«Santa Sofia moschea? L’Europa abbandona noi cristiani e poi si stupisce»

Intervista al vicario apostolico dell’Anatolia, monsignor Paolo Bizzeti: «L’Occidente parla tanto ma non si batte mai per la reciprocità. È da anni che Erdogan voleva trasformare Santa Sofia. Tanti cristiani qui non hanno neanche una sala dove pregare»

Sono passati dieci anni da quando monsignor Luigi Padovese è stato assassinato a Iskenderun. Era il 3 giugno 2010, il vicario apostolico dell’Anatolia fu sgozzato in casa dal suo autista, Murat Altun. La sua testimonianza di fede e il suo martirio sono tra le ragioni che hanno spinto monsignor Paolo Bizzeti a proseguire la sua opera accettando la nomina del 2015 di papa Francesco a nuovo vicario apostolico dell’Anatolia. «Padovese, come anche don Andrea Santoro, hanno dato la vita per la Turchia. La loro testimonianza parla ancora ai nostri cristiani», dichiara il gesuita a tempi.it. La missione di monsignor Bizzeti non è certo più semplice di quella di Padovese e la recente trasformazione della basilica, poi museo, di Santa Sofia in moschea ne è la prova. «Solo voi in Europa siete rimasti stupiti dalla decisione del presidente Recep Tayyip Erdogan: la sua volontà era chiara da anni».

Monsignor Bizzeti, come ha reagito alla mossa del presidente turco?
Per chi vive in Turchia, non è una sorpresa. La linea di Erdogan è dichiarata da anni e coerente con la sua visione politico-religiosa. Forse in Occidente molte persone non si rendono conto della realtà di questo paese. Soprattutto l’Europa si è fatta di lui e del suo partito in passato un’idea poco realistica.

«Penso a Santa Sofia e sono molto addolorato», ha detto papa Francesco domenica all’Angelus in Piazza San Pietro.
Non posso che condividere il suo dolore, che è anche la posizione espressa da molte altre personalità religiose e istituzioni.

Che cosa rappresenta per lei e per i cristiani turchi Santa Sofia?
Santa Sofia è diventata un simbolo per tutti. È chiaro che quando un cristiano pensa a Santa Sofia, pensa prima di tutta a una chiesa cristiana, che è stata cattedrale della Chiesa ortodossa bizantina e costantinopolitana. Un musulmano sunnita penserà ad essa prima di tutto come moschea. È un monumento straordinario e unico, dalla storia complessa ed è proprio questo che lo rende così interessante.

Santa Sofia è stata esaltata come esempio della possibile convivenza e del dialogo tra cristiani e musulmani. Ora non sarà più così?
Il presidente Erdogan ha detto che sarà aperta a tutti, che i cristiani potranno entrare e che i suoi mosaici verranno rispettati. Tuttavia, diventando una moschea, si dovrà entrare levandosi le scarpe, le donne dovranno velarsi, ci saranno accessi separati per le donne e per gli uomini. È chiaro che cambia fisionomia, rispetto a un museo la prospettiva è diversa, così come diversi saranno l’uso e l’approccio d’ora in poi.

Non è l’unica chiesa che in Turchia è stata trasformata in moschea.
Esattamente, anche la piccola Santa Sofia, la chiesa dei Santi Sergio e Bacco, a Istanbul e Santa Sofia a Trebisonda sono state trasformate in moschea. Diciamo che l’Europa si sveglia e si stupisce a scoppio ritardato.

Perché?
Perché la politica del presidente Erdogan, che viene definita neo-ottomana, è lineare e coerente, anche se non gradita a tutti – lo si vede in tanti campi nel Mediterraneo. E del resto qui il 70 per cento della popolazione è favorevole alla trasformazione in moschea di Santa Sofia. Il problema però non è tanto la politica del presidente o del suo partito. Il punto è domandarci: che cosa vogliamo noi europei?

Spesso si invoca la necessaria reciprocità per quanto riguarda i luoghi di culto.
Certo, se ne parla tanto, ma che cosa si fa concretamente per ottenerla? In Turchia ci sono 1.100 aziende italiane: significa che gli affari li facciamo e che siamo in grado di chiedere e ottenere reciprocità in certi campi, quando vogliamo. Ma che cosa fa l’Italia perché la legittima reciprocità sui luoghi di culto diventi realtà?

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L’Europa è disinteressata alle sorti dei cristiani in Turchia?
È evidente. Alcuni politici usano la religione solo per i loro scopi. C’è chi sventola i rosari in piazza ma poi non fa niente per la libertà religiosa. Così come non si può sbandierare la riconquista di Santa Sofia, non bisogna neanche agitare i rosari in piazza. Il fondamentalismo identitario e l’uso distorto della religione attirano molte persone, qui come in Europa. Ma le religioni devono servire per la pace e la convivenza, non per la contrapposizione. Questa è la linea del Papa, della Chiesa e del Vangelo.

