Scusate se esisto

Dal caso Evian a Striscia la notizia, dilaga la “scusonite”. Si deve giustificare tutto, anche solo ciò che si pensa o si dice per scherzo

Gerry Scotti e Michelle Hunziker durante una puntata di Striscia la Notizia
Gerry Scotti e Michelle Hunziker durante una puntata di Striscia la Notizia

Perché tutti devono chiedere scusa per tutto? Cos’è questo fenomeno della “scusonite” sempre più dilagante e invasivo? L’ultimo caso, davvero grottesco, è capitato all’acqua Evian che ha osato pubblicare sul proprio profilo twitter un post all’apparenza innocuo:

«Ritwittate se avete già bevuto un litro di Evian oggi».

Sacrilegio. Alcuni musulmani e altri guardiani del politicamente corretto si sono imbufaliti per il “razzismo” insito in un messaggio che non teneva conto del fatto che, proprio nello stesso giorno, iniziava il Ramadan.

https://twitter.com/evianFrance/status/1381959364806914050

“Assurdo”, dirà il lettore. Ma i responsabili di Evian sono corsi ai ripari per “scusarsi” della loro indelicata comunicazione.

«Buonasera, siamo il team Evian, siamo desolati per il tweet maldestro che non è un invito ad alcuna provocazione!».

Come ha giustamente notato la giornalista del Figaro Eugénie Bastié «non si capisce cosa sia più desolante: le persone offese dopo il tweet iniziale o questa pietosa messa a punto che è un cedimento davanti al vortice vittimistico».

La gag di Scotti e Hunziker

Resta il fatto che la “scusonite” è una malattia che colpisce tutti e a tutti i livelli e che non esiste patente da esibire o curriculum da mostrare per assicurare la propria buona fede.

L’altro caso di questi giorni è quello che ha coinvolto i due conduttori di Striscia la Notizia Gerry Scotti e Michelle Hunziker che ieri si sono presi una pagina intera del Corriere della Sera per “scusarsi” di aver offeso con una loro gag le persone asiatiche.

I due, lanciando da studio un servizio sulla Cina, hanno osato storpiare le parole usando la “l” al posto della “r” e portando le mani agli occhi per renderli a mandorla.

Come nel caso di Evian, non si sa se a far più pena siano le polemiche o le scuse, con Scotti e Hunziker indaffarati a giustificare il loro siparietto, il loro impegno contro ogni tipo di discriminazione e, al tempo stesso, a denunciare di essersi trovati al centro di una bufera in cui qualche “tollerante” è arrivato a minacciarli di morte.

L’inquisizione digitale

Il fenomeno potrebbe essere sbrigativamente classificato sotto la voce “scemenze del web”, ma i casi si stanno moltiplicando e se siamo arrivati al punto che una società che vende acqua in bottiglia si deve scusare per aver chiesto se qualcuno ha bevuto, significa che qualche domanda ce la dobbiamo porre.

Innanzitutto perché a porsela sono le stesse aziende, strette tra le necessità di pubblicizzare il loro prodotto e di non perdere potenziali acquirenti. Retromarce tra l’esilarante e il drammatico sono già state compiute da Diego Barilla («Mi scuso») dopo le dichiarazioni sulla famiglia, Dolce e Gabbana sui cinesi, Zara per aver pubblicizzato una linea di make-up con l’immagine di una modella con le lentiggini, da Leica per aver girato un video in cui comparivano delle foto di Piazza Tienanmen.

Ormai è una corsa continua a scusarsi: l’inquisizione digitale è un fatto acclarato e che riguarda tutti, non solo gli “impresentabili” come l’ex presidente americano Donald Trump.

Ogni giorno sulle piazze virtuali c’è qualcuno che invoca la ghigliottina su qualcun altro. Persino, ormai, prima ancora di aver fatto qualcosa o per aver ideato qualcosa nel passato (basti pensare ai disclaimer Disney su cartoni animati oggi considerati scorretti come l’innocuo Dumbo o gli Aristogatti).

Vittimismo e piagnisteo paiono ormai necessari preamboli a ogni umano confronto. Così, però, a farne le spese non è la violenza verbale, ma il confronto.

Omissis calcolati

A guardar bene, la dilagante pandemia della “scusonite” sa essere molto selettiva. È ancora la cronaca a fornirci un esempio. Per Malika, la ragazza 22enne di Castelfiorentino che è stata allontanata da casa dalla famiglia per aver confessato di essere lesbica, si sono mobilitate molte personalità dello star system italiano. Per lei sono state lanciate campagne che, finora, hanno raccolto circa centomila euro.

Tutto bene per carità, ma solo il blog Feminist Post ha avuto il coraggio di far notare un “omissis” comune a tutta la stampa italiana (che ha calcato la mano sul caso per promuovere la legge Zan): si sono dimenticati di segnalare che «il padre di Malika è di cultura musulmana».

Come si capisce bene, il risultato finale della “scusonite” non può essere che il cortocircuito, perché ci sarà sempre un motivo valido per cui qualcuno deve chiedere venia per qualcosa che ha detto o fatto.

Ciascuno troverà sempre un motivo per cui sentirsi offeso o incompreso da qualcun altro che – consapevolmente o meno – per il solo fatto di essere diverso da lui potrà recargli, in qualche modo, danno. È il paradosso della “scusonite” odierna che non si basa più su fatti oggettivi, ma su stati soggettivi: se sei diverso da me, offendi il mio modo d’essere.

Le catene del politicamente corretto

E qui arriviamo al punto, perché la “scusonite” per uscire dal labirinto in cui ci rinchiude necessita sempre di poggiarsi su due pilastri: il primo è la censura di alcuni particolari (come nel caso di Malika), il secondo è che, mentre predica la tolleranza universale, impone l’omologazione dei pensieri e degli atti a uno stile di vita che alcuni hanno indicato come accettabile.

I vari casi Evian, Striscia la notizia, Barilla e D&G sono quindi solo sintomi parossistici di una questione più grave, che è quella bene analizzata da un recente articolo di Gabriele Civello sulla rivista L-Jus del Centro Studi Livatino.

Un lungo e articolato intervento sulle radici del “politicamente corretto”, la nuova religione che non ci promette la liberazione dal male, ma nuove catene per renderci inoffensivi, mansueti, arrendevoli.

In una parola, “non liberi”, cioè docili prigionieri di una mentalità che ti accusa non per quello che fai, ma per quello che sei. Arrendersi è un attimo: è facile come bere un bicchiere d’acqua.

Foto Ansa