Sbloccare i licenziamenti o pietrificare l’economia?

Alcuni spunti di buon senso (e qualche allarme) sul «braccio di ferro» in corso tra sindacati e Confindustria, e dentro lo stesso governo

Negozio chiuso

I giornali oggi sono pieni dello scontro in atto, tanto nel governo quanto nel paese, sul blocco dei licenziamenti: un «braccio di ferro» – per usare il termine che va per la maggiore sui giornali, appunto – che divide la maggioranza Pd-M5s e che rispecchia perfettamente la battaglia tra Confindustria e sindacati. Questi ultimi, ovviamente, determinatissimi a portare a casa la proroga più lunga possibile del divieto. La prima, ovviamente, contrarissima al prolungamento della misura. In mezzo, schierato un po’ con i sindacati e un po’ con gli imprenditori, c’è il governo che deve decidere cosa scrivere nel cosiddetto “decreto agosto”.

Spiega Repubblica:

«La bozza di decreto, che ieri doveva essere discussa in pre-consiglio dei ministri, sconvocato pochi minuti prima della riunione a causa dei troppi nodi politici ancora irrisolti, prevedeva di prorogare il divieto di licenziamento (che scade il 17 agosto) sino al 15 ottobre, in concomitanza con la cessazione dello Stato d’emergenza. Ma Cgil Cisl e Uil sono subito scesi sul sentiero di guerra, minacciando lo sciopero generale se lo stop non verrà protratto sino al 31 dicembre. Sciopero che potrebbe essere proclamato il 18 settembre, data in cui è già in calendario una mobilitazione: ovvero due giorni prima delle elezioni regionali e del referendum costituzionale. Mentre gli industriali guidati da Carlo Bonomi hanno avvertito il premier sui rischi di “pietrificare l’intera economia allo stato del lockdown” in caso di capitolazione ai diktat dei confederali».

Quali sono le obiezioni della Confindustria di Carlo Bononomi? L’associazione degli industriali si limita a fare constatazioni di buon senso.

Innanzitutto c’è la considerazione che prolungare il blocco dei licenziamenti non è esattamente una misura che pagheranno soltanto i maledetti capitalisti, ha un costo per tutti i cittadini. Per dirla sempre con Repubblica:

«C’è la necessità di accompagnare il divieto di licenziamento con la cassa integrazione, bisogna che le due misure vengano “appaiate”, camminino cioè insieme».

Dopo di che, c’è il tema della libertà di impresa, diritto costituzionale, da cui discendono anche la facoltà di licenziare un dipendente e perfino quella di chiudere l’azienda.

E poi c’è il tema dell’economia, che non è secondario per Confindustria. Si legge sul Sole 24 Ore:

«”Come correttamente osservato dall’Ocse e da numerosi economisti – osserva Confindustria – il divieto per legge assunto in Italia – unico tra i grandi paesi avanzati – non ha più ragione di essere ora che bisogna progettare la ripresa. Impedisce ristrutturazioni d’impresa, investimenti e di conseguenza nuova occupazione. Pietrifica l’intera economia allo stato del lockdown”. Ai sindacati Confindustria dice: “È inutile evocare uno sciopero generale, specie in questo momento di gravissime difficoltà economiche e sociali in cui sarebbe necessario progettare insieme la ripresa”».

Ma che cosa significa che il blocco dei licenziamenti rischia di «pietrificare l’intera economia»? Aiuta a capirlo un commento di Stefano Lepri pubblicato oggi dalla Stampa:

«Un governo deve concentrarsi su tutto ciò che può indurre le imprese a lavorare di più. Se gli affari continueranno ad andar male, purtroppo altre urgenze di ridurre il personale si genereranno, cosicché alla scadenza i licenziamenti diverranno ancor più numerosi. (…)

Con la Cig e avendo erogato altri sussidi, può esser stato giusto all’inizio vietare i licenziamenti. Si sono impedite da parte delle imprese decisioni frettolose, dettate più dal panico che dalla ragione. Ma non si può andare avanti così. Nessun altro Paese europeo lo fa. (…)

Oggi ancora non sappiamo con quanti dipendenti potranno tornare a esser vitali i ristoranti e gli alberghi. Anche in altri settori colpiti dal virus servirà ancora la Cig. Intanto chi aveva un posto precario o in nero perlopiù lo ha già perso. Un prolungato divieto di licenziare i dipendenti fissi casomai danneggerebbe le imprese che ricorrevano in maggior misura a contratti regolari.

Come ci si può illudere che riempia le buste paga chi non fa incassi? Avrebbe senso, come compromesso, limitare la proroga alle sole imprese che fruiscono della cassa integrazione Covid. Altrimenti sarà evidente che la coalizione, incapace di guardare oltre il voto amministrativo del 20 settembre, sta creando a sé stessa, oltre che al Paese, problemi ancora più gravi per il dopo».

