Papa Leone. Un nome che è tutto un programma
Credo che il nome di Leone XIV non fosse nemmeno quotato dai bookmakers che raccoglievano le scommesse sul conclave. Più ancora dello stupore di veder affacciato alla Loggia centrale di San Pietro un papa yankee, ciò che ha colpito l’immaginario collettivo è stato il nome che si è dato. Un nome antico – anche se tornato di moda soprattutto tra le famiglie vip – simbolo e manifesto del suo pontificato. Se Ratzinger aveva scelto di guardare a Benedetto, padre della civiltà europea, e Bergoglio si era immedesimato con Francesco e la sua dedizione ai poveri, Prevost ha abbracciato l’eredità di Leone XIII nel rispondere alle grandi questioni sociali del suo tempo.
Papa Pecci ha lasciato un segno indelebile con la sua enciclica più famosa, la Rerum Novarum. All’indomani dell’unità d’Italia, che metteva definitivamente termine al potere temporale della Chiesa dopo undici secoli, Leone XIII ha raccolto il guanto di sfida del dialogo con la modernità. La Chiesa ha capito di avere qualcosa da dire a un mondo in profonda trasformazione, travolto dalla rivoluzione industriale e dove maturavano le prime istanze di giustizia sociale. Istanze alle quali il Papa ha saputo rispondere facendo distillare dalla teologia morale un primo assetto di Dottrina sociale che ci guida tuttora, e ponendo le basi per un’idea di società alternativa sia alla via socialista sia a quella liberista.
Il possibile e il giusto
Quella stagione del cattolicesimo sociale, che dà forma alla centralità della persona, alla dignità del lavoro e ai potenti principi di sussidiarietà e solidarietà non è di certo finita. Anzi, è oggi più urgente di allora. Il lavoro infatti è di nuovo in crisi, innanzitutto perché sta evaporando il significato che per generazioni ha avuto. Non ci troviamo più di fronte alla questione operaia e alle problematiche legate alla catena di montaggio, ma dobbiamo confrontarci con una questione antropologica, in cui il lavoro sembra vivere uno svuotamento esistenziale, con i giovani che si trovano sempre più smarriti. Il mondo digitale e l’intelligenza artificiale generativa segnano un cambiamento d’epoca, non soltanto a livello tecnologico, e sorge spontaneo chiedersi quale sia il posto dell’uomo nel mondo che sta nascendo.
Se l’intelligenza artificiale verrà trattata solo come strumento di efficienza e risparmio, rischierà di rafforzare modelli economici che escludono i più fragili; ma se verrà governata, se sarà orientata a una visione cristiana, cioè alla pienezza integrale dell’uomo, può diventare un alleato fondamentale per un lavoro più creativo ed inclusivo.
Anche per questo serve davvero un nuovo Leone: non tanto un Papa tecnologo, ma un Papa capace di guidare i popoli e le nazioni dentro l’uragano di questa rivoluzione digitale in atto. Un pontefice che ricordi all’umanità che non tutto ciò che è possibile è anche giusto e che la tecnica, senza morale, distrugge valore anziché crearlo.
Fermare Attila
Queste non sono, però, le uniche sfide che papa Leone ha di fronte. Viviamo infatti un periodo turbolento nel quale troppe guerre hanno fatto sfregio di quegli ideali di pace su cui si basa l nostra visione del mondo. In un tempo così segnato dai conflitti, la figura di papa Leone Magno – capace di fermare Attila alle porte di Roma non con la forza delle armi, ma con la sola autorevolezza della sua parola e con il peso della sua autorità morale – torna a essere un altro grande riferimento. Un richiamo che risuona anche oggi, mentre papa Prevost sembra raccogliere, accanto all’eredità di Leone XIII, anche l’ispirazione di quel primo Leone: guida in un mondo lacerato, voce credibile capace di riportare la Santa Sede al centro della scena diplomatica internazionale, protagonista di quella pace che sembra così difficile ottenere.
Forse è proprio nei nomi che scegliamo che si nasconde la direzione che vogliamo prendere. Scegliendo Leone, il nuovo pontefice ha indicato una rotta, un percorso già intrapreso con il coraggio di chi sa affrontare la complessità del presente con la forza pacificante dello verità.
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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di giugno 2025 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
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