Scuola. Un paio di idee per risollevare l’Italia dal fondo della classifica Ocse

Paritarie, statali. Ecco cosa spinge l’Italia in fondo alla classifica Ocse sui finanziamenti pubblici all’educazione. E cosa serve per invertire questa tendenza. A partire dai costi standard per alunno

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Inizia un nuovo anno scolastico: la campanella suona, anche quest’anno, ma non solo per gli studenti. Suona anche per certi sindacati che hanno promesso battaglia alla legge 107/2015 (la cosiddetta Buona Scuola) per non perdere i tesserati. Suona per certi docenti, una minoranza per la verità,  che ritiene la valutazione e il dirigente leader alla stregua della bacchetta che, ai tempi, utilizzavano i maestri per punire le marachelle. Suona per certa stampa, che quasi mai legge (studia), e allora scrive di tutto e di più, con una overdose di notizie che servono solo a impiegare utilmente quella carta per il pesce al mercato il giorno stesso, e per il lettore a darsi un tono con il giornale “giusto” sotto al naso. Quest’anno suona, forse, anche per quel cittadino serio e responsabile che ritrova il coraggio della lettura, della riflessione, per maturare un’idea buona da spendere al servizio della Res-Publica, costi quel che costi.

L’unica reale domanda che attende risposta dal 1948 ad oggi è sempre la stessa: perché solo in Italia alla famiglia, benché le sia riconosciuta la responsabilità educativa da esercitare liberamente in un pluralismo educativo, di fatto viene negato – dallo stesso Stato che glielo ha promesso e riconosciuto – il diritto più naturale sin dalla notte dei tempi, della fionda e della clava? A questa prima ne è strutturalmente connessa un’altra: perché solo in Italia esistono docenti di numerose scuole pubbliche che, a parità di titoli acquisiti e di azione culturale a essi conseguente, percepiscono uno stipendio inferiore ai colleghi di altre scuole pubbliche? Che siano statali o paritarie non inficia la validità dei titoli e l’onorabilità di chi li detiene. Sono docenti di scuole pubbliche tout court. Il sistema nazionale di istruzione è unico.

Due semplici domande che richiedono una risposta, prima che suoni la campanella a conclusione di questa prima giornata di scuola. Riprendiamo le fila dell’unico percorso sensato che dovrebbe stare a cuore a ogni cittadino, associazione, partito, piazza, aula che si dichiari a favore di un paese libero e democratico, degno di essere definito Stato di diritto. L’Onu è – di questi tempi – dolorosamente in auge nella manifestazione della sua debolezza: ben venga allora ricordare l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dalle Nazioni Unite il 10 febbraio 1948, secondo cui «I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai figli». Priorità che il paese Italia riconosce, ma non garantisce.

Il diritto all’istruzione (diritto inviolabile e irrinunciabile ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione) rimanda alla responsabilità educativa che la Costituzione ritrova in capo alla famiglia. Infatti l’articolo 30, comma 1, recita: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio»; comma 2: «Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti». Se è diritto e dovere prioritario della famiglia istruire ed educare i figli e la Repubblica ha il conseguente dovere di corrispondere gratuitamente la prestazione educativa, non si comprende come mai proprio la questione della responsabilità educativa agìta in modo libero dovrebbe rimanere fuori dalla logica dell’articolo 31: «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi», tra i quali sono fondamentali quelli educativi.

Una questione anche economica
È inevitabile che il cittadino che ragiona, che ha figli da educare, che paga le tasse, si senta eufemisticamente a disagio. Nella realtà in cui viviamo, all’interno della quale siamo chiamati a intervenire positivamente, ciascuno nel proprio ambito, chi intende affrontare il tema vitale della scuola lo deve fare, oltre che con retta coscienza, anche con una conoscenza ampia e approfondita – chiara e distinta direbbe Cartesio – delle componenti giuridiche, storiche, economiche, antropologiche che del tema stesso sono il fondamento. Parlare di scuola, infatti, significa esprimersi in merito all’umano, còlto nel suo momento più delicato, quando mente e cuore si aprono alla vita, «come un fiore appena sbocciato, s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno» (A. Manzoni, I promessi sposi, capitolo X).

Che l’alunno, su mandato e responsabilità della famiglia, sia il protagonista di questa esperienza, tanto entusiasmante quanto delicata, è assolutamente certo nel mondo civile; ugualmente è incontestabile che egli abbia tutto il diritto di trovare, nelle persone come nelle strutture, accompagnamento, competenza e accoglienza al massimo livello. Soltanto al termine di un lungo percorso – che comunque è solo la prima delle tappe formative della vita – il giovane potrà a sua volta inserirsi a pieno titolo nella collettività e contribuire al suo miglioramento. È questo, oltre ogni legittimo auspicio di miglioramento, lo spirito della Buona Scuola, alimentato da un’ampia consultazione popolare, e divenuto legge 107/2015 dello Stato italiano.

