Scavuzzo: Milano e «quella crisi di prospettiva che ci deve preoccupare»
Pubblichiamo di seguito la trascrizione – con minimi interventi redazionali per agevolare la lettura – dell’intervento che Anna Scavuzzo, vicesindaco e assessora alla Rigenerazione urbana e Educazione del Comune di Milano, ha pronunciato venerdì 17 aprile al convegno “Milano, fine dei giochi?”, organizzato da Tempi e Ccl – Consorzio Cooperative Lavoratori nella Sala delle Accademie della Veneranda Biblioteca Ambrosiana.
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Un ricordo di Luigi Amicone
Permettetemi intanto di ringraziarvi sia per l’invito che per l’occasione. Forse l’avete fatto all’inizio di questa mattinata, ma come Manfredi Catella ricordava l’invito esteso tramite Alessandro Maggioni, io non non celo il fatto che oggi qua ricordo Luigi Amicone: una persona che anche nella battaglia, che in Consiglio comunale non è mai mancata, però è stato per me esattamente quel pungolo e quello stimolo per capire che cosa volesse dire mettere al centro una visione di città e non una visione di parte.
E parto proprio da qui, perché la provocazione di Maurizio [Lupi] su questa prospettiva, rispetto anche alle necessità che oggi affrontiamo, io la sposo in pieno: oggi noi abbiamo bisogno di molta più politica di quella che stiamo facendo, considerando anche quel senso profondo di responsabilità che c’è nell’assumersi l’onere e l’onore di dare degli indirizzi perché altri possano fare meglio e di più di quello che non faresti da solo. Certamente questa prospettiva si sposa con l’esperienza che stiamo vivendo oggi.
Si citava il lavoro anche bipartisan che stiamo affrontando sulla “legge speciale per Milano”: io voglio partire da qua, anche perché – mi permetterete una battuta – io non mi posso fermare alla politica, perché oggi sono anche un amministratore, un’amministratrice, e quindi nelle cose che condividerò con voi, oltre a esserci una visione di prospettiva che ha necessità di guardare i prossimi 5, 10, 15 anni, c’è bisogno anche di guardare al quotidiano e all’oggi, perché evidentemente quella capacità di attirare fiducia e consenso si fa con i grandi scenari, che fanno capire dove butti il cuore e qual è la prospettiva nella quale chiedi ad altri di accompagnarti e di fare la strada con te, ma un po’ come diceva Calvino: «Senza pietre non c’è arco». Quindi è necessario avere una visione lunga, ma è anche necessario sapere quali sono i passi che permettono interventi anche per chi ce li chiede oggi.
Il percorso interrotto verso il nuovo Pgt
E allora parto da una prima considerazione. Secondo me il danno maggiore che abbiamo affrontato nel corso di quest’anno, dell’anno scorso, e che mi ha visto fra l’altro entrare in un ruolo che non era il mio… Non perché non mi sia mai occupata di urbanistica: io nella “rivoluzione arancione” ero la capogruppo di Pisapia (e [confermo che] quella vertenza sulla M4 è andata esattamente così come Maurizio [Lupi] la descriveva, però ha avuto una storia lunga che si è dispiegata), quindi sono dentro le questioni della città da tempo, anche se non ero l’assessore all’Urbanistica, quindi non faccio una devolution di responsabilità ad altri, anzi me le assumo in pieno.
Ma che cosa è successo, secondo me, più di tutto, lo scorso anno? Che noi abbiamo interrotto il percorso e il processo per arrivare al nuovo Piano di governo del territorio (Pgt). Perché quella visione della politica che è stata messa in discussione con le indagini, eccetera, certamente ha avuto tanti effetti. La sconsolatezza con cui Manfredi Catella ha raccontato anche un po’ la perdita di entusiasmo non è milanese, ma – rispetto a quello che è il valore che noi diamo ai contesti che sono in grado di guardare al futuro con ottimismo – io credo che non sia un buon segnale, indipendentemente dal fatto che arrivi da un imprenditore, da una famiglia che si sposta, da qualcuno che non mette al mondo un bambino: è quella crisi di prospettiva che ci deve preoccupare.

