«Do fastidio se fumo?». Il filosofo Scopigno e lo scudetto del Cagliari. Storia di un allenatore anti-conformista

Abolì i ritiri, rese più liberi i giocatori e instaurò con loro un rapporto più umano. Moriva vent’anni fa l’allenatore che portò al successo i rosso-blu, sfidando il calcio miliardario delle grandi

Filosofo e anticonformista, stratega burbero ma sempre con la battuta pronta, e capace di rivoluzionare letteralmente lo scenario calcistico in Italia tra anni Sessanta e Settanta. Manlio Scopigno moriva a Rieti 20 anni fa per un arresto cardiaco, mettendo fine ad un’esistenza sportiva che aveva voluto dire prima di tutto una grande cosa: lo scudetto degli Cagliari nel 1969-70. Era lui il tecnico di quel gruppo magico, allenatore che scelse la frontiera più estrema del pallone italiano, la Sardegna, per portare la sfida al cuore del calcio miliardario delle tre grandi Inter, Juve e Milan e sdoganare la Coppa Campioni su quest’isola.

UN ANNO PRIMA FU SECONDO. Poco altro è stata la sua carriera calcistica, partita dal campo ma ben presto trasferitasi in panchina per un brutto infortunio al ginocchio. A Vicenza allenò 3 anni e divenne il “filosofo”, a Bologna fece poco e venne esonerato a fine stagione: arrivò a Cagliari senza troppe pressioni, in una squadra promossa in A da soli due anni. E qui costruì un miracolo, che aveva i nomi di Gigi Riva, Enrico Albertosi, Roberto Boninsegna, Pierluigi Cera, Comunardo Niccolai, Gerry Hitchens, Ricciotti Greatti, Angelo Domenghini. Un miracolo che portò nel ’69 ad un secondo posto in classifica e ad un titolo sfumato a favore della Fiorentina, per poi riuscire 12 mesi più tardi a centrare il massimo successo, sebbene alcune partenze avessero indebolito il gruppo.

IL RAPPORTO COI GIOCATORI. E Scopigno riuscì nel successo perché rivoluzionò i metodi che allora andavano di moda tra gli allenatori in Italia: basta coi ritiri, più libertà ai giocatori responsabilizzati con fiducia e costruendo un rapporto umano.
C’è un racconto del suo “libero” Cera che vale più di qualsiasi teoria: ricostruisce l’“irruzione” che il mister fece nella camera d’albergo di alcuni giocatori una sera, prima di una partita di Coppa Italia. Si erano dati appuntamento per giocare a carte e, una volta scoperti, temevano una multa: «Scopigno entrò, nel fumo e nel silenzio di noialtri che aspettavamo la bufera, prese una sedia, si sedette vicino a noi e disse tirando fuori un pacchetto di sigarette: “Do fastidio se fumo?”. In mezz’ora eravamo tutti a letto ed il giorno dopo vincemmo 3-0».

L’ESONERO DEL ’67. È così che nacque quel gruppo vincente: più di una favola da un anno e via, il Cagliari per tanti anni fu una grande. Bastò poco alla squadra per trasferirsi pure in Nazionale: ai Mondiali del 1970 ce n’erano ben 7 di calciatori passati dalle mani del “filosofo”. Il secondo posto dietro al Brasile fu un riconoscimento anche per lui, che la prese con tanta ironia: «Tutto mi sarei aspettato dalla vita, tranne vedere Niccolai in mondovisione!», scherzando sulla propensione all’autogol del suo stopper.
E fa ulteriormente ridere pensare al motivo per cui, nel ’67, venne esonerato per la prima volta dalla squadra sarda: durante una tournée negli Stati Uniti la squadra fu ricevuta dal console italiano a Chicago, Scopigno bevve qualche whisky di troppo e quando chiese dov’era il bagno gli venne indicato il prato. La foto di lui che urina contro un cespuglio mandò su tutte le furie il suo presidente che lo cacciò dalla panchina del Cagliari. Dove però venne richiamato nel giro di pochi mesi, e da lì portare quell’isola «di pastori e banditi» in Coppa Campioni.