In tale prospettiva, allora, diventa fondamentale che la famiglia, soggetto del diritto, sia messa nella condizione di scegliere liberamente la buona scuola pubblica, statale o paritaria, a cui affidare il proprio figlio, perché quest’ultimo possa aprirsi alla realtà secondo le convinzioni e lo stile educativo della famiglia stessa. In questo consiste il principio della libertà di scelta educativa in un pluralismo formativo, che la nostra Costituzione, con la conseguente normativa di riferimento, riconosce, ma che l’attuale ordinamento oggettivamente non garantisce, a differenza di quanto accade nei paesi europei. La buona scuola pubblica italiana, statale e paritaria, è chiamata quindi – in vista del servizio essenziale proposto alla famiglia che la sceglie – a riscoprire la propria solida identità educativa e culturale, in dialogo con il territorio, con le istituzioni, con la società.

Come se non bastassero le risoluzioni dell’Unione Europea del 1984, del 2012 e 2013 che richiamano gli Stati membri a garantire la libertà di scelta educativa della famiglia in un pluralismo educativo, nel 2014 è arrivato il documento pubblicato dalla Commissione europea “Eacea Eurydice. Il finanziamento delle scuole in Europa: meccanismi, metodi e criteri nei finanziamenti pubblici”, riguardante la struttura dei sistemi di finanziamento per l’istruzione scolastica del settore pubblico in Europa (livelli di autorità coinvolti e metodi, criteri utilizzati per determinare il livello delle risorse necessarie a finanziare l’istruzione).

Attualmente sussiste una grande varietà e complessità di questi sistemi di finanziamento, tenuto conto della particolarità di ciascun contesto nazionale e della sua specifica organizzazione. Ecco che questo documento è la risposta al cuore della domanda. Nel sistema scolastico italiano c’è un anello mancante e questo documento lo evidenzia. In Italia la famiglia non può scegliere poiché c’è un vincolo economico; da qui la catena delle ingiustizie e l’affanno del degrado culturale e umano.

Alla luce di questo rapporto – che fungerà da punto di partenza per qualsiasi riflessione sulle riforme strutturali necessarie alla creazione di sistemi di finanziamento che permettano una ripartizione più efficace ed equa delle risorse – appare ancor più inaccettabile che l’Italia da anni impedisca alla famiglia di esercitare il proprio diritto e oggi stia compromettendo un patrimonio culturale secolare. Risulta pertanto indispensabile sanare il sistema scolastico italiano che risulta classista, regionalista e discriminatorio. Classista nella misura in cui – dato il vincolo economico – non permette anche al povero di poter esercitare la libertà di scelta educativa in un pluralismo educativo.

Regionalista: rispetto a una regione come la Lombardia, che è ben oltre i parametri europei Ocse, se ne danno altre molto al di sotto, il che sospinge l’Italia agli ultimi posti Ocse. Discriminatorio a) nei confronti della classe docente che – a fronte dell’esercizio del diritto alla libertà di insegnamento – si trova, a parità di titolo, a dover percepire uno stipendio inferiore se sceglie di insegnare in una scuola pubblica paritaria rispetto alla scuola pubblica statale; b) verso gli studenti portatori di handicap ai quali, se scelgono la scuola pubblica paritaria non verrà riconosciuto il docente di sostegno come avverrebbe presso la scuola pubblica statale.

In Europa le scuole gestite da privati ricevono finanziamenti pubblici da governo, enti dipartimentali, locali, regionali, statali e nazionali, che coprono in diversi casi più dell’80 per cento dei costi annui. Particolarmente in Finlandia, Paesi Bassi e Svezia il finanziamento è pressoché totale. Copre più del 60 per cento dei costi in Danimarca, Estonia, Repubblica Ceca, Spagna; più del 40 per cento in Polonia, Portogallo, Svizzera. È invece inferiore al 40 per cento in Italia (nel calcolo sono compresi i finanziamenti di Comuni e Regioni oltre al Miur per le scuole dell’infanzia, ndr), al 20 per cento in Grecia.

