Scaroni (Eni): «La rivoluzione shale gas premia gli Usa. Ma la Russia può essere il nostro Texas»

L’ad di Eni: «Col gas di scisto l’Europa perde terreno verso l’America, se non cambia qualcosa chi investirà nell’area Ue?»

La rivoluzione dello shale gas ridimensiona il mercato americano, e chi ci perde, a causa del suo stesso immobilismo, è l’Europa. È quanto emerge dall’intervista all’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, pubblicata sul Corriere della Sera, che oggi traccia tutti i rischi cui il Vecchio Continente sta andando incontro con la sua lenta politica energetica nei confronti dell'”idrocarburo azzurro”: «Perdiamo altro terreno nei confronti degli Usa: il prezzo del gas per le loro industrie è un terzo del nostro, l’energia elettrica la pagano la metà. Se non cambia qualcosa c’è da chiedersi chi investirà nell’area Ue».

RISCHI DEL FRACKING. Un problema di cui la politica sembra non rendersene conto, a cominciare dai governi nazionali per salire fino al parlamento europeo. Perché il fracking, l’attività con cui si preleva il gas di scisto attraverso microfratture sotterranee, è una tecnica ancora in evoluzione e fa paura: «L’estrazione al momento ha aspetti piuttosto invasivi che la rendono problematica in zone densamente popolate – spiega l’ad di Eni -: rumore, grandi assorbimenti d’acqua, molti residui da smaltire. In Europa occidentale ci sta provando la Gran Bretagna. Se ha successo potrebbe fare da apripista per tutti, ma si parla del medio periodo. Vediamo come va lì. Con l’evoluzione della tecnologia le cose cambieranno: presto speriamo di poter recuperare il 70-80 per cento dell’acqua utilizzata».
Meglio quindi per il momento rivolgersi verso la Russia, che «è una fonte quasi inesauribile di energia a basso costo, ha spazi enormi ed è interessata ad avere vicino un’Europa in salute. Le servono mercati di sbocco ma anche competenze, professionalità e imprenditorialità che in Europa abbiamo ma di cui la Russia si è impoverita nel tempo».

GEOPOLITICA ENERGETICA. I cambiamenti che negli Stati Uniti si stanno innestando grazie alla diffusione del gas di scisto non possono essere sottovalutati, e si sommano al progressivo disinteressamento che da Washington si registra in termini di presenza militare nel Medio Oriente. Per Scaroni «i due fenomeni sono collegati: se raggiungono l’autosufficienza energetica, per gli Stati Uniti non è più così vitale presidiare tutto il Medio Oriente. È in corso un’evoluzione importante».
Anche perché attraverso il gas shale l’offerta energetica mondiale cresce vistosamente, spostando però il suo fulcro dai paesi arabi agli Stati Uniti: «L’America aumenta l’offerta mondiale, ma produce a costi piuttosto elevati perché la tecnica del fracking è dispendiosa, circa 50 dollari al barile: Russia e Arabia Saudita che estraggono a costi molto più bassi avrebbero anche potuto competere con lo shale facendo crollare i prezzi. Non l’hanno fatto perché anche loro finirebbero nei guai: le loro economie sono basate su un livello di introiti che può essere mantenuto solo con prezzi degli idrocarburi relativamente elevati».