Il ruolo della politica
Certo, ha un immediato, e poi lo vedremo, ma io credo che questo sia stato l’elemento che mi ha preoccupato di più: chiudere il percorso che ci avrebbe portato all’adozione del Pgt, a valle anche di una serie di lavori di confronto, di condivisione rispetto anche a quegli scenari che si immaginavano. Perché il Pgt è un atto politico, ed è un atto politico di prospettiva, ed è un atto politico che dice non già e non solo com’è la città, ma come la immaginiamo e come ci impegniamo a costruirla. Allora, se devo guardare all’anno che abbiamo lasciato alle nostre spalle, credo che aver interrotto quel passaggio… che – permettetemi – ho dovuto farlo io, quindi mi assumo anche la responsabilità di questo atto: era impossibile non farlo. Perché? Perché non si trasforma la città a prescindere dalla città. E quindi quello che si è rotto lo scorso anno è stato invece quel legame di fiducia e di collaborazione fra la città e la politica. Per diversi motivi: le imprese per un motivo, gli imprenditori e gli operatori economici per un altro, il Consiglio comunale stesso ha affrontato un momento di grande fatica, il sentiment della città.
Allora, in questi mesi su questo stiamo lavorando, perché non si fa politica a prescindere dalle persone. Quel senso di empatia che richiamava Sergio Urbani prima non può essere dato per assodato o lasciato da parte, perché se la politica vuole o occuparsi di quello che sarà il futuro e la trasformazione della comunità, lo fa insieme alla comunità. Allora, in questo percorso ci deve essere spazio per tutti, perché la città non è degli imprenditori e non è degli amministratori, non è delle associazioni, non è delle famiglie, non è della scuola.
Il ruolo della politica è proprio quello di fare sintesi e quindi di riuscire a fare in modo che quelle che sono istanze talvolta concorrenti, quando non divergenti, possano trovare un equilibrio, talvolta con – diciamo – una richiesta di sopportazione da parte di alcuni a vantaggio o a svantaggio di altri, talvolta invece con una concordia ordinum che riesce a raggiungere un risultato con una soddisfazione maggiore.
La città feriale e la città festiva
Pensate a tutto il dibattito che c’è stato su San Siro. Lasciando perdere lo stadio, pensate al tema concerti. Io mi immaginavo le centinaia di persone nei comitati che mi assediavano per sapere dove si parcheggia, e dove mette la macchina, e chi arriva, e quando… Perché quello è un pezzo della città che non si può dimenticare e ha quindi quell’equilibrio fra la città che cresce e guarda al futuro, la città che investe per essere internazionale, capace di attirare capitali, investimenti e talento, e la capacità però, allo stesso tempo, di far sentire volute bene anche le persone che semplicemente stanno.
In una locuzione che usavamo ieri all’assemblea regionale di Confcooperative ho provato a dare a questa immagine: la città feriale e la città festiva. Sono un po’ Marta e Maria, se mi permettete un paragone un po’ blasfemo, ma queste dimensioni della contemplazione e dell’azione, della normalità e dell’eccezionalità, la nostra città vuole che siano caratteristiche anche del suo futuro. Ed è su questa dialettica – che non deve diventare battaglia, ma deve tornare a essere alleanza – che noi possiamo disegnare insieme quello che sarà lo scenario futuro nel quale far crescere le nuove generazioni, non soltanto quelle che attireremo da Hong Kong, Singapore o dal Brasile (che pur vengano e ne saremo contenti), ma anche quelle che hanno scelto semplicemente di essere a Milano e nell’area metropolitana a disegnare il processo di crescita della loro famiglia.
Tutti d’accordo sulla città metropolitana. Quindi? Se femm?
Vengo alla seconda osservazione. Abbiamo detto la politica, il Piano di governo del territorio, la legge speciale per la città metropolitana. Io ero consigliere delegato alla città metropolitana all’Ambiente, all’Agricoltura, ai Parchi nel 2015: ho visto tutti i think tank possibili e immaginabili. Tutti: di destra, di sinistra, di centro. Non è successo niente. Permettetemi di essere entusiasta del fatto che si torni a essere propositivi sulla città metropolitana; parimenti concedetemi, diciamo, un po’ la seconda domanda: posto che deve essere più integrata, connessa, mobile, che ovunque tu ti sposti puoi avere le stesse possibilità di crescere i tuoi figli o di dare una risposta alle persone più anziane, ci deve essere il verde, vogliamo che l’aria sia più respirabile… tutto, ci mettiamo dentro tutto. Ma adesso è il “se femm?”. Quindi? Come si fa?