La leva del pluralismo
È evidente che solo il pluralismo educativo innesca le leve della buona concorrenza e favorisce una buona scuola pubblica paritaria e statale. La buona scuola la fanno i docenti per gli allievi, affinché le famiglie possano esercitare la loro responsabilità educativa attraverso la libertà di scelta educativa. Qui si inseriscono a pieno titolo la valutazione delle scuole, la meritocrazia per i docenti, la leadership del dirigente scolastico, la trasparenza, la pubblicizzazione dei bilanci. Altrimenti è tutta una farsa: non c’è buona scuola, bensì scuola unica, di regime.

D’altronde le leve di trasparenza e di buona organizzazione; l’autonomia scolastica e la valutazione dei dirigenti e dei docenti; la detraibilità delle spese scolastiche e gli investimenti school bonus, che la legge 107 ha introdotto, vanno verso questa prospettiva. Si riconferma il costo standard come il solo anello mancante che, mentre consente alla famiglia di scegliere, innesca una sana concorrenza tra le scuole sotto lo sguardo garante dello Stato. La strada è tutta in salita ma è quella giusta: le modestissime detrazioni introdotte dalla Buona Scuola sono uno strumento di breve periodo, utili – più che a risolvere il problema – a sancire un passaggio culturale dal quale non si torna indietro.

Il passo successivo sarà il costo standard per studente e la piena garanzia di scelta della scuola da parte della famiglia senza dover pagare due volte, le imposte allo Stato e il contributo di funzionamento alla scuola pubblica paritaria. Interessante nella legge 107/15 la pubblicità dei dati, dei bilanci del Snv, che rappresenterà un portale di accompagnamento delle istituzioni scolastiche, un supporto alle scuole su tematiche anche di natura amministrativa, contabile e gestionale, oltre che didattica. Introdurre il costo standard per studente significa accompagnare le scuole verso la riqualificazione delle risorse e l’acquisizione di competenze di riorganizzazione amministrativa prima e gestionale poi, per rendere sostenibile la buona scuola di qualità ma senza sprechi.

Chi non intende le ragioni del diritto, intenderà quelle dell’economia: le famiglie che scelgono la scuola pubblica paritaria pagano le tasse per la pubblica statale e le rette per formare i loro figli. Attualmente, i cittadini lavoratori formati dalle scuole pubbliche paritarie non sono costati una lira e tanto meno un euro allo Stato: semplicemente lo arricchiscono. Dunque gli convengono.

Valorizzare l’autonomia delle scuole è l’unica strada per incentivare la qualità e la ricchezza della diversità. Le scuole saranno così tutte di qualità e la differenza sarà nell’identità di ciascun istituto che sarà l’oggetto di scelta della famiglia, la quale sceglierà sulla base dell’identità e dell’offerta formativa riconosciute più conformi alla propria linea educativa. Tale autonomia implica che lo Stato passi da “soggetto gestore” a “soggetto garante” del sistema scolastico; occorre abbandonare l’inutile contrapposizione fra scuola pubblica paritaria e pubblica statale, considerando che i costituenti avevano ben chiara la quaestio di diritto. In tal senso è importante completare la legge 62/2000, in quanto il legislatore non ha previsto le conseguenze pratiche del pluralismo educativo: se questo è legge, nulla la famiglia deve erogare in fase di scelta.

Presto in un libro
Portare a compimento il Sni domanda di considerare le spese per l’istruzione non come costi ma come investimenti in capitale umano. Ciò significa avere a cuore il futuro dell’Italia; rendersi conto dei bisogni reali; avere consapevolezza delle risorse attuali, tenendo conto della necessità di onorare, da parte dello Stato, eventuali commesse a credito dei privati; considerare i benefici maggiori in rapporto al margine di rischio; azzerare gli sprechi in vista dell’investimento. L’Italia, a questo proposito, è il paese che spende di più e peggio in Europa, fondamentalmente a causa di carenza di educazione, formazione, cultura autentiche. Qui si inserisce la chiave di volta fra i princìpi sopra enunciati e gli aspetti concreti che ne seguiranno.

L’unico passaggio, di fatto, che la storia suggerisce è l’individuazione del costo standard per allievo nelle forme che si riterranno più adatte al sistema italiano, con la conseguente possibilità di scegliere fra scuola pubblica statale e scuola pubblica paritaria. Di questo tema si parlerà a breve con una pubblicazione edita dalla casa editrice Giappichelli che intende sottoporre a chi davvero ha a cuore lo studente, la scuola e la società, una ricerca sul costo standard di sostenibilità. Tempi dedicherà un ampio spazio alla ricerca e al confronto con gli autori. Se non si parla di questo, oggi in Italia, di che cosa si parla?

Foto Ansa

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •