A dieci anni dall’omicidio di don Santoro. «Siamo capaci di salvezza solo offrendo la nostra carne»

In memoria del sacerdote italiano, missionario innamorato della Turchia, assassinato mentre pregava in chiesa da un giovane islamico fanatizzato

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Don  Andrea Santoro - DI MEO

Sono passati esattamente dieci anni da quel 5 febbraio del 2006 in cui don Andrea Santoro è stato assassinato con un colpo di pistola sparato alle spalle da un giovanissimo estremista islamico mentre pregava rivolto verso l’altare della chiesa di Santa Maria a Trebisonda, in Turchia. All’entrata della chiesa – ha raccontato un anno fa a tempi.it padre Patrice Jullien de Pommerol, che ha sostituito il sacerdote italiano nel 2011 (cinque anni dopo i fatti) – è stata apposta una targa con la scritta: “Qui è morto Andrea Santoro”. «I musulmani che vengono e vedono la targa spesso mi dicono: ci dispiace, ci manca, è un’onta per noi».

UNA NUOVA SEMINA. Il giorno dopo l’omicidio la volontaria italiana operante in Turchia Maria Zambon firmò per Asianews un bel ritratto del missionario partito da Roma per dare la vita a Cristo nel paese musulmano. «Da subito il fascino per questa terra lo ammaliò», scrisse la donna. «In essa riconobbe “le sue ricchezze e la sua capacità – grazie alla luce che Dio vi ha immesso da sempre – di illuminare il nostro mondo occidentale. Ma – diceva – il Medio Oriente ha le sue oscurità, i suoi problemi spesso tragici, i suoi vuoti. Ha bisogno quindi a sua volta che quel Vangelo che di lì è partito vi sia di nuovo riseminato e quella presenza che Cristo vi realizzò vi sia di nuovo proposta”».

LA LINGUA TURCA. Racconta la volontaria che don Santoro – conosciuto a Istanbul nel 2001 – faticò molto per imparare il turco «ma non mollava: era troppo importante per lui l’uso della lingua locale per poter comunicare direttamente con la gente ed entrare in sintonia con loro». «Il turco è una lingua molto difficile e io sono l’ultimo della classe», diceva il sacerdote. «Non so come andrà a finire, ma essere l’ultimo è comunque utile: aiuta a sentirsi davvero ultimi, con un’umiltà reale e quotidiana». Tanta fatica, secondo don Santoro, era benefica per la testimonianza: «Nel preparare le mie omelie ho scoperto che la povertà della lingua mi spinge all’essenzialità, la sua novità mi fa cogliere meglio la novità del Vangelo. La diversità degli uditori, quasi tutti ex musulmani, mi costringe ad andare al cuore dell’annuncio e me ne mostra le insospettabili ricchezze».

MISSIONE FRA LE PROSTITUTE. Quando vi approdò don Santoro, ricorda la volontaria, Trebisonda aveva «duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica di circa 15 persone, una più folta comunità ortodossa sparsa per la città, un’emigrazione femminile dall’est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento, un fiume di giovani musulmani che visitano la chiesa». Nel Natale del 2004, due anni prima di essere ucciso, scrive la Zambon, il missionario «cominciò a confidarci la sua preoccupazione per le prostitute e il suo desiderio di fare qualcosa per loro a Trabzon: “La prima volta che passai davanti a un locale le ragazze, quasi tutte cristiane dell’Armenia, ci invitarono ad entrare e a prendere un tè. Con me c’era suor Maria con la croce al collo. Dico loro che è una suora. Si parla dei loro figli, dei monasteri che ci sono da loro, della vita difficile nella loro terra… una di loro è pediatra. Qualche giorno dopo, sempre pregando, passeggiamo nella via principale dello stesso quartiere. Una signora che invitava i suoi clienti da un vicolo laterale vede la croce al collo di suor Maria e sbracciandosi ci viene incontro. Bacia la croce e la mano della suora, si fa il segno della croce e l’abbraccia, chiedendole se ha bisogno di qualcosa. Il protettore si avvicina un po’ infastidito, gli dico che la donna è cristiana e che anche noi lo siamo. I locali sono pieni di donne, spesso giovanissime. Che fare? Lo chiedo ogni giorno al Signore: che ci apra una porta, chiami qualcuna di esse a cambiare vita e ad aiutare le altre, tocchi il cuore di qualche protettore, mandi qualcun altro a collaborare con noi”».

«ABITARE IN MEZZO A LORO». La donna ricorda poi le parole pronunciate da don Santoro durante un ritiro spirituale: «Spesso mi chiedo perché sono qui e allora mi viene in mente la frase di Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne. In Medio Oriente Satana si accanisce per distruggere, con la memoria delle origini, la fedeltà ad esse. Il Medio Oriente deve essere riabitato come fu abitato ieri da Gesù: con lunghi silenzi, con umiltà e semplicità di vita, con opere di fede, con miracoli di carità, con la limpidezza inerme della testimonianza, con il dono consapevole della vita».

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«OFFRIRE LA PROPRIA CARNE». «Poi fece una lunga pausa», racconta la volontaria. «Si tolse gli occhiali a mezza luna tenuti sulla punta del naso, lasciandoli penzolare al collo e con ancor più serietà e pacatezza continuò parlando quasi tra sé: “Mi convinco alla fine che non si hanno due vie: c’è solo quella che porta alla luce passando per il buio, che porta alla vita facendo assaporare l’amaro della morte. Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo come ha fatto Gesù”. Scese il silenzio nella sala. Non una parola di più, non una di meno. Poi guardò l’orologio. Si alzò di fretta, si scusò e prendendo la sua piccola valigia uscì di corsa dalla stanza. Non voleva rischiare di perdere l’aereo per tornare il più in fretta possibile nella sua Trabzon».

LE COMMEMORAZIONI. Ricordandolo ieri a Roma il cardinale Leonardo Sandri ha definito don Santoro «un eroico testimone dei nostri giorni», un «esempio di un uomo dei nostri tempi» da inserire fra i «tanti uomini e donne, veri martiri che offrono la loro vita con Gesù per confessare la fede, soltanto per questo motivo». Don Santoro e gli altri martiri moderni, ha detto il cardinale, «ci sostengano nell’offrire la nostra vita come dono d’amore ai fratelli, ad imitazione di Gesù». Il missionario ucciso in Turchia sarà commemorato questa sera (venerdì 5 febbraio) in una solenne celebrazione presieduta dal cardinale vicario Agostino Vallini nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

Foto Ansa


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