Perché questo secondo elemento non è scindibile dal primo. Perché si può fare tutto con le parole, con le slide: ci sono dei consulenti che fanno delle slide meravigliose. Ma il passaggio successivo è capire: da dove cominciamo? Io credo che anche qui la risposta sia: da una maggior iniezione di politica.
Dobbiamo intanto parlarci di più fra amministratori, dobbiamo creare il contesto per avere delle alleanze fra i Comuni contermini della prima cintura, ma anche con quelli più lontani. Pensate a cosa ha fatto il sindaco di Legnano: l’Università statale ha aperto una attività a Legnano, bypassando tutte le riforme normative e quant’altro. La Bicocca ha aperto uno studentato a Cinisello Balsamo. Ce n’è un altro a Novate. Allora c’è una possibilità nei fatti di creare le condizioni per cui si capisca che è conveniente per tutti essere città metropolitana.

Gli investimenti che vale la pena di fare
Io ho girato il mondo parlando di Milano, lo dico con grande orgoglio, e mi ha fatto piacere arrivare in questo contesto e sentir dare un giudizio positivo di questi anni, perché questa città è cresciuta anche in reputazione rispetto a quella che è la percezione della nostra città in giro per il mondo. Sicuramente questo torna a vantaggio degli investitori e dei capitali, ma torna anche rispetto a quello che è un ecosistema che stiamo raccontando e che stiamo vivendo, perché fare l’università qui e avere come compagni di studio ragazze e ragazzi che arrivano da mezzo mondo, significa che l’Erasmus te lo porto a casa. E anche chi non avrebbe magari le disponibilità per essere bilingue, per lavorare con colleghi da tutto il mondo, ha comunque la possibilità di non crescere provinciale. Io credo che anche questo sia un passaggio sul quale non tornare indietro.
Lo vediamo con i servizi educativi all’infanzia. Perché ancora non abbiamo parlato di bambini, ma questo è un elemento imprescindibile delle società moderne: se vogliamo non avere come alleato il calo demografico, noi dobbiamo investire sulle famiglie e sull’infanzia e sui servizi connessi, in modo tale che tutto il resto della filiera generazionale possa contribuire. Io non ho figli, lo dico con un pizzico di malinconia, ma sapendo che occuparsi dei figli non è affare dei genitori: è tutta la società che si deve preoccupare di questo investimento.
Ma non voglio perdere il filo. Quindi, come la facciamo [la città metropolitana]? Cominciamo a farla. La legge arriva, le questioni arrivano, ma non fermiamoci ad attendere che sia perfetta la trasformazione, anche perché oggi l’ufficio scolastico territoriale è provinciale, la prefettura è provinciale, la questura è provinciale, la Caritas è provinciale… vado avanti? Tutti hanno una vocazione provinciale, solo le istituzioni ce l’hanno teoricamente sulla carta. Mettiamoci un po’ più di politica, facciamo tutti un passo avanti e disegniamo dei percorsi e dei processi che si possano realizzare.
Perché devo “fare l’opossum”
La terza e ultima cosa invece la dico a me. Io oggi sono l’assessore alla Rigenerazione urbana e sto cercando in alcuni casi di “fare l’opossum” e dare meno nell’occhio possibile, perché se tu vuoi fare delle cose, se stai sotto i riflettori le fai raramente. Che non significa che mi nascondo, eh, non sia mai, ma non esagero nell’esprimere soddisfazione per alcune cose che cominciano, perché cominciano a funzionare. Guardo a chi l’altro giorno ha visto la pubblicazione del Piano Greco-Breda: il primo scalo ferroviario l’abbiamo portato a casa, sarà bene una soddisfazione transgenerazionale sulle amministrazioni.
