«San Vittore è un gigante malato, bisogna ridurre con urgenza il numero dei detenuti»

Intervista a Rino Raguso, segretario regionale del sindacato delle guardie carcerarie e ispettore di polizia penitenziaria a San Vittore: «Non ci si può ricordare del carcere solo ad agosto».

«Una situazione del genere è un’offesa alla dignità dei reclusi e di chi ci lavora». È drastico Rino Raguso, segretario regionale dell’Osapp, sindacato delle guardie carcerarie. Lavora nel carcere di San Vittore da dodici anni, e lo definisce «un gigante malato». E specifica che non si tratta di un atteggiamento rinunciatario, «ma di realismo».

Quali sono le principali criticità?

Contiene 1.500 detenuti quando dovrebbe ospitarne settecento. Violando i dettami della Costituzione, per cui la detenzione deve essere una modalità di rieducazione. Mancano i progetti a lungo termine, inoltre ci sono limiti strutturali, dato che l’edificio risale al 1879, c’è un rischio alto di epidemie date le condizioni igienico-sanitarie con un alto rischio di rivolte e violenze. A volte manca l’acqua. Due raggi vanno interamente ristrutturati, sono chiusi, e i lavori non sono ancora partiti.

Qual è la condizione delle celle?
Ci sono quattro o cinque detenuti invece che due. Di conseguenza non c’è spazio per stare in piedi contemporaneamente, devono fare i turni anche per mangiare. I servizi igienici sono annessi alle stanze detentive e sono assolutamente insufficienti. Inoltre i detenuti hanno un corredo e una serie di effetti personali che devono necessariamente sistemare nelle celle. Come risultato, lo spazio per muoversi è nullo, a volte non riescono nemmeno ad aprire le finestre. Restare rinchiusi per sedici ore, in queste condizioni, fa davvero smarrire quel senso di umanità che la pena deve avere. Certo, ci sono anche una serie di iniziative che alleviano la sofferenza, ma con un sovraffollamento del genere è evidente che la situazione non può che essere critica.

E il personale di polizia penitenziaria?
Fermo restando la carenza cronica di organico, c’è un problema legato al pendolarismo, perché la maggior parte degli agenti è di origine meridionale. Il lavoro è organizzato su tre turni, con due ore di straordinario. I colleghi svolgono quindi diversi turni serali e notturni al mese, con un carico di lavoro importante. Anche perché ci sono 1.500 detenuti e sono 1.500 persone, non numeri. Che appartengono a etnie diverse, con problemi e necessità continue.

In che stato vertono le condizioni abitative degli agenti?
Non sono meno critiche di quelle detentive. La caserma dovrebbe avere due piani, che però sono inagibili. Quindi molti agenti dormono nella struttura antistante il carcere, dove anni fa c’era un istituto minorile. Nelle vecchie celle, in sintesi. E in stanze in cui dovrebbe dormire un agente, ne dormono tre. Dopo ore di lavoro, molto usurante a livello umano, gli alloggi dovrebbero rappresentare un momento di quiete. Se non lo sono, lo stress aumenta. Abbiamo di solito quaranta unità di agenti per cinquecento detenuti. Anche per questo ogni anno in Italia si perdono circa 800 agenti: quando gli uni arrivano alla pensione, non ci sono leve pronte a rimpiazzarli.

Il 6 ottobre il Consiglio comunale si riunirà direttamente all’interno delle mura di San Vittore. Un buon segnale?
Bisogna uscire da una logica esclusivamente emergenziale e prevenire. I rischi fanno parte del nostro lavoro, ma non possiamo accettare che a causa di una struttura inadeguata si moltiplichino. Spero possa trattarsi di un inizio. Non ci si può ricordare del carcere solo ad agosto, quando ci sono le visite dei parlamentari. L’attenzione deve essere costante. Bisogna assolutamente ridurre il numero dei detenuti, e urgentemente.