Savita morta per un mancato aborto? Ricostruzione di un caso ancora oscuro

È quasi passato un mese dal decesso della donna indiana, morta a Galway per setticemia. S’accende il dibattito sull’aborto in Irlanda, ma i dubbi sulla vicenda permangono. Rafforzati da una strana tempistica.

La sua faccia sorridente apre giornali e siti irlandesi ormai da più di una settimana. Il caso di Savita Halappanavar, la donna indiana di 31 anni incinta alla diciassettesima settimana e morta per setticemia a Galway, sta scuotendo l’Isola verde: il dibattito sull’aborto, pratica che avrebbe potuto salvare la donna sofferente, si è riaperto con prepotenza, in un paese dalla tradizione cattolica molto forte e che in materia si avvale di una legge del 1992, che consente tale pratica solo in caso di pericolo di vita della madre.

«SIAMO UN PAESE CATTOLICO». L’eco sui giornali è stato enorme, tanto spazio è stato dato alla famosa battuta dei medici del Galway University Hospital, che avrebbero risposto alla richiesta di aborto fatta dal marito della donna: gli avrebbero detto che tale soluzione è vietata in Irlanda, perché «siamo un paese cattolico». Ma dopo quasi un mese dalla morte della donna (28 ottobre), i dubbi permangono e le certezze sono poche. Un’inchiesta è stata aperta dalle autorità, e servirà tempo per fare chiarezza: «Dovremo aspettare tre mesi per i risultati dei rapporti ufficiali», spiega le sue perplessità a ilsussidiario.net John Waters, giornalista irlandese vicedirettore del The Irish Times. «Forse a qualcuno è mancato il coraggio di prendere una decisione, e poi i tempi si sono fatti tardi. Forse non si è capito che la sua vita era in pericolo imminente. Forse è stata data eccessiva enfasi all’esistenza del battito cardiaco del feto, e si è data scarsa attenzione alle condizioni di salute di Savita, in peggioramento. In verità, noi non lo sappiamo».

STRUMENTALIZZAZIONI. Insomma, di punti oscuri ce ne sono ancora tanti. Evidente è la strumentalizzazione del caso che si dà in molti ambienti, che leggono questa morte come un gretto caso di integralismo cattolico: certi giornali dimenticano però che, come già detto, la Chiesa reputa sacra tanto la vita del nascituro quanto quella della donna, e che la legge irlandese tollera la pratica dell’aborto nel caso in cui la madre sia in pericolo di vita. Lecito chiedersi quindi se, più che un caso di fanatismo religioso, non siamo di fronte ad un caso di malasanità, dove i medici non sono stati in grado di capire le gravi condizioni di salute della donna. Su questo, solo l’inchiesta aperta potrà aiutare a sciogliere i dubbi. Ma la sfida si è fatta dura e acerba, e interroga tutta l’Irlanda per la sua posizione anti-abortista. È bastato questo caso perché una nazione ai primi posti dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità nei parametri di “maternal health”, uno dei luoghi più sicuri al mondo per partorire, agli occhi del mondo appaia retrogrado e bigotto proprio a causa della sua tradizione cattolica.

I CASI LIMITE. Qui dove il diritto alla vita del nascituro è parte della costituzione insieme a quello della madre, tanti vuoti legislativi sono venuti a galla tra anni Ottanta e Novanta: «Come in altre nazioni, i liberali irlandesi non hanno chiesto di introdurre l’aborto su richiesta in Irlanda», dice ancora Waters nel suo articolo. «Piuttosto, si sono nascosti dietro a “casi limite” per suscitare la sensibilità pubblica, e confondere l’opposizione generale che nella società irlandese c’era a quel tipo di programma d’aborto che esiste nell’isola vicino. Si è detto che quasi 5mila donne irlandesi viaggiavano ogni anno in Gran Bretagna per andare là ad abortire, e questo è portato come argomentazione sul fatto che i diritti delle donne irlandesi vengono violati nel loro stesso Paese». La politica ha sempre preferito evitare di affrontare il tema, specie di fronte ad alcuni casi limite, come l’“X-case” di una ragazza di 14 anni vittima di uno stupro. L’Irlanda si sarebbe divisa, meglio lasciare il problema nelle mani delle decisioni dei medici, da trattare di volta in volta di fronte ai casi diversi.

STRANA TEMPISTICA. E tra i casi limite, ecco anche quello di Savita, usato «per estendere la pratica dell’aborto chirurgico dal caso estremo al presunto “diritto” di abortire il bimbo indesiderato», scriveva ieri su Avvenire Lorenzo Schoepflin. Nel suo articolo, viene messa in luce una strana tempistica: «Pochi giorni fa è stato consegnato ai ministri competenti il rapporto elaborato dal gruppo di esperti incaricato di esaminare la regolamentazione dell’aborto in Irlanda alla luce della sentenza della Corte europea dei diritti umani che, nel 2010, ha sancito l’obbligo di risarcire le donne che espatriano per abortire. Con un tempismo perfetto – un’email che annunciava una storia importante in termini di aborto è stata fatta circolare tra le associazioni abortiste prima che la notizia della morte di Savita, avvenuta il 28 ottobre, venisse resa nota dai media – sono state convocate manifestazioni di piazza per chiedere a gran voce una modifica della legge».