Era – non so – dal 2005 che si lavorava sugli scali. Oggi stiamo mettendo i primi cantieri veri. Ne abbiamo una serie infinita. Abbiamo gli altri scali: penso a Farini e Romana, che sono i primi sui quali vogliamo arrivare a chiusura, ma do rassicurazione a tutti gli altri. Penso ai bandi di Reinventing Cities. Stiamo lavorando perché piazzale Loreto possa cominciare a vedere “la luce cantierata”, come si dice. Ne abbiamo una serie. Il lavoro su piazza d’Armi con Cdp, proprio per avere quel 30 per cento investito in affitto e nelle affittanze per quella classe media su cui vogliamo lavorare…
Le interpretazioni non possono cambiare il senso delle norme
Allora, io credo che questa efficienza e questo pragmatismo, io l’ho chiamato nel mio intervento in aula “un sapiente pragmatismo”… Perché io adoro il sindaco Albertini, ma ci ho sempre litigato su questa idea del sindaco amministratore di condominio: io non voglio fare l’amministratore di condominio, ma penso che quell’efficienza lì – io la chiamo “l’efficienza di Madre Teresa” – debba tornare a caratterizzare la nostra macchina amministrativa, perché altrimenti la città feriale ne soffre e ne soffrirà anche la città festiva. Perché il privato efficiente, senza un pubblico efficiente, non fa quello che potrebbe fare. Magari si arrangia, si arrabatta, ma non è quello di cui abbiamo bisogno.
Non possiamo inventarcelo, però. Permettetemi di spezzare una lancia perché chi prima di me si è seduto sulla poltrona di assessore all’Urbanistica (o alla Rigenerazione edilizia, chiamatelo come volete), ivi compreso Maurizio [Lupi], ma penso poi a Carlo Masseroli, ad Ada Lucia De Cesaris, a Balducci, a Maran, a Tancredi, sono tutte persone che ci hanno provato, sapendo una cosa, però: che il Comune non fa legge. Le interpretazioni che noi diamo (estensive, intensive, più rigide, più larghe…) non possono cambiare quello che è il senso delle norme. Quindi il fatto di chiedere buon senso all’amministrazione, efficienza, senza accompagnarla con un’adeguata valutazione eventualmente di quelle che sono le azioni che noi abbiamo fatto…
Vi faccio un esempio per non andare per funghi. Noi stiamo lavorando sugli studi d’area per vedere trasversalmente – quindi non soltanto a canne d’organo, ma con dei gruppi che lavorano fra welfare, educazione e ambiente, territorio, mobilità – di che cosa quel quartiere ha bisogno dentro l’atlante dei quartieri che avrebbe dovuto essere il Pgt. Se non ha valore quel tipo di attività, ci diranno sempre che mancano dei piani attuativi che considerino i servizi.
Io credo che oggi dobbiamo considerare di più e meglio anche quello che abbiamo fatto a Milano, contando che l’obiettivo è quello anche di aggiornare il corpo normativo a quelle che sono oggi le esigenze di città che non hanno solo bisogno di urbanistica, ma di rigenerazione sostenibile. Anche le norme hanno il loro bisogno di essere adeguate. Certamente i politici, ma anche quello che è il frutto del loro lavoro.
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Oltre a Scavuzzo, al dibattito di Tempi e Ccl sul futuro di Milano hanno partecipato: Marco Riva, presidente del Coni Lombardia, Francesco Billari, rettore dell’Università Bocconi, Michela Mineo, coordinatrice di Casa Jannacci per Medihospes, capofila della coprogettazione, Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, Andrea Severini, amministratore delegato di Trenord, Manfredi Catella, fondatore e ad di Coima, Alessandro Maggioni, presidente di Ccl, Sergio Urbani, direttore generale di Fondazione Cariplo, Giovanni Bozzetti, presidente della Fondazione Fiera Milano, Andrea Dellabianca, presidente della Compagnia delle opere, Marco Giachetti, presidente della Fondazione Policlinico, Maurizio Lupi, deputato e presidente della Fondazione Costruiamo il futuro, già assessore all’Urbanistica di Milano. Il video integrale del convegno è disponibile qui.
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