Quali sono oggi le difficoltà dei cristiani in Turchia?
Rispetto al passato godiamo di maggiore riconoscimento. Sotto la tanto declamata laicità kemalista in realtà era quasi impossibile avere un visto di permesso di soggiorno per un prete cattolico. Oggi grazie a Dio non ci sono queste difficoltà. Al momento, però, la situazione è estremamente dura per le migliaia di rifugiati cristiani, che hanno perso tutto a causa di Cristo e che si trovano abbandonati. Non possono partecipare a incontri religiosi e riunioni perché la polizia spesso non dà loro il permesso di uscire dalle città dove si trovano. E non possono avere, non dico una chiesa, ma neanche una cappella, una sala dove pregare. I cristiani occidentali dovrebbero occuparsi di questi fratelli e sorelle.

Ha provato a risolvere il problema con le autorità turche?
Purtroppo qui siamo ancora fermi al Trattato di Losanna del 1923, che andrebbe rivisto dato che ormai è passato quasi un secolo. Ma chi è interessato a rivederlo per garantire a tutte le espressioni della fede cristiana un riconoscimento giuridico e pari opportunità? In Europa si possono costruire moschee, perché qui non si deve permettere la costruzione di chiese? L’Occidente fa grandi dichiarazioni, ma di queste cose non si occupa e temo che tra una settimana si dimenticherà anche di Santa Sofia.

La comunità cristiana turca è piccola, ma ha avuto un ruolo fondamentale nella storia del cristianesimo. Qual è la sua missione oggi?
Siamo una piccolissima minoranza. I cristiani, in totale, sono uno zero virgola della popolazione, i cattolici ancora meno. Ma questo non è un problema: all’inizio forse i cristiani erano ancora meno. Le prime comunità però erano piene di Spirito Santo, entusiasmo per il Vangelo, i cristiani erano pronti a dare la vita e la loro formazione era basata sulla parola di Dio. Oggi i nostri problemi sono gli stessi dell’Europa: i cristiani spesso vivono a compartimenti stagni e la loro fede non incide nella vita quotidiana. Ma davanti abbiamo un compito importante, quello della nuova evangelizzazione, come disse san Giovanni Paolo II e come hanno ribadito Benedetto e Francesco. La nostra sfida oggi è formare innanzitutto cristiani solidi nella fede, che siano capaci di testimoniare la novità di Gesù Cristo.

Di che cosa ha bisogno la Chiesa in Turchia?
Per fare una missione ci vogliono operatori pastorali, presbiteri, suore e laici. Io li sto cercando per mare e per terra, ma ci sono pochissime persone disponibili. E spesso anche alcuni ordini religiosi non aiutano. Faccio un esempio: una donna nata in Turchia si è fatta suora, è cresciuta in una delle nostre comunità, è entrata in una congregazione religiosa ed è rimasta in Italia diciassette anni. Noi abbiamo chiesto che tornasse perché svolgesse la missione nella sua terra. È venuta, ma dopo un po’ è stata richiamata in Italia perché le hanno detto che c’era bisogno in Italia. Ora, io non metto in dubbio che sia così, ma in Italia di suore ce ne sono ancora tante, qui invece ne abbiamo cento volte più bisogno, perché senza di lei la religiosa più vicina è a 700 chilometri di distanza.

Che cosa dice della Chiesa in Occidente questo esempio?
Il cristianesimo occidentale ha perso la cognizione della missione e delle proporzioni. Noi abbiamo migliaia di cristiani senza una sola persona che si occupi di loro. Nessuno si salva da solo e bisogna tornare a capire che la cattolicità è un elemento discriminante della Chiesa. Se non ci occupiamo dei cristiani nei luoghi in cui soffrono di più, presto il cristianesimo finirà anche in Italia, perché un cristianesimo che si ripiega su se stesso non vive, non può durare. I cristiani devono andare fino ai confini della terra, lo ha detto il Signore. Questo non vale solo per la Chiesa latina, ma per tutte.

I cristiani in Medio Oriente sono minoranza, ora a causa di guerre e persecuzioni in tanti stanno scappando in Occidente, mettendo a rischio la sopravvivenza delle comunità locali.
Penso che tanti che sono scappati in Occidente dovrebbero tornare. È facile vivere la fede negli Stati Uniti, in Canada, in Australia o in Europa. Qui per generazioni i cristiani hanno versato il sangue e dato la vita. Ora abbiamo tanti cristiani rifugiati che vorrebbero venire in Europa, che però chiude loro le porte. Ci sono giovani, famiglie: sono una forza viva cui dobbiamo dare la possibilità di vivere la fede.

Sono passati 10 anni dalla morte del suo predecessore, monsignor Luigi Padovese: come la sua testimonianza influenza la sua vita e quella dei cristiani turchi?
Senza la testimonianza di monsignor Padovese o quella di don Andrea Santoro, che mi hanno colpito molto, io non avrei accettato l’incarico del Papa vista la mia età (avevo 67 anni a quel momento) e tutte le difficoltà. Avevamo organizzato un convegno e una grande celebrazione per il decennale, ma abbiamo dovuto rimandarla a causa del coronavirus. Abbiamo però pubblicato in turco una raccolta delle sue lettere pastorali e di alcune omelie. La sua memoria è viva ed è un dono: lui, come tanti altri, ha dato la vita per questo paese e per il Vangelo. E il punto non è solo che ha versato il sangue, per tutta la vita ha cercato di forgiare un cristianesimo che vivesse in armonia con le altre fedi. Io cerco di seguire le sue orme. Noi amiamo la Turchia.

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