Lungi da Tempi giustificare tesi ordoliberiste o teorizzare il darwinismo economico (muoia il debole perché il forte possa prosperare). Non si tratta di questo. Tutti – compresi i nomi citati in questo articolo – hanno chiarissimo che i licenziamenti sono drammi pesantissimi che comportano dolorose conseguenze sulla vita delle persone e delle famiglie. Tuttavia la crisi innescata dall’emergenza coronavirus e dal lockdown è talmente grave che saranno assai pochi i lavoratori che non ne subiranno gli effetti. Soprattutto, il paese non se la caverà congelando la situazione per scongelarla dopo le elezioni. Bisogna scegliere la strada che farà meno danni, per quanto drammatica possa essere.

Lo ha spiegato bene Angelo Panebianco in un commento apparso ieri sul Corriere della Sera. Il politologo parlava dei salvataggi di aziende in panne e degli interventi diretti dello Stato nell’economia (Autostrade, Alitalia, Ilva, eccetera), ma la riflessione può ben valere anche per il blocco dei licenziamenti ad libitum. Eccone un passaggio:

«La forza dei neo-statalisti, e la debolezza dei “liberisti” (le virgolette sono d’obbligo) dipendono da un semplice fatto: i costi delle politiche apprezzate dai primi sono altissimi ma quasi invisibili nell’immediato. Invece, i costi delle politiche sostenute dai “liberisti” (virgolette) sono bassi ma anche visibilissimi, immediatamente visibili. Se si chiude una fabbrica improduttiva, ad esempio, ci sono costi immediati e visibili: i disagi e le sofferenze di lavoratori licenziati che devono essere indirizzati altrove. L’immediata visibilità di quei disagi fa passare in secondo piano il fatto che sono disponibili i mezzi per alleviarli. Soprattutto, fa dimenticare che, chiudendo quella fabbrica, si liberano risorse che genereranno (in breve tempo ma non immediatamente) nuova ricchezza e nuova occupazione. Se invece la fabbrica improduttiva viene salvata, i posti di lavoro si conservano ma i costi del salvataggio ricadono sui contribuenti, c’è solo ricchezza dissipata, non creata. Salvataggio: pochi vantaggi ma immediati. I costi, assai pesanti, sono al momento invisibili. Chiusura: pochi costi ma immediati. I vantaggi, assai grandi (per tutti, lavoratori compresi) sono posposti nel tempo. È questo meccanismo che rende i neo-statalisti politicamente più forti dei loro avversari. La ristatalizzazione di ampie parti dell’economia potrebbe essere un “delitto perfetto”».

Che fare perciò? Adesso pare che il governo abbia formulato una nuova ipotesi, meno estrema, per riuscire a prorogare comunque il blocco dei licenziamenti. Informa Repubblica:

«L’idea è quella allungare la cassa integrazione per 18 settimane, a partire dal 13 luglio (data indicata nella bozza del decreto, anche se potrebbe slittare). Le prime 9 saranno prive di oneri, le altre 9 prevederanno il pagamento di un’addizionale da calcolare in base al raffronto tra il fatturato del 2019 e quello del 2020 (tra il 9 e il 18%) a seconda di quanto il lavoratore avrebbe dovuto percepire. Fin quando un datore di lavoro usufruirà della Cig sarà obbligato a non licenziare: così facendo il blocco potrà durare fino a metà novembre».

Vedremo molto presto come finirà, anche perché dal nodo dei licenziamenti dipende l’ennesimo provvedimento d’urgenza di questo governo affezionato allo stato di emergenza. Il decreto agosto infatti va approvato prima che scada l’attuale divieto di licenziare.

Un suggerimento sul “che fare” comunque lo ha dato a Tempi il giuslavorista (di sinistra) Pietro Ichino: politiche attive. Agevolare l’incrocio fra domanda e offerta di lavoro (che c’è, eccome se c’è).

«Mi colpisce molto negativamente che si stiano stanziando decine di miliardi per le politiche passive, cioè per il pur necessario sostegno del reddito di chi ha perso il lavoro o ne è stato sospeso, e non si trovi neppure una lira da investire per le politiche attive, cioè per i servizi di informazione, orientamento e formazione».

Certo, può essere che ormai sia tardi, visto che la recessione è già qui. Ma cambiare modo di ragionare potrà servire comunque, quando arriverà, prima o poi, l’inevitabile ondata dei licenziamenti.

Difficile, purtroppo, che lo colga un governo il cui primo azionista è il partito che ha inventato il reddito di cittadinanza, la paghetta per chi non lavora. Del resto, prima o poi anche gli abolitori della povertà saranno costretti a prendere atto delle cose.

Per limitarci alla città di Roma, leggete cosa dice Confcommercio:

«Dalla fine del lockdown già 3.000 le attività commerciali, esclusi bar e ristoranti, che hanno tirato giù la saracinesca per sempre. […] E se continua così, il rischio è che a ottobre possa esserci un’ecatombe. Prevediamo 26 mila negozi chiusi. Uno su tre. Per l’economia di Roma, un disastro».

Questo solo nella capitale e solo nel settore del commercio. Che si fa allora? Vietiamo i licenziamenti e paghetta per tutti?

Foto Ansa