per far fronte alle spese per l’emergenza. Titolazione del pezzo, pubblicato a pagina 7 della Stampa? Eccola:

«Lega, la strana donazione al feudo emiliano. La caccia ai 49 milioni passa dal Comune di Bondeno: si indaga sul sindaco di Ferrara».

Per carità, alla Guardia di finanza interessa l’origine, non l’impiego, dei denari regalati dalla Lega a Bondeno. La truffa dei 49 milioni è uno scandalo e spero bene che sia fatta giustizia. Nel perseguire un reato non dovrebbe contare nulla il fatto che esso sia stato compiuto – o i relativi “proventi” siano stati utilizzati – a fin di bene. Giusto perciò che non conti nulla, o quasi, nemmeno per la Stampa.

Mi pare doveroso che inquirenti e giornali progressisti siano inflessibili nel maltrattare come presunti criminali tutti i leghisti presumibilmente coinvolti nel crimine. Così come sono stati inflessibili nell’indignarsi quando Marco Cappato e Mina Welby, rei confessi di aver aiutato un uomo a uccidersi, l’hanno fatta franca con il pm che chiedeva le attenuanti per i loro «nobili intenti». (Come dice direttore? Quella volta non si è indignato nessuno? Ma tu guarda).

Paco Minelli Ferrara